planisphaerium copernicanum

Autonomia della ragione e diritto


 Bollettino telematico di filosofia politica
bfp
Home > Didattica > Autonomia della ragione e diritto
Ultimo aggiornamento 25 marzo 2003

In nota all’Assolutismo groziano

 

La visione del Seicento come di un contesto aggrovigliato di tendenze molteplici e contrapposte è quella più diffusa nella storiografia del periodo. Da ciò appunto la denominazione di “barocco” che, originariamente usata a connotare l’arte mediterranea e controriformistica, risulta particolarmente adeguata a rendere l’idea delle tendenze conflittuali del Seicento, quali: l’affermazione del diritto naturale e del potere assoluto; l’amore per l’indagine critico-scientifica e quello per la ricerca di una nuova forma di sapere che fosse ciò nondimeno radicato nella più autentica e inveterata tradizione; la tendenza verso la dimostrazione scientifico-razionale e la volontà di riconoscere costitutive e insopprimibili istanze naturalistiche

E’ in tale contesto organico di complessità che appunto si situa la riflessione eclettica di Grozio, animata dall’intento di definire la fonte del diritto, ovvero l’origine e i limiti del potere dello Stato, sia in rapporto agli altri Stati, sia nei confronti dei sudditi. Difendere lo Stato senza distruggere la comunità internazionale e d’altra parte garantire l’esistenza  della comunità internazionale senza inficiare la sovranità deI singoli Stati costituisce, in Grozio, una duplice e irrinunciabile istanza.

La fondazione filosofico-giuridica di tale progetto viene affrontata, dal pensatore olandese, sulla base di un dichiarato programma metodologico, che comprende i principi della legge naturale. Questi sono in sé altrettanto chiari ed evidenti di ciò che percepiamo attraverso i sensi esterni. Il carattere naturale e originario del diritto precede dunque lo Stato e ne vincola l’attività legislativa e politica: compito dello Stato è tutelare il diritto, assicurandone il godimento, e promuovere l’utilità comune, cui debbono sottostare i diritti individuali e gli interessi privati. Dotato di autonoma personalità giuridica, lo Stato non coincide con chi esercita concretamente la sovranità. Il potere politico viene in tal senso sottoposto al diritto naturale, al rispetto dei fini propri della comunità statale, alle leggi fondamentali che ne dettano la forma istituzionale.

Nondimeno queste tesi, che anticipano principi costituzionalistici, coesistono, in Grozio, con quelle dell’irrevocabilità giuridica del sovrano e dell’illegittimità della resistenza, che persistono, dando vita ad una prospettiva politica assolutistica . Ma in che senso è allora da intendersi l’assolutismo groziano? Questo è invero da concepire  tanto in rapporto al diritto naturale quanto al diritto volontario: si tratta cioè di un assolutismo “temperato”, legato a limiti e che si esplica, lo si è visto, ex natura negotii. A questo proposito va tenuto presente che lo Stato per Grozio non è un valore fine a se stesso, e non costituisce lo scopo della natura umana, ma esso è un mezzo per l’ottenimento e l’attuazione del diritto, di cui pure non è la causa, dal momento che quest’ultimo scaturisce direttamente dalla natura socievole (appetitus societatis) dell’uomo. L’atto poi mediante il quale la sovranità dello Stato prende vita è il patto consensuale che ne è quindi il titulum juris. In tale prospettiva parlando di validità del potere sovrano entro determinati limiti, non è tanto da intendersi nel senso che il potere del sovrano sia limitato da quello dei sudditi, ma più precisamente che sia determinato dalla potenza dei sudditi.

La sovranità statuale è infatti il risultato della somma dei diritti individuali, non la loro sottrazione. Conseguentemente tale diritto –in quanto risultato della somma- è direttamente e non inversamente proporzionale a quello dei suoi addendi.  Ne deriva che il limite della somma sarà né più né meno che la somma dei limiti dei singoli addendi. Per cui il diritto di violare il contratto in vista dell’utilità non va oltre il limite entro il quale la stessa utilità ha contenuto la rinuncia dei sudditi al loro proprio diritto individuale. In questo limite consiste appunto il contractus, ossia le clausole con le quali è stato effettuato, nel pactum, il trasferimento complessivo del diritto-potere degli individui, allo Stato. Gli individui non possono vedersi riservato nessun diritto di fronte allo Stato, salvo tuttavia la suprema lex, atta a garantire che tale trasferimento fosse finalizzato alla loro salute. Questa suprema lex è appunto il termine, il limite estremo del diritto sovrano, oltre il quale l’interesse pubblico del bonum commune, ossia il diritto civile, cesserebbe di essere “giuridico”; e ciò in quanto cesserebbe ipso facto di essere naturale.

In tal senso in Grozio è già segnata la via per una concezione moderna del patto politico entro i limiti e le esigenze del diritto naturale e del comune interesse.
Ora dal contratto – concepito come un modus se obligandi jure naturae -, scaturiscono appunto sia la sovranità statuale sia la legge civile, (jus civile); rispetto a quest’ultimo si può dire che un’azione sia giusta o ingiusta. Ma ciò si può dire rispetto ai sudditi, non al sovrano, il quale, essendo legibus solutus, non potrà essere accusato ipso facto d’ingiustizia in base alla legge civile. In rapporto al diritto civile dunque, e cioè per quanto concerne la promulgazione e l’interpretazione delle leggi, la loro abrogazione e il condono delle pene etc., il potere del sovrano è assoluto; e quindi di diritto positivo, non esiste titolo giuridico che giustifichi la disobbedienza dei sudditi.

Ma se, una volta costituito lo Stato, il cittadino è obbligato ad osservare senza riserve le leggi che da quella costituzione ricevono validità assoluta, non sono invece necessariamente valide e in assoluto le condizioni in base alle quali un certo stato si sia “storicamente” “costituito”: infatti proprio il bene comune in vista del quale fu appunto “costituito”, potrebbe esigere che esse non vengano mantenute. E’ in tal caso che può presentarsi la necessità della violazione del contratto. Occorre tuttavia in primo luogo chiarire che quella che in apparenza può sembrare una violazione del patto, ne è in verità l’attuazione, in quanto nella necessaria trasgressione delle clausole contrattuali relative a determinate circostanze, consiste in realtà proprio l’intenzione di un più perfetto adempimento della sostanza stessa del contratto. In questa prospettiva lo jus civile, che di quello naturale è appunto l’adempimento –in quanto formula o revoca le leggi positive a seconda della loro utilità-, rappresenta il naturale esecutore del contratto allorché ne integra la legge assoluta e immutabile con il contenuto variabile della legislazione positiva. Il che vuol dire, in altri termini, che il contratto, stipulato jure civili, è però valido jure naturae.

In tal senso il contratto non viene a rappresentare una limitazione del potere sovrano o un elemento atto a giustificare la resistenza ad esso da parte dei sudditi, ma rappresenta piuttosto le condizioni di mantenimento di esso e al tempo stesso esplicita le possibilità del suo perfezionamento giuridico-politico. Il contratto consiste allora, in definitiva, nelle condizioni in base alle quali un gruppo di persone decidono di trasferire il proprio diritto a un’assemblea o ad un’uomo in ragione dell’interesse e della pace della comunità; è  dunque certo che esse debbano essere violate quando risultano nocive o inefficaci ai fini del conseguimento del bene comune. Ma il giudizio su ciò non spetta ad alcun privato, bensì esclusivamente al sovrano. E ciò proprio in forza del diritto civile, per cui si riconosce che solo il detentore del potere sovrano può essere interprete di quelle condizioni, in quanto è il solo ad essere legibus solutus: perciò stesso ne è come “giuridicamente” autorizzato. Su quest’ultimo punto cfr. U. GROZIO, Il Potere, cit., cap. VI, § XIV, pp. 145-147.

 
Ricerche locali Notifica degli aggiornamenti