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Autonomia della ragione e diritto


Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 25 marzo 2003

Ontologia e metodo in Galileo Galilei. Proprietà sensibili e geometriche: l’intervento della ragione nella spiegazione scientifica.

 

Con il Saggiatore,pubblicato a Roma nel 1624 per iniziativa dell’Accademia dei Lincei, Galilei interviene in una discussione che impegnava gli astronomi dal 1618, da quando cioè erano apparse in cielo tre comete. Il gesuita Orazio Crassi (sotto lo pseudonimo di Lotario Sarsi) aveva sostenuto, in polemica con Galilei e riprendendo la tesi sull’argomento dell’astronomo danese Tycho Brahe, che le comete sono veri e propri corpi celesti.

Polemizzando in maniera aspra con il gesuita, Galilei afferma invece erroneamente che il fenomeno delle comete debba essere spiegato con i riflessi della luce solare sui vapori dell’atmosfera terrestre. L’errore sulle comete non pregiudica tuttavia l’importanza del Saggiatore. L’opera, dedicata al neoeletto papa Urbano VIII, è infatti ricca di intuizioni metodologiche e filosofiche, che anticipano le acquisizioni del Dialogo e dei Discorsi e rappresentano una premessa ai successivi sviluppi del pensiero moderno.

In questo senso un particolare rilievo assumono due passi del Saggiatore. Nel primo, attraverso la celebre metafora del “libro” dell’universo, che deve sostituire i libri di carta sui quali si affaticano gli aristotelici, viene rivendicata la necessità che la filosofia si accosti direttamente alla realtà naturale e ne colga la struttura matematica.

All’idea che per filosofare sia necessario appoggiarsi all’opinione di qualche celebre autore, Galilei oppone il convincimento che la conoscenza della realtà non richieda il supporto di una sterminata erudizione, ma la disponibilità ad accostarsi con mente libera da pregiudizi all’immenso libro che continuamente ci sta aperto davanti agli occhi. Più esattamente così recita tale celebre passo: “La filosofia è scritta in questo grandissimo libro, che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intendere la lingua, e conoscer  i caratteri , ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica , e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola”. Cfr.Il Saggiatore, in Opere,cit., vol. VI, p. 232.

Nel secondo passo, l’approccio matematico e quantitativo ai fenomeni  naturali trova fondamento in una riflessione sulla natura stessa della sostanza. Galilei vi enuncia infatti la distinzione tra proprietà oggettive della sostanza, le quali le appartengono a prescindere dall’attività percettiva del  soggetto senziente, e qualità sensibili o accidentali .Mentre le prime hanno lo stesso statuto ontologico delle proprietà geometrico-matematiche (cioè figura, grandezza, numero, posizione nel tempo e nello spazio) e sono da considerarsi assolute, le seconde sono variabili e dipendono dall’incontro tra il nostro apparato percettivo e la struttura della sostanza. Questa concezione,che troverà sviluppo sistematico in John Locke (nella distinzione tra qualità primarie e secondarie), possiede un notevole rilievo in quanto segna la fine della dottrina aristotelica degli accidenti reali, secondo la quale anche le proprietà sensibili sono dati oggettivi, alla stregua di enti che appartengono alla realtà.

Nuovo significato vengono del resto ad acquistare anche le due cause tradizionali, la efficiente e la materiale. Nella prospettiva dell’indagine galileiana la causa efficiente non è più ricondotta, come invece in Aristotele, alla causa formale come a suo principio; bensì è risolta in un rapporto universale e necessario di elementi quantitativi. Mentre la materia, o causa materiale, diversamente da come veniva concepita dallo stagirita, lungi dall’essere intesa come un sostrato anomalo e accidentale, viene assunta come la condizione prima dei rapporti meccanico-matematici; e perciò stesso come quantità intelligibile.

Per dar ragione e spiegare i fenomeni naturali, osservazione ed esperienza non risultano tuttavia sufficienti. L’istanza scientifica di una ragione che sia tale da “filtrare” il materiale osservativo, superando l’indeterminatezza e l’intrinseca soggettività della percezione sensibile, ossia la .“formalizzazione” dell’esperienza attraverso la matematica, viene in Galilei a connettersi con la questione ontologica. In che senso ciò ha luogo?

Nello scienziato pisano la spiegazione fisica, la quale ha come presupposti i principi di regolarità, uniformità e semplicità della natura postula infatti anche un intervento costruttivo della ragione che si esplica nella formulazione di teorie e modelli matematici. La scienza galileianamente intesa non tende cioè a fornire soltanto una descrizione del fatto scientifico, o fenomeno, ma mira anche a determinare la legge naturale, in base alla quale esso si genera e si sviluppa, così da rendere possibile anche una previsione quanto al suo possibile svolgimento futuro.

Non per questo Galilei concepisce che la spiegazione scientifica debba implicare un’affermazione definitiva circa la causa ultima di un fenomeno come appunto voleva Aristotele. Ma considera invece sufficiente la determinazione quanto più possibile rigorosa del come un dato fenomeno si produca. In tal senso nella scienza galileiana il concetto-funzione subentra al concetto-sostanza: esso viene a definire una maniera d’essere che è propria del fenomeno nel suo manifestarsi in rapporto ad altro.

E ciò, sia per quanto concerne la forma accidentale o estrinseca di esso(determinata dalle condizioni spazio-temporali), sia per quanto attiene alla sua forma sostanziale o intrinseca. Questa distinzione non è tuttavia esente da problemi: come infatti poter intendere una maniera d’essere per la quale il fenomeno giunge a definirsi in se stesso, assumendosi come fondamento e parametro della verità di ogni altra estrinseca manifestazione fenomenica? Ciò è forse da intendersi come una ipostatizzazione indebita che trasforma iniziali assunti ipotetici in reali condizioni strutturali?

A tal proposito si è parlato di un Galilei platonico che entificherebbe la nozione platonica dell'eidos;, determinando così una sorta di ricaduta della scienza moderna in un acritico sostanzialismo metafisico; cfr. A. KOYRÈ, Studi galileiani,Torino, Einaudi, 1979, p.290: “Galilei nega il carattere “astratto” delle nozioni matematiche; e nega il privilegio ontologico delle figure regolari. Una sfera non è meno sfera perché è reale: i suoi raggi non sono inuguali per questo; altrimenti non sarebbe una sfera. Un piani reale  - se è un piano – è tanto piano quanto un piano geometrico: altrimenti non sarebbe un piano[…]. La forma geometrica è omogenea alla materia: ecco perché le leggi geometriche hanno un valore reale, e dominano la fisica. Ecco perché in un passo famoso del Saggiatore (in Opere, cit., vol. IV, p.232), Galileo dice che la natura parla con linguaggio matematico, un linguaggio le cui lettere e le cui sillabe sono triangoli, cerchi e rette. Perciò è in questo linguaggio che bisogna porre le domande: la teoria matematica precede l’esperienza.

Questa concezione implica, com’è ovvio, una visione completamente nuova della materia: questa non sarà più sostrato del divenire e della qualità; ma, al contrario, sostrato dell’essere inalterabile ed eterno. Si potrebbe dire che la materia terrestre è ormai promossa al rango di quella celeste. Così abbiamo visto la nuova scienza fisico-geometrica, la geometria fisica, nascere nei cieli, per discendere alla terra e risalire ai cieli. Dunque, per l’epoca galileiana, matematismo significa platonismo […]. Del resto che Galileo sia un platonico, è cosa che il Dialogo si preoccupa di rivelarci sin dall’inizio”.

Ora se è fuor di dubbio che in contrapposizione al concetto aristotelico di ousia, Galilei valorizzi la più genuina concezione platonica dell’ente che è tale solo nell’orizzonte dell’essere, ciò tuttavia non è nel senso di rinviare, come apparenza, ad un nucleo ontologico sostanziale che racchiuda in sé e fondi la verità dell’essere. Ma pur recuperando, sulla scorta di Platone, una scienza della natura costruita col linguaggio delle relazioni, delle proporzioni, dei numeri, delle figure, nondimeno il concetto geometrico-matematico di fenomeno presente in Galilei, non ha nulla in realtà a che vedere con l’entificazione del medesimo.

Pertanto nel far proprio l’asserto dell’idealismo platonico che tematizza l’essere come maniera d’essere, come relazione, proporzione, Galilei non giunge a ipostatizzarlo, ma intende rilevarne, in termini scientificamente rigorosi, le condizioni per cui esso risulta compatibile con le possibilità d’esperienza: solo entro tali limiti i fenomeni risultano infatti matematizzabili, secondo regole (ossia caratteristiche funzionali) costanti.

In Galilei l’essenza del fenomeno non rinvia dunque oltre di esso, ma cade nei limiti del fenomeno e consiste in regole di correlazione e determinazione geometrica e quantitativa, funzionali alla descrizione del fenomeno stesso. In tale prospettiva metodologica, la distinzione tra proprietà sensibili o accidentali e proprietà geometriche o sostanziali non assume perciò valore dicotomico, ma rinvia ad un’unica e medesima ratio essendi del fenomeno, che non viene pensata oltre di esso. Essa risponde piuttosto a istanze prettamente scientifiche che trovano in re un fondamento razionale da cui derivano la loro stessa specifica e particolare ragionevolezza così come la loro coerenza.

Così osserva al riguardo BARALE, in Immagini della ragione, cit., p.50: “Nel caso di Galilei, […]la teoria dell’essere non risponde ad una vocazione metafisica estranea alle ragioni della scienza, ma a istanze che nascono nell’ambito stesso di un programma scientifico: istanze di coerenza e fondatezza. Istanze di ragionevolezza e di razionalità. Poiché è difficile ritenersi ragionevoli senza porsi il problema di un fondamento in re della propria ragionevolezza: il problema della ratio, di ciò che una determinata ratio ci fa apparire come ragionevole. Proprio Galilei insegna che il problema di un fondamento in re non è necessariamente il problema di ciò che è oltre il fenomeno, di un essere da ricercare e riconoscere oltre ciò che appare. Il suo programma scientifico insegna che il problema dell’essere che l’ente è, il problema di una conformità dell’ente (il fenomeno) al proprio essere, si può porre anche nell’orizzonte dell’ente, del fenomeno, senza uscirne. La questione ontologica, di qua dalle opposizioni metafisiche che generalmente induce, ha una sua specifica dimensione epistemologica. Risponde innanzitutto ad una domanda di razionalità che la ratio della scienza classica non ha voluto eludere"


 
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