planisphaerium copernicanum

Autonomia della ragione e diritto


 Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 25 marzo 2003

Tra fisica e teologia: assicurare una conoscenza stabile e verace del mondo


S’intende come la difesa dell’autonomia della scienza non si identifichi con una dichiarazione di ateismo, né corrisponda alla volontà di appiattire la trascendenza nell’immanenza, ma, ben diversamente, implica il proposito di recuperare, all’interno di quest’ultima, la profondità di un senso divino che nondimeno eccede le capacità conoscitive dell’uomo; ossia che è tale da non poter mai essere esaustivamente racchiuso entro i limiti della comprensione  umana.

In questa prospettiva appare del resto  assai meno dilemmatica la stessa posizione di Galilei  a proposito del rapporto matematica-esperienza: l’apertura all’esperienza assume infatti valore  per così dire integrativo rispetto al fondamentale matematismo, il quale  tuttavia, dati i limiti della conoscenza umana, non  consente di chiudersi  in un autosufficiente apriorismo matematico.

Al riguardo così commenta FRANCESCO BARONE in Immagini filosofiche della scienza , Bari, Laterza, 1985, p.94: “Anche riconoscendo come è in effetti, che il richiamo all’esperienza abbia in Galileo molto spesso il significato di voler muovere dall’osservazione  e controllare sperimentalmente le asserzioni scientifiche, ciò non implica affatto una diminuzione dell’importanza fondamentale del suo matematismo o il passaggio dall’implicito piano metafisico a quello strumentale.

Ma è invece la possibilità dell’intelletto umano[…] di non riuscire a fare i “calcoli giusti”, che non permette la chiusura in un apriorismo matematico autosufficiente. È, soprattutto, il modo di conoscenza umano, -“il modo col quale Iddio conosce le infinite proposizioni delle quali noi conosciamo alcune poche, è sommamente più eccellente del nostro, il quale procede con discorsi e con passaggi , di conclusione in conclusione, dove il suo è di semplice intuito”- che richiede la verifica sperimentale di quelle ipotesi a cui l’invenzione matematica ha dato corpo e significato. La dialettica di metodo “resolutivo” e “compositivo” ha nell’architettura rigorosa del reale, nelle capacità matematiche dell’intelletto umano e nei suoi limiti, la radice e il fondamento”. Per la citazione galileiana, cfr. GALILEO GALILEI, Opere, a cura di A. Favaro, Firenze, Barbera, 1890-1909, 20voll.; per il passo qui richiamato, in ID.,vol.VII, (1890), p. 129.

La posizione di Galilei sul rapporto tra verità rivelate e verità di ragione e di esperienza è esposta con particolare chiarezza in alcune lettere, denominate per il loro contenuto, Lettere copernicane, scritte nel vivo di quel dibattito e che si caratterizzano come un vero e proprio “manifesto” per la libertà della scienza. Negli scritti successivi, dopo l’“ingiunzione” ad abbandonare il copernicanesimo, Galilei apparirà più prudente, anche se ciò non basterà ad evitare la dura condanna, nel 1663,  del Dialogo sopra i due massimi  sistemi. Nelle lettere copernicane –tra le quali ricordiamo quelle a Padre Benedetto Castelli (1613) e alla granduchessa di Toscana (1615), alle tesi di chi difende il modello cosmologico tolemaico e quello di Tycho Brahe, - perché essi, a differenza di quello copernicano, appaiono in accordo con alcuni passi della Bibbia – Galilei oppone il convincimento  che sia necessario tutelare l’autonomia della ricerca scientifica rispetto a valutazioni a essa estranee e di ordine teologico.

 
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