Un altro dono per Wikisource

wikisourceCome promesso, la nuova traduzione del frammento di Wilhelm von Humboldt dedicato all’università è stata donata a Wikisource. Dovendo scegliere fra fare uso pubblico della ragione e rivolgermi ai lettori, o ottenere medagliette dai funzionari governativi incaricati, in Italia, della valutazione di stato, ho preferito parlare con i primi, per i quali il mio lavoro può avere un senso culturale e non meramente classificatorio.

Faccio questa scelta consapevole delle sue conseguenze, che sono in sostanza l’annullamento di un potere accademico comunque servile, perché fondato sulla sottomissione. In questo caso il ripetitivo argomento che così rifiuterei di farmi valutare è particolarmente fuori luogo: Wikipedia è letta da tutti e può essere apertamente valutata da tutti, anche in modo molto severo.  La valutazione di stato, condotta da funzionari nominati, è invece – proprio come l’alchimia – sistematicamente segreta, 

Chi ha tentato di giustificare la valutazione di stato italiana ha sostenuto che i funzionari di nomina governativa si limitano a fotografare la prassi delle comunità scientifiche esistenti. Ma ciò significa che ogni volta che ci si adegua ai criteri imposti dall’ANVUR, lagnandosi in privato e inchinandosi in pubblico, si contribuisce a forgiare la propria catena, partecipando alla perpetuazione di un sistema fissato, in realtà, per  via amministrativa. Per questo sarebbe auspicabile che le scelte eterodosse, invece di essere solo  individuali e dunque testimoniali, diventassero collettive e dunque politiche.

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Ciò che non siamo: una conversazione sulle riviste scientifiche

Bozzetto per la copertina del volume Ossi di seppia di Eugenio Montale Einaudi Torino L’articolo di Marcello Vitali-Rosati Qu’est-ce qu’une revue scientifique? Et…qu’est-ce qu’elle devrait être?, in un ambiente più libero di quello italiano e forse anche con interlocutori migliori, si interroga sulla necessità e sulla funzione delle riviste scientifiche nell’ambiente digitale.

Secondo un modello che soltanto eufemisticamente possiamo chiamare ingenuo i ricercatori prima ricercano, poi scrivono e, concluso il loro lavoro, passano il cosiddetto prodotto della ricerca alle riviste, le quali hanno, in primo luogo, il compito di valutarlo scientificamente e di dargli una forma degna e, in secondo luogo, quello di diffonderlo.  Così, finalmente, si ottengono delle “pubblicazioni”. I ricercatori, è noto, se non pubblicano muoiono.

Chiunque, però, abbia una familiarità anche remota con la cosiddetta pubblicazione scientifica sa che:

  1. le riviste non si occupano affatto della valutazione e raramente dell’editing – lavori, questi, svolti graziosamente e gratuitamente da redattori e revisori di solito stipendiati, se lo sono, dalle università e non dagli editori;
  2. le riviste tradizionali non sono vocate a diffondere i testi, ma a prenderli in ostaggio, limitandone la circolazione: quanto nel mondo della stampa era un passaggio tecnologicamente ed economicamente obbligato ora è divenuto un ostacolo che non viene scavalcato solo grazie al feticismo della collocazione editoriale.

Come mai questo modello economico aberrante, nel quale chi lavora paga il datore di lavoro per l’onore di esserne sfruttato e trattenuto lontano dal pubblico, continua a sopravvivere? Se gli accademici fossero battitori liberi, smettere di mandare articoli alle riviste o – ancor meglio, smettere di scrivere articoli per comporre piuttosto ipertesti sezionabili, commentabili e linkabili – non apparirebbe eroicamente anticonformista, ma semplicemente razionale.

Allo stato, però, a causa di sistemi di valutazione della ricerca fondati sulla lettura delle testate delle riviste in cui gli articoli sono privatizzati,

è preferibile pubblicare un articolo stupido e inutile in una rivista che nessuno legge, ma dal nome noto, piuttosto che un testo intelligente e che sarà  letto da molti ricercatori, ma in un blog privo di valore simbolico.

Le prima età moderna, tuttavia, non ha inventato le riviste per questo. Le ha inventate per la comunicazione scientifica, cioè per formare comunità  in grado di conversare e di cooperare nella ricerca. La causa dell’aberrazione attuale è l’attaccamento a una soluzione ormai tecnologicamente ed economicamente inadeguata a rispondere al problema per il quale era stata pensata. Per uscirne occorrerebbe risalire, a ritroso, dall’atto alla potenza per riflettere sugli scopi originali delle riviste, e cioè:

  1. costruire comunità, cioè spazi organizzati tramite la comunicazione;
  2. mettere la conversazione al centro, cioè creare zone di dialogo: la diffusione è un compito ormai banale, ma la discussione attenta dei testi lo è sempre meno;
  3. creare modelli di semi-stabilizzazione della conoscenza.

Queste tre fasi sono distinguibili soltanto analiticamente, perché sono reciprocamente interconnesse in un processo che chi prendesse sul serio il lavoro della ricerca dovrebbe considerare. Le tecnologie digitali – e in particolare il web semantico – consentono di costruire strumenti di indicizzazione e di ricerca che si estendono al di sopra e al di là dei singoli siti, aprendo spazi di discussione e comunicazione decentralizzati, nei quali risulta manifesto che fare ricerca – discutere, connettere, rivedere – è molto più che “pubblicare”.

L’articolo di Marcello Vitali-Rosati, sebbene il suo tema non sia nuovo, mette in luce con chiarezza quanto una valutazione della ricerca incentrata sui prodotti invece che sui processi impedisce, anche quando pretende di esserne un distillato: la formazione di comunità di conoscenza  che sanno valutare la propria ricerca facendola. A noi resta soltanto da chiederci se la distopica alleanza di Big Business e Big Government, con i suoi interessi di lucro e di potere, si adoperi per disgregare le comunità e impedire le conversazioni che hanno edificato la scienza moderna per imperizia, per caso o per deliberato progetto. 

Testo segnalato da Elena Giglia

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“Il peso del corpo sulla bilancia della giustizia”

Immagine: copertina del libroLa nostra collana Methexis si è arricchita di un nuovo libro ad accesso aperto, curato da Brunella Casalini e reso disponibile dall’archivio “Giuliano Marini”.

Non è storicamente vero che basti concepirsi come soggetti disincarnati e astratti perché i corpi divengano ugualmente leggeri. I corpi di alcuni, rimangono, infatti, irrimediabilmente pesanti, in quanto non corrispondono, o non si vogliono far corrispondere, al modello assunto come normale. Ecco, per esempio, quanto scriveva Giovanni Gentile nel 1934 (La donna nella coscienza moderna)

«La donna non desidera più i diritti per cui lottava [. ..] (si torna) alla sana concezione della donna che è donna e non è uomo, col suo limite e quindi col suo valore […]. Parlare di spirito non libera la donna dalla sua naturale sessualità, ma ve la incatena […]. Perché l’elevazione di questo (lo spirito) non potrà mai influire su quello (il corpo), che resterà sempre lo stesso con la materialità greve e massiccia che la donna trascinerà seco per tutta la vita come il suo destino. Nella famiglia la donna è del marito, ed è quel che è in quanto è di lui.

I saggi raccolti in questo volume, presentati da una lunga introduzione della curatrice,  parlano di questo peso – di una materialità molto difficile da affrontare con coerenza sia che la si intenda come dato di fatto giustificatore di discriminazione, sia che la si voglia far oggetto di una effettiva ricognizione filosofica e politica.

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Un nuovo ospite: il Wiki Italia Open access

Logo Aisa Da qualche giorno il wiki del “Bollettino telematico di filosofia politica” ha un nuovo, graditissimo ospite: il wiki dedicato all’open access in Italia, che per molto tempo ha girato su un server CASPUR successivamente passato al Cineca.

Il wiki si trova ora all’indirizzo

http://wikimedia.sp.unipi.it/index.php/OA_Italia.

Tutti i dettagli sono visibili sul sito dell’AISA, nella notizia scritta da Paola Gargiulo.

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