planisphaerium copernicanum

Autonomia della ragione e diritto


 Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 25 marzo 2003
L’unità della verità tra “sensate esperienze” e “certe dimostrazioni”

Per comprendere appieno il significato che il termine natura viene ad assumere in epoca moderna e attorno al quale ruotano tutte le varie forme di sapere, non bisogna limitarsi ai contenuti particolari che essa viene ad assumere in campo propriamente scientifico. “Natura” non concerne semplicemente il mondo degli oggetti, ma è in un certo senso il tramite, la mediazione attraverso la quale, la soggettività umana prende sempre più coscienza di sé, della sua autonomia.

”Grozio supera in questo caso la scolastica più nel metodo che nel contenuto[…]. Si tratta di trovare una fonte della conoscenza giuridica che non scaturisca dalla rivelazione divina, ma si affermi in stessa, nella sua propria “natura”, e in virtù di questa si tenga lontana da ogni turbamento e mistificazione[…].

“Natura” non significa infatti l’ambito del mero essere “fisico”, dal quale si debba distinguere ciò che è psichico-spirituale; non indica il “materiale” rispetto allo “spirituale”. Questa parola non riguarda un essere di cose, ma mira all’origine e alla motivazione di “verità”. Alla “natura” appartengono tutte le verità che sono suscettibili di una motivazione puramente immanente, le quali non hanno bisogno di una rivelazione trascendente, ma sono per sé certe ed evidenti. Tali verità non si chiedono ora soltanto per il mondo fisico, ma anche per il mondo etico-spirituale: esse infatti fanno di entrambi un vero “mondo”, un cosmo che ha le sue basi e il suo centro di gravità in sé stesso”. Cfr. ERNST CASSIRER, La filosofia dell’Illuminismo, tr. it. di Ervino Pocar, Firenze, La Nuova Italia, 1989, pp.335-36. Natura e ragione sono una medesima cosa: l’una non può venir dedotta, né dimostrata senza l’altra. Né in questo loro autonomo rapportarsi sono contrarie alla divinità, ma ne rappresentano invece l’unica espressione adeguata. In tal senso la natura vale come possibile fonte di conoscenza per qualsiasi altra scienza; questo è del resto il presupposto unitario in cui si incardina il moto di rinnovamento spirituale contenuto nel pensiero di Galilei: “Alla critica della ragione “teoretica”, […] doveva seguire l’altra “pratica”. La filosofia moderna delle religioni e quella del diritto continuano ciò che ha iniziato la scienza matematica della natura; dobbiamo considerarle tutte insieme, se vogliamo apprendere il senso pieno del nuovo concetto di natura e osservarlo da tutti i lati”. Cfr. E. CASSIRER, Dall’Umanesimo all’Illuminismo, trad. it. di Federico Federici, Firenze, La Nuova Italia, 1995, p.162. Come Galilei afferma il concetto di natura quale unità di misura per l’intera scienza (in particolare per quella fisica), Herbert of Cherbury con il suo Tractatus de Veritate prout distinguitur a revelatione, a verisimili, a possibili et falso (Parigi, 1624), si avvale della natura come criterio unitario per quanto concerne la conoscenza religiosa. L’intelletto, inteso come un tutto unitario, costituisce lo strumento primario della providentia divina: grazie ad esso è possibile distinguere un vero eterno da ogni errore e illusione, il quale si esplica uniformemente in ogni sua manifestazione conoscitiva e, in particolare, nelle credenze religiose. Tale discrimine è con ogni evidenza presente anche nel Saggiatore di Galilei, uscito un anno prima del De Veritate (1623) dello Cherbury. Al di là dell’eterogeneità tematica dei due scritti - l’uno che espone una teoria intorno alla natura delle comete; mentre l’altro che tratta di un possibile e certo elemento di fede che abbia valore dimostrativo per tutte le religioni -, i due trattati concordano nell’asserire il carattere costante e necessario di ciò che deve essere definito come vero. A partire dall’affermazione di questo unitario criterio di verità, risulta che non tutti i fenomeni naturali/conoscitivi possono assurgere al medesimo grado di oggettività e verità. Da ciò appunto la distinzione galileiana tra:
a) qualità fondamentali, oggettive, della materia;
b) determinazioni accidentali, mutevoli, valide solo per-noi, ma non-per-la-natura.
Lo stesso principio che induce Galilei a discernere tra quanto è oggettivo e quanto soggettivo ritorna, con Cherbury, in ambito religioso: al di là delle singole religioni positive esiste una verità religiosa essenziale, che ricorre costantemente. Tale criterio è presente, tanto in campo teologico, quanto in quello giuridico, anche in Grozio: “Il nocciolo di quello che è e significa la giustizia, deve venir ricavato o in modo unitario e universalmente valido, dalle forze originarie della ragione umana, oppure rimarrà per noi precluso e per sempre ignoto. Galileo era andato alla ricerca di una unità di misura certa per il valore oggettivo dei fenomeni sensibili […]. Herbert of Cherbury eleva la medesima esigenza riguardo alle dottrine di fede in contestazione; e la sessa norma segue Grotius per le tesi di diritto nella loro immensa varietà e apparentemente illimitata mutevolezza. Egli trova […] il medesimo principio dell’invarianza”. Cfr. E.CASSIRER, Dall’Umanesimo all’Illuminismo, cit., p.167. Né ciò è da intendersi come una dichiarazione di ateismo: ma sia in Galilei, sia in Grotius si tratta di affermare una metodica delineazione di confini, in modo tale che, tanto il diritto, quanto la conoscenza scientifico-naturale possano trovare in se stessi il loro fondamento e la loro giustificazione. In tal senso si può dir che il sapere matematico è capace di conseguire un’evidenza assoluta e non relativa; ovvero un grado di cogenza e di necessità che lo uguagliano intensive al sapere divino. Con ciò stesso, in sede matematica, nella prospettiva galileiana, viene negato ogni rinvio metodologico-cognitivo alla trascendenza; sfumano altresì i confini tra intelletto finito e infinito. Come non seste per Galilei una doppia verità, in modo del tutto simile anche per Grozio, nello studio del diritto, occorre elevarsi ai vari assiomi, concependo nessi assolutamente necessari. Da questo punto di vista per entrambi, nonostante la diversità delle problematiche affrontate, si tratta in definitiva di fondare l'autonomia delle scienze naturali e quella del diritto.


 
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