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Autonomia della ragione e diritto


 Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 25 marzo 2003

Il diritto  naturale


Più che l’effettiva esistenza storica dello stato di natura a Grozio interessa la possibilità di esso; e ciò per quanto la natura non venga presa in considerazione in una prospettiva propriamente logica, ma reale, ossia per quanto attiene alla soggettività umana.

In tal senso non è tanto la mera razionalità, quanto il complessivo appetitus societatis, la naturale tendenza alla socievolezza che, costituendo l’irriducibile essenza dell’uomo, si intende lo spingano ad instaurare rapporti societari e a dar vita alla comunità politica.

E’ in virtù di tale concezione che Grozio paventa gli esiti estremi dell’individualismo giuridico: il diritto naturale si delinea non solo corrispettivamente alla razionalità e calcolo dell’utile individuale, bensì soprattutto in conformità alle istanze della natura socievole dell’uomo in generale. L’uomo, inteso aristotelicamente come sinolo di sensibilità e ragione, per conservarsi e realizzare al meglio le potenzialità insite nella sua natura, tende ad associarsi con i suoi simili. Ed è appunto nelle forme e modalità di estrinsecazione dell’appetitus societatis che solo si rendono esplicite le istanze di razionalità e i fini che attengono peculiarmente alla sua natura.

Forte della tradizione aristotelico-stoica e dei fondamenti giuridici romanistici, lasciata inoltre cadere ogni giustificazione giuridico-teologica, il diritto naturale quale “dictatum rectae rationis humanae”, inscindibilmente radicato nella razionalità e socievolezza della natura umana, risulta in tal senso l’insostituibile vinculum humanae societatis.

Se pertanto nello stato di natura, quale communio primaeva, tutte le cose dovettero appartenere in comune a tutti gli uomini e non esistevano ancora rapporti di subordinazione politica, in seguito alla corruzione dell’integrità e semplicità dei costumi e con il dilagare degli istinti egoistici, dell’avidità e depravazione, la condizione originaria viene meno. Mentre gli incessanti conflitti generatisi prevalemente per l’impossessamento dei beni inducono ad istituire necessariamente la proprietà come regime politico.

Diversamente dalle opere teologiche, in cui si individua nel peccato originale la causa determinante della decadenza dello stato originario, nel De Iure tale idea sfuma; d’altra parte gli effetti negativi dell’idea di caduta -nel capolavoro della maturità- vengono proiettati nell’affermarsi del regime di proprietà il quale, subentrando alla perdita della felicità originaria, viene presentato con una connotazione velatamente negativa. Questo infatti, come una sorta di  “male” minore generatosi ai primordi della storia, ha per fine se non altro di placare rapporti di violenza e di lotta incontrollabili.

Il male che inficia la storia viene in tal modo ad assumere una connotazione non più teologica, ma precipuamente giuridico-politica, la quale necessita perciò stesso di uno strumento di rigenerazione del medesimo genere. Se dunque la proprietà privata non è per Grozio una istituzione di diritto naturale, ma possiede una origine volontaria e contrattuale, - traendo dal patto che appunto la istituisce la sua stessa validità -, nondimeno si riconnette geneticamente alla natura (in quanto è principio di diritto naturale la norma che impone il rispetto dei patti).

 

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