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Autonomia della ragione e diritto


 Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 25 marzo 2003


Il contratto sociale


In tale prospettiva il contratto sociale viene ad assumere il valore e la funzione di imprescindibile elemento vitale e redentivo, quale esito più maturo del suo stesso piano metodologico, in cui tendenze razionalistiche e naturalistiche si coniugano in un sincretico e originale equilibrio [1].

Un nesso inscindibile collega in tal modo natura umana e forme della politica: il diritto costituisce l’essenza di tale mediazione. Se in precedenza il carattere meramente regolativo e consuetudinario dello jus non facilitava le possibilità di connessione tra sensibilità e ragione, ora invece il riconoscimento di una natura contestualmente sociale e razionale, radicalmente umana del diritto rende possibile questo pieno recupero.

Rimossa pertanto sullo sfondo la concezione del tradizionale percorso onto-teologico fondato sullo schema integrità-caduta-redenzione, si apre la possibilità di una nuova coniugazione di senso, in cui il compito della risalita è demandato – nell’ambito di una dimensione precipuamente storica e laica - al diritto, alla politica.

Veicolati dalla lex, dall’ordo, dalla misura, l’utile e la molteplicità dei conflitti che  appartengono al campo della materialità non vengono più a costituire il polo negativo che funge da ostacolo alla societas, ma si intende invece che costituiscano l’irriducibile dimensione nel cui alveo soltanto l’uomo può realizzare la conservazione del suo essere e perfezionarlo, in un percorso atto a ricondurre dalla caduta all’auctoritas civilis, fino a pervenire ad una sempre più piena autonomia rigeneratrice.

Le istanze del vero e della ragionevolezza possono pertanto proiettarsi su quelle dell’utile avvalendosi del diritto naturale: una volta riconosciuto che l’utile è parte integrante del mondo naturale e della sensibilità, traendo alimento dall’ordo e dai principi razionali, il diritto può infatti innervarsi sul reticolo delle utilità, eliminandone gli aspetti maggiormente egoistici e conflittuali, così da contribuire alla progressiva realizzazione della naturale socievolezza dell’uomo.

Venuto meno l’ordo spontaneo di ratio e iustitia, nessuno stabile equilibrio di dominium e libertas potrebbe in effetti attuarsi a prescindere dall’auctoritas; la quale è di conseguenza in grado di trovare un’efficace espressione solo avvalendosi dell’esercizio positivo della certezza e del sostegno della coercizione. Ma è pur sempre dall’autorità, per così dire, della natura che discende l’autorità giuridico-politica; non si tratta certamente di un passaggio indolore: l’auctoritas diversamente dal darsi spontaneo del diritto naturale, deve infatti affermarsi attraverso una travagliata costruzione di sfere d’ordine e di giustizia, anche servendosi – se necessario -, della forza e della coercizione. Ossia deve poter rovesciare la Lex violentiae in violentia legis; è infatti in tal modo che le ragioni del diritto, stravolte e sommerse, vengono ad essere riportate in auge  dall’auctoritas, così da improntare, geneticamente, il senso e le sorti della politica in generale.

E’ appunto nello spazio tra ragione e autorità che il diritto, come sistema giuridico storicamente istituito, di proprietà, libertà e giustizia - in quanto cioè unione di jus naturale,  jus positivum e jus voluntarium -, viene pertanto progressivamente ad affermarsi, consolidandosi nell’ambito della comunità politica, dei suoi bisogni e delle sue istanze, così da possedere in essa  le sue più salde e profonde radici.

In Grozio dunque l’ordine giuridico positivo scaturente dal contratto non viene così a porsi in antitesi al diritto naturale; ma quest’ultimo mantiene costantemente la funzione di integrare, fondare e perfezionare i rapporti giuridici positivamente istituiti (ossia di  diritto volontario ). Il principio stesso dell’osservanza dei patti (pacta sunt servanda) funge del resto da freno all’insorgenza degli arbitrii individuali, facendo in ogni caso prevalere la ragione e il principio di equità qualora la posta in gioco sia l’interesse sociale, il bene comune. E’ in tal senso che continua a persistere, nello stato di latenza,  la communio primaeva, fungendo come  da verifica – sullo sfondo dell’originario stato di comunione -, dei rapporti giuridici di diritto positivo. Qualora questi si discostino dalla loro più profonda e autentica condizione di cose create dalla natura, in conformità con i dettami della ragione, così da stravolgere la loro stessa ragione d’essere e da destabilizzare i legami societari, viene perciò stesso a riemergere (in modo più o meno violento a seconda dei differenti contesti storico-politici), l’originario stato di comunione [2].

Affermare la politicità e contrattualità dei rapporti giuridico-sociali equivale dunque, in Grozio, ad asserire la razionalità e naturalità dei medesimi. Autentica volontà può essere solo quella che asseconda le tendenze e finalità della natura umana, peculiarmente contrassegnata dalla ragione. In tale prospettiva il principio stesso del rispetto dei patti (pacta sunt servanda) viene dunque ad assumere un significato non meramente conservativo, ma invece critico e propulsivo, in quanto induce a dar vita a rapporti giuridici equi e legittimi (e non semplicemente ad accettare e subire in maniera acritica e in ragione dell’esistente, un determinato assetto giuridico-istituzionale).

Per quanto incardinato nella ragione, per cui le leggi da rispettare non devono mai essere manifestamente prevaricatrici [3], tuttavia spesso accade  che sulla natura razionale vengano ad avere la meglio le pulsioni naturali, radicate nella mera spontaneità vitale e volontà degli individui e dei popoli. Si riconosce infatti che “ci sono dei popoli il cui naturale è di sapere meglio obbedire che governare” [4]; e poiché vi sono inoltre società eguali o diseguali [5], conseguentemente in rapporto a ciò, anche i criteri di legittimità giuridica devono variare [6].

In questi casi il contratto, anziché bilanciare diritti e doveri e istituire un’eguaglianza formale, sembra così  sancire situazioni di sperequazione e irretrattabili rinunce a diritti individuali e collettivi. Tuttavia  ciò, quasi paradossalmente, viene asserito da Grozio pur sempre e solo nel segno del rispetto dell’autodeterminazione degli individui e della pluralità e storicità delle etnie . Resta tuttavia che queste, in tal senso, si trovano a tutti gli effetti a dover deliberare in condizioni di minorità e di estrema indigenza.



Note

[1] Al riguardo si vedano le osservazioni di F. TODESCAN, in Metodo.  Diritto.  Politica. Lezioni di Storia del pensiero giuridico, Bologna, Monduzzi, 1998, pp. 98-99.

[2] Cfr. H. GROTIUS, De Iure, cit., II, II, VI, [2], p. 192.

[3] Cfr. H. GROTIUS, De Iure, cit., I, III, X, [4], p. 111.

[4] Ibid., I, III, VIII, p. 103.

[5] Cfr. H. GROTIUS, De Iure, cit., I, I, III, [2], p. 31.

[6] Ibid., I, I, III, [2], p. 31.

 

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