planisphaerium copernicanum

Autonomia della ragione e diritto


 Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 25 marzo 2003

Dalla critica al Cristianesimo al Cristianesimo critico


L’abbandono  della pretesa di pervenire ad una definizione del sacro per via puramente dimostrativa, promuove una concezione della sapienza cristiana come memoria, trasmissione di una tradizione che, criticamente depurata, viene ad assumere un valore decisivo.

Latitudinarismo (ampliamento cioè dello spazio dell’ortodossia in ragione inversa alla riduzione dell’ambito delle verità dogmatiche), e tolleranza sono le salutari conseguenze della cautela critica circa i limiti della conoscenza, della tesi circa la non dimostrabilità delle verità di fede e dell’acquisita consapevolezza di una loro polisemia che Grozio non esita a pensare come costitutiva, voluta da Dio quale  riflesso dell’infinita molteplicità di sensi di quella verità ch’egli stesso è.

“Verità” continua nondimeno a significare anche “certezza”, ma nessuna certezza può valere quale criterio assoluto di verità e, dunque, di quanto in una verità può vivere di “assoluto”, poiché ogni certezza è possesso per sua natura relativo, che non può essere acquisito e mantenuto come tale se non in un ambito specifico di indagine.

Non può esservi infatti procedimento universalmente cogente là dove naturalmente diversa si rivela la natura delle cose e l’irriducibile distanza tra linguaggio divino e linguaggio umano altra mediazione non consente se non quella, in linea di principio inesauribile, che può essere offerta dall’infinita ampiezza della naturale diversificazione storica della fede.

Nella tipica  prospettiva dell’irenismo erasmiano e melantoniano, e all’interno di una tematica segnata dai profondi mutamenti  della Riforma, vengono pertanto introdotte le principali questioni teologico-giuridico-politiche postesi alle soglie dell’Assolutismo moderno.

Tale è lo sfondo onto-teologico del problema politico, che si riflette in un’idea dello Stato come suprema “invarianza”, unità sovranamente coesiva del diverso, quale organismo, ovvero seconda natura che l’uomo costruisce a somiglianza della propria. Da ciò anche la necessità di mediare costantemente stabilità e vitalità, compattezza e varietà. Ricorrente è la risposta: per ciascuna cosa è bene ciò che la assume e conserva nella varietà del tutto del quale strutturalmente partecipa. In tal senso il sapere etico-  politico può e deve dirsi sapere religioso e più radicalmente ancora “teologico”, in quanto nel suo costante sforzo di unificazione “esprime” l’originaria e divina potenza dell’esistenza, la sua ricchezza, la sua infinità”. E tanto più la esprime quante più vie sa indicare, quante più connessioni è capace di mostrare. Ma teologico nell’ottica groziana, il sapere etico-politico (sapere che organizza e autorizza) lo è anche rispetto al fine precipuo che assume, ovvero la salvezza dei sudditi”. Se il pericolo di abusi da parte del potere statale non può essere escluso, resta tuttavia a far da criterio razionale di distinzione la misura umanistica che in Grozio si esprime attraverso la dottrina della modica theologia.

Un insieme di vincoli teologici e razionali si pone dunque a condizione e limite dell’Autorità Sovrana, per garantire che il suo potere, pur universale in quanto unitario, non si proponga come arbitrario o dispotico. Carattere costante di questi vincoli è la riaffermazione di una duplice dimensione dell’esperienza politica e religiosa, attraverso le corrispondenti distinzioni di pubblico e privato, di esterno e interno, di necessario e non necessario. Si può leggere in questa duplicità l’intenzione umanistica di replicare al gomarismo: all’unità intesa secondo il modello settario, al modo cioè di una identità esclusiva, si oppone il progetto di una unità politico-religiosa costruita conservando, col distinguere, anche la dimensione del differente. Così lo Stato nel De Imperio Summarum Potestatum circa sacra – appunto costituisce l’opera più importante della riflessione giovanile di Grozio – può essere intesa, da questo punto di vista, come la riposta decisiva al problema della limitazione del tollerare. L’Autorità Sovrana è bensì il soggetto che impone il limite; questa sua imposizione non è tuttavia incondizionata, ma è invece limitata da vincolo che gli sono propri e che rinviano alla necessità di garantire con la pace anche la diversità ordinata delle opinioni. Unità collettiva e differenza del particolare rinviano in tal modo l’una all’altra e determinano, con questo rinviarsi, un ambiguo equilibrio di potere e ragione.


 
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