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Agorà o museo? Una proposta di legge per l’accesso aperto

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1. Scienza aperta: non solo una questione di soldi Particolare della Scuola d'Atene di Raffaello

La proposta di legge del deputato Luigi Gallo del Movimento 5 Stelle affronta un problema tanto importante quanto, in Italia, trascurato e travisato: l’accesso di tutti noi alle pubblicazioni scientifiche.

Che siano leggibili solo a pagamento è uno scandalo ingiustificato e persistente. Gli autori scientifici, infatti, non ricevono un compenso dalle riviste di settore per quanto vi scrivono; e non lo ricevono i colleghi che, con i loro pareri, selezionano i testi meritevoli di essere pubblicati. Non sono gli editori a pagare il loro stipendio e a finanziare la loro ricerca, bensì le tasse e le imposte degli studenti e dei contribuenti italiani, i quali, però, devono pagare di nuovo gli editori o tramite il denaro pubblico speso dalle biblioteche per gli abbonamenti, o direttamente di tasca loro per accedere ai risultati di quanto è stato prodotto con i loro soldi. Non è solo e in primo luogo una questione economica: la liberazione della ricerca dal segreto, perché le sue tesi siano pubblicamente sperimentabili, dimostrabili e discutibili, è un aspetto essenziale della rivoluzione scientifica moderna. Come potremmo, per esempio, essere ragionevolmente certi dell’efficacia e della sicurezza di un vaccino se i risultati della sua sperimentazione e i dibattiti sul loro significato fossero accessibili solo a pochissimi?1

Il testo scientifico – si potrebbe obiettare – anche quando non viene stampato su carta, ma diffuso on-line, richiede pur sempre la mediazione di un servizio editoriale. Perché la sua remunerazione dovrebbe essere scandalosa? E perché mai le biblioteche, se i prezzi di abbonamento sono troppo alti, non abbandonano gli editori più esosi per rivolgersi a concorrenti più convenienti? O, ancora, perché i ricercatori non si lasciano alle spalle le multinazionali dell’editoria per pubblicare i loro articoli sui server che molte università ed enti di ricerca, italiani e europei, rendono disponibili, usando al meglio quanto – in Italia e in Europa – esiste già?

George Monbiot, in un recentissimo articolo su The Guardian, ricorda che metà della ricerca mondiale viene pubblicata da cinque concentrazioni editoriali – nessuna delle quali italiana – vale a dire Reed Elsevier, Springer, Taylor & Francis, Wiley-Blackwell e l’American Chemical Society, la cui posizione dominante2 rende loro possibile imporre alle biblioteche prezzi di abbonamento altissimi, mentre i lettori che non ne sono utenti possono consultare singoli articoli on line solo pagando cifre sproporzionate. Un malato di cancro che volesse compiere scelte informate sulle proprie alternative terapeutiche finirebbe per dover sborsare parecchie migliaia di euro. Un ricercatore di un paese povero o di un’istituzione sottofinanziata, in un mondo di scienza chiusa, semplicemente non potrebbe fare il suo lavoro.

L’università statale di Milano ha una sua piattaforma di riviste che possono essere lette gratuitamente da tutti il cui costo ammonta a 6000 euro l’anno. Un’università di dimensioni paragonabili, quella di Padova, pagherà invece l’accesso quinquennale dei suoi docenti e studenti alle riviste in formato elettronico edite dall’oligopolista Elsevier con 7.386.312 euro, a cui va aggiunto un 4% di IVA.3 Non a caso, i grandi consorzi bibliotecari di alcuni paesi europei, in Germania, Francia e Svezia, spalleggiati dalle conferenze dei rettori locali, stanno cambiando orientamento: gli editori scientifici commerciali vanno trattati come fornitori di servizi per una comunità scientifica che desidera mettere le sue opere a disposizione di tutti, senza imporre costi ai lettori.4 Se questi servizi sono offerti a prezzi troppo alti, conviene smettere di negoziare con loro per pubblicare ad accesso aperto altrimenti, altrove.

Ribellarsi così in Italia era e rimane difficile, e non solo per timidezze non del tutto spiegabili,5 ma per l’effetto combinato delle norme sul diritto d’autore e del sistema di valutazione della ricerca imposto dallo stato, tramite un’agenzia di nomina governativa, l’ANVUR. Le scienze fisiche, mediche, matematiche e tecnologiche6 vengono infatti valutate tramite algoritmi fondati sul numero di citazioni ricevute dai loro articoli. Il loro conteggio, oggetto di una disciplina recente detta bibliometria, avviene sulla base di due banche dati chiuse e proprietarie delle quali la prima, Scopus, appartiene, in conflitto di interessi, all’editore oligopolista Elsevier, e la seconda, Clarivate Analytics, più nota col suo nome originario, ISI,7 a un fondo d’investimento speculativo asiatico. L’uso di queste banche dati è stato ed è all’origine della spirale dei prezzi dei periodici che ancora affligge le nostre biblioteche: le riviste in esse incluse sono infatti troppo importanti per la carriera dei ricercatori perché si possa rinunciare ad acquistarle. Anche se questo sistema, fuori d’Italia, è sempre più spesso in discussione, le nostre università e i nostri enti di ricerca, sottomessi alla bibliometria di stato, non hanno la forza di farlo.8 E gli autori loro dipendenti non hanno per lo più la capacità – e talvolta neanche la consapevolezza – di negoziare con gli editori per evitare di ceder loro, e gratis, la totalità dei propri diritti, a scapito di tutti noi – lettori, ricercatori, pazienti, studenti, cittadini.

2. La legge del 2013 e i suoi limiti 9

Non volendo o non potendo sciogliere i due vincoli che incatenano la maggioranza dei ricercatori agli oligopoli editoriali – la valutazione di stato e il copyright – i commi 2, 3 e 4 dell’art. 4 della legge 112/2013 percorrono una via obliqua, quella della tutela degli articoli scientifici in quanto beni culturali.10 Questa strada, anche se, cinque anni fa, poteva apparire obbligata, espone i testi scientifici al rischio di essere rappresentati come oggetti da museo, da visitare e conservare, e non come discorsi di persone impegnate in una conversazione ancora in corso, da leggere, 11 discutere, criticare, rielaborare e collegare.

La norma obbliga i “soggetti pubblici preposti all’erogazione o alla gestione dei finanziamenti della ricerca scientifica” a promuovere l’open access ai risultati della ricerca finanziata almeno al 50% con fondi pubblici, o favorendo la pubblicazione degli articoli che li documentano in riviste che pubblicano ad accesso aperto, o tramite la ripubblicazione senza fini di lucro in archivi elettronici istituzionali o disciplinari, entro 18 mesi dall’uscita per le aree scientifiche, tecniche e mediche, e 24 per le scienze umane e sociali.

I termini della Raccomandazione europea 2012/417/UE del 17 luglio 2012, in conformità alla prassi internazionale, erano invece rispettivamente di 6 e di 12 mesi. In Italia, il legislatore, per motivi poco chiari, li ha raddoppiati per le discipline umane e sociali e addirittura triplicati per le altre scienze. Molto appropriatamente il disegno di legge Gallo accorcia questi termini, riconducendoli alle scadenze europee.

Il dettato “obbligatorio e programmatico” della norma non tocca il copyright vigente e non si rivolge ai ricercatori, bensì alle istituzioni che li finanziano. Queste ultime devono elaborare propri regolamenti e affrontare – nel silenzio della legge – complicati negoziati con gli editori. Per quanto gli oneri di un accesso aperto così concepito spettino alle istituzioni, ne fanno le spese anche i ricercatori, non solo perché la complessità amministrativa ricade indirettamente su di loro, ma soprattutto perché, a dispetto di ogni retorica sul diritto d’autore, nel gioco asimmetrico fra istituzioni ed editori gli autori hanno – come nell’età dei privilegio librario – un ruolo esclusivamente passivo.

Una delle più diffuse giustificazioni del diritto d’autore si fonda sul riconoscimento della creatività individuale: il mio contributo alla cultura umana merita di essere compensato socialmente con l’attribuzione di un monopolio temporaneo sul suo sfruttamento economico. La legge del 2013, però, sembra assimilare gli autori scientifici ai defunti le cui opere sono raccolte e conservate nei musei e sono sfruttate da terzi almeno fino a settant’anni dalla loro morte. In effetti la differenza fra i vivi e morti è ben poca in un sistema che riduce i ricercatori a meccanici addetti alla ricerca, i cui testi, fuori dal loro controllo, regalati agli oligopolisti dell’editoria commerciale, vengono valutati, indipendentemente dal loro contenuto, sulla base di (meta)dati proprietari e di algoritmi di stato.

3. Il disegno di legge Gallo

Luigi Gallo cerca meritoriamente di modificare una regolamentazione che, già dopo cinque anni, appare inadeguata. Ci si deve però chiedere se non sarebbe preferibile ricominciare da capo, invece che affaticarsi a raddrizzare la disciplina obliqua e timorosa risalente al 2013. La sua lettera, infatti, non imbalsama solo gli autori, ma anche la forma delle loro opere, parlando esclusivamente di riviste e di articoli, come se queste forme di pubblicazione, fiorite nell’età della stampa, fossero l’espressione essenziale della scienza. Il disegno di legge Gallo, appropriatamente, aggiunge agli articoli anche “l’eventuale materiale audio e video” ad essi allegato. La rivoluzione digitale però – dagli ultimi decenni del secolo scorso – sta moltiplicando i generi letterari con i quali un ricercatore può esprimersi, tanto che è possibile immaginare un mondo senza più riviste né articoli, o con riviste e articoli alterati al punto di risultare quasi irriconoscibili.12 La legge del 2013, anche se emendata, rischia di rimanere involontariamente retrograda.

Similmente retrograda può apparire la menzione delle due vie all’open access, quella “verde” del deposito di articoli originariamente usciti in riviste ad accesso chiuso in archivi accessibili a tutti e quella “aurea” delle riviste nativamente ad accesso aperto. Il movimento per l’accesso aperto, infatti, aveva pensato queste due vie come espedienti per aprire la scienza in un momento in cui, proprio come nella tarda età della stampa, il medium privilegiato della comunicazione scientifica era ancora l’articolo su rivista.13 Non sarà sempre necessariamente così: gli archivi aperti, per esempio, potrebbero diventare il luogo della prima pubblicazione, o lasciando il compito della selezione, segnalazione e revisione a overlay journal che operano su oggetti già pubblicati, o contenendo essi stessi dei moduli per discuterli, criticarli e valutarli, o qualcos’altro ancora che non riusciamo a immaginare.14 In una simile situazione, una norma che menzionasse testi, audio e video senza ulteriori specificazioni sarebbe meno esposta all’obsolescenza.

Un simile mancanza di generalità e astrattezza si ravvisa, in particolare, nel comma 2-ter del disegno di legge Gallo, che riguarda i testi pubblicati in riviste nativamente ad accesso aperto:

2-ter. È nullo il contratto di edizione se l’editore della pubblicazione realizzata secondo le modalità di cui al comma 2, lettera a), ha ceduto il diritto di sfruttamento a terzi. Il contratto di edizione è altresì nullo se uno o più autori della pubblicazione realizzata secondo le modalità di cui al comma 2, lettera b), hanno ceduto il diritto di sfruttamento esclusivo.

La preoccupazione che ha probabilmente ispirato l’estensore è che editore e autore siano esposti alla tentazione di “richiudere” i testi usciti in riviste ad accesso aperto cedendone i diritti di sfruttamento a terzi. La loro libertà contrattuale, perciò, viene limitata: questa clausola, però, oltre a introdurre una disparità di trattamento a favore di coloro che, pubblicando nativamente ad accesso chiuso, seguono la via “verde” dell’auto-archiviazione, può essere facilmente elusa, per esempio con la cessione al primo editore di un diritto esclusivo di pubblicazione, e non di sfruttamento, modulabile a suo arbitrio. Una simile modifica, se diventasse legge, rischierebbe di essere peggiorativa rispetto alla pur discutibile disciplina esistente: gli editori potrebbero, infatti, rendere gli articoli accessibili solo temporaneamente, a scopi pubblicitari, per poi far pagare i lettori come e più delle riviste ad accesso chiuso.

4. Per i vivi, non per i morti: la proposta dell’AISA

La letteratura scientifica è tenuta prigioniera da due catene: il privilegio editoriale e la valutazione di stato. Una legge che voglia promuovere la scienza aperta senza cercare di spezzarle rischia di essere poco efficace se non addirittura controproducente.

L’Associazione italiana per la promozione della scienza aperta suggerisce di sciogliere la catena del privilegio editoriale per favorire l’autore, che oggi, nel gioco della comunicazione scientifica, è la parte più debole, emancipando l’uso pubblico dei suoi testi. Come già fatto in Germania, nei Paesi Bassi e in Francia,15 basterebbe aggiungere un articolo alla legge sul diritto d’autore per assicurare a chi fa ricerca con un almeno parziale finanziamento pubblico il diritto di ripubblicare gratuitamente i suoi testi, immediatamente se il suo editore è ad accesso aperto o dopo un periodo di tempo non superiore a un anno se è ad accesso chiuso. In questo modo i ricercatori potrebbero mettere le loro opere a disposizione di tutti, tramite la rete degli archivi aperti istituzionali e disciplinari, spontaneamente o su invito degli enti d’appartenenza, senza le complicazioni burocratiche e negoziali della disciplina attuale.

Mentre la legge tedesca riguarda solo gli articoli, la proposta dell’Aisa include anche i libri, che spesso, soprattutto nelle scienze umane e sociali, sono finanziati interamente dal pubblico; e però, come spiegato sopra, potrebbe essere resa più generica, coinvolgendo anche audio e video di carattere scientifico.

Art. 42-bis (L. 22 aprile 1941, n. 633, Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio)

1. L’autore di un’opera scientifica che sia il risultato di una ricerca interamente o parzialmente finanziata con fondi pubblici, come un articolo, una monografia o un capitolo di un libro, ha il diritto di riprodurre, distribuire e mettere a disposizione gratuita del pubblico la propria opera nel momento in cui l’editore l’abbia messa a disposizione gratuita del pubblico o dopo un ragionevole periodo di tempo, comunque non superiore a un anno, dalla prima pubblicazione. L’autore rimane titolare di tale diritto anche qualora abbia ceduto in via esclusiva i diritti di utilizzazione economica sulla propria opera all’editore o al curatore. L’autore nell’esercizio del diritto indica gli estremi della prima edizione, specificando il nome dell’editore.

2. Le disposizioni del primo comma sono di ordine pubblico e ogni clausola contrattuale che limiti il diritto dell’autore è nulla.

Per l’Aisa il diritto d’autore deve tornare a essere in primo luogo il diritto dell’autore: il cosiddetto “copyright editoriale” è un diritto soltanto derivato che diventa un privilegio da superare quando non è più al servizio della comunità scientifica allargata e delle sue esigenza di pubblicità. La libertà delle arti e delle scienze e del loro insegnamento, tutelata dall’articolo 33 della costituzione italiana, non può essere subordinata a interessi meramente amministrativi e commerciali.

A differenza che nel disegno di legge Gallo, il limite posto alla libertà contrattuale non è a garanzia di una politica, ma di un diritto costituzionalmente riconosciuto. Come può il sapere essere libero se gli studiosi sono incatenati al privilegio editoriale?

Nella proposta dell’AISA lo spazio delle arti, delle scienze e dell’insegnamento non è il museo della legge del 2013 bensì un’agorà in cui persone ancora vive insegnano, imparano, dimostrano, discutono, si criticano e si valutano da pari a pari,16 diffondendo “lo spirito di una stima razionale del proprio valore e della vocazione di ogni essere umano a pensare da sé” (I. Kant, AK VIII, 36) Molti – studenti, insegnanti, inventori, appassionati, imprenditori, pazienti e medici di base – hanno un interesse immediato per questo o quel risultato della ricerca: ma a tutti quanti rifiutano di ridursi a ingranaggi di una macchina dallo scopo oscuro preme partecipare, come possono e vogliono, all’esercizio d’indagine. In questo senso, la libertà dei ricercatori è la libertà di tutti noi: e in questo senso, per i vivi e non per i morti, per l’agorà e non per il museo, merita di essere riconosciuta e difesa dal parlamento italiano.

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Giuliano Marini traduttore dei “Lineamenti di filosofia del diritto” di Hegel

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Giuliano Marini con C.A.CiampiLineamenti di filosofia del diritto. Diritto naturale e scienza dello stato in compendio (1821) è l’opera che Hegel dedicò alla parte della propria filosofia che egli chiamava anche il ‘sistema dello spirito oggettivo’, un’opera che in Italia ha trovato lunga e meritata fortuna. A trent’anni dall’uscita, e a dodici dalla scomparsa di Giuliano Marini, l’importante studioso pisano che la ritradusse per la Biblioteca Universale Laterza, le eredi e l’editore hanno deciso di metterne a disposizione del pubblico (sotto licenza Creative Commons) la versione digitale. Si tratta di una scelta che va salutata con un sentimento di profonda gratitudine, perché restituisce al dominio pubblico uno dei classici imprescindibili per la formazione filosofica moderna, un’opera ancora oggi letta e citatissima. Per averne una conferma basti ricordare che, come ebbe a scrivere lo stesso Marini nella Premessa del traduttore alla prima edizione, si tratta dell’unica parte del sistema che, assieme alla Scienza della Logica (1812, 1816), Hegel “sentì il bisogno di sviluppare in volume separato”, e l’unica opera data alle stampe nell’intero periodo berlinese (p. XII).

In Italia, la centralità dei Lineamenti per gli studi filosofici e filosofico-giuridici fu chiara immediatamente: la Filosofia del diritto fu tra i primissimi testi hegeliani a trovare una traduzione nella nostra lingua, che in principio venne predisposta da Antonio Torchiarulo e apparve nel 1848. Alla traduzione del Torchiarulo nel 1863 fece seguito una successiva traduzione di Antonio Novelli, e infine di Francesco Messineo, la quale, licenziata alla fine del 1912, uscì nell’anno successivo per la ‘crociana’ Biblioteca Universale Laterza e fu poi variamente riedita fino al 1979. Quando Giuliano Marini si accinse al difficile compito di fornire al lettore italiano una nuova traduzione di questa fondamentale opera hegeliana, quello di Messineo appariva già un lavoro molto invecchiato, per le varie ragioni che Marini stesso spiegò nella sua Premessa (p. XXI). Alla fine degli anni settanta lo studioso italiano aveva davanti a sé un testo bisognoso di una revisione radicale, tanto per ragioni legate alla naturale evoluzione della lingua, quanto per motivi più sostanziali, dovuti al tecnicismo del linguaggio di Hegel, la cui comprensione, nel frattempo, aveva avuto un affinamento ragguardevole, grazie anche al risveglio degli studi hegeliani tra gli anni sessanta e gli anni settanta. E tale complesso semantico attendeva di essere reso con nuove parole nelle lingue differenti dal tedesco; tutte ragioni, queste, che sconsigliavano di rimettere le mani sul testo del 1912 e che invece suggerivano un impegno ex novo.

La nuova traduzione di Marini avrà due edizioni: la prima, del 1987, che vide la luce dopo un decennio di duro lavoro, alla fine del quale – come scrisse Claudio Cesa, maestro di studi hegeliani in Italia, “non c’era parola che Marini non avesse scrupolosamente soppesato”, con la “precisa consapevolezza che bisognasse restituire il significato autentico dei testi”. Essa ebbe cinque ‘riedizioni’, l’ultima delle quali nel 1996; successivamente, Marini accettò di darne una Nuova edizione riveduta, quella che l’archivio “Giuliano Marini” ripropone in versione digitale. Rispetto alla prima, la seconda edizione variava, oltre che per “alcune modifiche,… quasi tutte di carattere formale” (p.VI), soprattutto per il fatto di essere stata accresciuta dalle Aggiunte (Zusätze) di Eduard Gans, ovvero i brani che questi – amico e discepolo di Hegel – aveva tratto dalle Lezioni di filosofia del diritto tenute dal filosofo quasi ininterrottamente nel periodo berlinese, fino al semestre invernale 1824/25. Seguendo gli appunti manoscritti di H. Hotho e di K. J. v. Griesheim, Gans aveva inserito questo materiale spurio nelle proprie edizioni della Filosofia del diritto (1833, 1840), predisposte per la raccolta completa degli scritti hegeliani curata da Karl Hegel, figlio del filosofo. In tal modo, Gans finì col costruire la versione definitiva della Rechtsphilosophie, ripresa poi nelle varie edizioni ottocentesche e novecentesche, e giunta quindi ai giorni nostri. Qui è inutile intrattenersi sulle ragioni per le quali Marini aveva scelto di non tradurre le Aggiunte nella prima, per poi invece inserirle nella nuova edizione del 1999 – egli stesso ce ne dà notizia nella Avvertenza alla seconda edizione (p. V) -; le Aggiunte furono tradotte da Barbara Henry, arricchendo il già consistente volume laterziano e fornendo al lettore contemporaneo, per completezza e rigore filologico, un’opera assolutamente paragonabile (se non perfino in anticipo sui tempi) a quella delle traduzioni nelle altre lingue europee.

A questo proposito c’è da sottolineare che, quando sul calare degli anni settanta Giuliano Marini iniziò il suo lavoro di traduzione, e ancora nel momento in cui quest’ultima apparve in libreria, il quadro sinottico della Filosofia del diritto in lingue diverse dall’originale era quantomai ristretto (anche su questo punto si veda la sopracitata Premessa, pp. XIX ss). Per quel che riguarda l’italiano si è già ampiamente detto; si deve aggiungere soltanto che nel 1996 – quindi circa un decennio dopo quella di Marini – sarebbe apparsa l’ulteriore versione di Bompiani, a cura di Vincenzo Cicero, cui lo stesso Marini fece cenno nell’Avvertenza del 1999 (p. VIII) -. Lasciando da parte l’italiano e spostandoci all’estero, prima del 1987 il traduttore poteva contare soltanto su pochi solidi esempi: in primo luogo l’importante precedente di Thomas Malcom Knox, che nel 1952 (e nel 1967 in seconda edizione) della Rechtsphilosophie aveva approntato un’ottima traduzione in lingua inglese per Oxford University Press, tuttora in commercio e ancora ampiamente utilizzata; c’era poi la traduzione francese del grande studioso del diritto naturale moderno Robert Derathé (Vrin, 1975), e infine c’era l’edizione in spagnolo di Juan Luis Vernal (Editorial Sudamericana, 1975). Sono queste le versioni che Marini aveva tenuto in considerazione, tutti lavori che certamente avevano dato un nuovo smalto al testo hegeliano tradotto rispetto alle versioni della prima metà del secolo – quella di Samuel Waters Dyde (London: George Bell & Sons, riedita nel 2005 da Abbot), addirittura del 1896, e quella di André Kaan (Gallimard, 1940), soprattutto – ma che rispetto a quella di Marini ancora risentono dei canoni precedenti, i quali alla fedeltà letterale preferivano la chiarezza del dettato, sì da farne per molti versi “più una parafrasi e un’interpretazione che una traduzione” (p. XIX). Solamente più tardi sarebbero arrivate, per le rispettive lingue, le versioni di Hugh Barr Nisbet (Cambridge University Press, 1991) e da ultimo di Alan White (Hackett, 2002) e, quasi in contemporanea, le versioni di Jean François Kervégan (Presses Universitaires de France, 1998) e di Jean-Louis Vieillard-Baron (Flammarion, 1999).

Sulla specificità dell’approccio di Marini all’opera di traduzione, e sull’atteggiamento ermeneutico che esso implicava ci sarebbe molto da scrivere – e non mancheranno certamente le occasioni per tornare a farlo. Certo è che un tale metodo dette il meglio di sé proprio con Hegel, restituendo un contributo che nei fatti non aveva pari, e non solo in Italia, se non risalendo a miliari esempi del genere, come la traduzione della grande Enciclopedia da parte di Benedetto Croce, “dalla quale data (1907) – Marini scriveva – può farsi incominciare la storia delle traduzioni italiane di Hegel” (p. XX); oppure quella della Fenomenologia dello spirito di Enrico De Negri (1933-36) o della Scienza della Logica di Arturo Moni (1925). Del resto, era proprio su questa linea che lo studioso pisano intendeva collocarsi, come ancora ci teneva a ribadire nel 1999 (p. VII); a ciò aggiungerei qualche battuta sullo stile, esemplare per l’aver rispettato il periodare “rigoroso e coinciso” del filosofo, e al contempo direttamente impegnato alla comprensione del testo, e senza inutili artifici. Per tutte queste ragioni, oggi possiamo senz’altro dire che, nelle modalità in cui Marini ha affrontato la pagina hegeliana, sopravvive lo spirito di una operazione ermeneutica, se non la lettera, da lui esplicitamente respinta come metodo per la traduzione, a beneficio del metodo del ‘calco’ (p. VII, pp. XX-XXII).

Rispetto agli anni, cronologicamente neppure così lontani, nei quali veniva proposta la nuova versione italiana dei Lineamenti il panorama filosofico del nostro paese è molto cambiato. Se lo Hegel di Marini, soprattutto nel periodo in cui cadeva la prima edizione, per molti versi si trovava ancora all’interno della Hegel-Renaissance che aveva indirizzato la Hegel-Forschung a partire dagli anni sessanta del secolo passato (del 1961 è l’uscita del primo volume della rivista “Hegel-Studien”, e l’anno successivo viene fondata la Internationale Hegel-Vereinigung, due imprese nate sotto l’attenta direzione di H.-G. Gadamer), già nel primo decennio del nuovo secolo questa spinta andava decisamente esaurendosi. Attualmente, il panorama filosofico internazionale si muove all’insegna di interessi diversi, spesso agli antipodi rispetto a ciò che fu definito ‘idealismo’. In aggiunta, va ricordato che l’opera di Marini – e non solo quella di traduttore – si muoveva in una prospettiva vicina allo storicismo, nella sua versione post-crociana soprattutto, mentre la filosofia italiana attuale (e quella politica in particolare) vive per lo più di contenuti d’importazione, prevalentemente anglosassone e in misura minore francese. E qui non si vuol dire che tutto ciò sia un male o un bene, ma semmai sottolineare il mutato segno dei tempi. Nondimeno, crediamo che lo Hegel filosofo politico e del diritto che s’impone attraverso la sapiente mediazione di Giuliano Marini, proprio grazie a questa distanza, al lettore di oggi sembra mostrare il suo volto più schietto; ciò anzitutto per merito di quella scelta di fedeltà al testo, conservata anche di fronte ai suoi momenti più spigolosi e criptici.

Credo si possa concludere che, più che a uno Hegel attuale, Marini mirò a uno Hegel autentico, pur nella piena consapevolezza della problematicità che nel nostro tempo un obiettivo di questo tipo finiva per conservare. Soprattutto, egli intendeva marcare la distanza che separava lo Hegel storico (cioè quello cui possiamo tentare di accedere attraverso il faticoso confronto diretto con gli scritti) dall’hegelismo a noi più o meno vicino. E proprio lui che, ispirandosi a una celebre formula di Enrico De Negri, tra i suoi maestri di elezione, si era sempre definito un “hegelista non hegeliano”,  del pensiero hegeliano ci ha consegnato un a lezione che ha resistito benissimo al tempo, proprio per via della dichiarata indisponibilità a confinarla in una presa di posizione ‘ personale’. Tuttavia, Marini non fu mai un asettico mediatore del linguaggio: egli contribuì direttamente agli studi hegeliani col volume (edito in prima edizione da Bibliopolis nel 1978, e in seconda edizione accresciuta nel 1990 da Morano) Libertà soggettiva e libertà oggettiva nella ‘Filosofia del diritto’ hegeliana, una raccolta di saggi che traevano spunto, accompagnavano e per certi versi approfondivano la traduzione dei Lineamenti. È in questi studi – dall’inconfondibile stile esegetico – che emerge soprattutto la specificità del suo accostamento a Hegel. Il lettore che ancora volesse gettarci lo sguardo potrebbe facilmente constatare come l’ispirazione personale di quel ‘professore pisano’ fosse rinsaldata dalla consapevolezza di muoversi entro una consolidata tradizione nazionale, questa volta influenzata non tanto dal crocianesimo, quanto dai filosofi del diritto. Per farsene un’idea basterà rileggere alcune delle molte pagine dedicate alla società civile, o al concetto di libertà soggettiva: esse si muovono tutte all’interno di un quadro generale volto alla riappropriazione del valore e dell’autonomia del diritto dei giuristi,  dopo la sua generale svalutazione avvenuta nella prima metà del secolo appena trascorso. E in quegli anni, forse più di tutti gli altri, il filosofo di Stoccarda era considerato il grande detrattore di quel diritto, colui il quale aveva finito per sacrificarlo in favore della politica e dello stato. In una tale riabilitazione del rapporto di Hegel col diritto possiamo rintracciare una comunanza d’intendi con una ben precisa linea interpretativa, che in Italia era stata aperta da Norberto Bobbio, di cui Marini rimase sempre un estimatore, anche quando più tardi tra loro emerse una dissonanza di vedute (che però non sconfinò mai in polemica) sugli esiti istituzionali del cosmopolitismo kantiano. Oggi credo si possa serenamente riconoscere che, per molti versi, lo Hegel filosofo politico di Marini fu uno Hegel ‘ bobbiano’, anche se le sue ragioni filosofiche battevano sui motivi teologici alla radice della dialettica, mentre quelle del pensatore torinese su una visione sostanzialmente illuministica, poi esemplificata nella nota formula della “crisi e compimento del diritto naturale”; ma il valore fondamentale del diritto, anche per la vita politica, fu per entrambi un faro.

Rileggere la traduzione di Marini è perciò un esercizio utilissimo, non solo per mettere a fuoco i motivi dominanti di una stagione culturale che, se non altro per ragioni biografiche, abbiamo alle spalle, ma anche come testimonianza di un insegnamento che è importante non vada perduto. Attraverso un solidissimo ancoraggio ai testi, egli riusciva a spingersi in profondità nella comprensione del suo autore, restituendone la complessità del pensiero non solo nella pagina scritta, ma anche a lezione, dove la traduzione della Filosofia del diritto venne impiegata per anni, a beneficio di intere generazioni di studenti. Protagonisti come Marini ci mancano; essi sono stati tra il meglio che nel secondo dopoguerra l’Università italiana, oggi scossa da profondi mutamenti, è riuscita a darci.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel,  Lineamenti di filosofia del diritto. Diritto naturale e scienza dello stato in compendio con le Aggiunte di Eduard Gans

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Ciò che non siamo: una conversazione sulle riviste scientifiche

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Bozzetto per la copertina del volume Ossi di seppia di Eugenio Montale Einaudi Torino L’articolo di Marcello Vitali-Rosati Qu’est-ce qu’une revue scientifique? Et…qu’est-ce qu’elle devrait être?, in un ambiente più libero di quello italiano e forse anche con interlocutori migliori, si interroga sulla necessità e sulla funzione delle riviste scientifiche nell’ambiente digitale.

Secondo un modello che soltanto eufemisticamente possiamo chiamare ingenuo i ricercatori prima ricercano, poi scrivono e, concluso il loro lavoro, passano il cosiddetto prodotto della ricerca alle riviste, le quali hanno, in primo luogo, il compito di valutarlo scientificamente e di dargli una forma degna e, in secondo luogo, quello di diffonderlo.  Così, finalmente, si ottengono delle “pubblicazioni”. I ricercatori, è noto, se non pubblicano muoiono.

Chiunque, però, abbia una familiarità anche remota con la cosiddetta pubblicazione scientifica sa che:

  1. le riviste non si occupano affatto della valutazione e raramente dell’editing – lavori, questi, svolti graziosamente e gratuitamente da redattori e revisori di solito stipendiati, se lo sono, dalle università e non dagli editori;
  2. le riviste tradizionali non sono vocate a diffondere i testi, ma a prenderli in ostaggio, limitandone la circolazione: quanto nel mondo della stampa era un passaggio tecnologicamente ed economicamente obbligato ora è divenuto un ostacolo che non viene scavalcato solo grazie al feticismo della collocazione editoriale.

Come mai questo modello economico aberrante, nel quale chi lavora paga il datore di lavoro per l’onore di esserne sfruttato e trattenuto lontano dal pubblico, continua a sopravvivere? Se gli accademici fossero battitori liberi, smettere di mandare articoli alle riviste o – ancor meglio, smettere di scrivere articoli per comporre piuttosto ipertesti sezionabili, commentabili e linkabili – non apparirebbe eroicamente anticonformista, ma semplicemente razionale.

Allo stato, però, a causa di sistemi di valutazione della ricerca fondati sulla lettura delle testate delle riviste in cui gli articoli sono privatizzati,

è preferibile pubblicare un articolo stupido e inutile in una rivista che nessuno legge, ma dal nome noto, piuttosto che un testo intelligente e che sarà  letto da molti ricercatori, ma in un blog privo di valore simbolico.

Le prima età moderna, tuttavia, non ha inventato le riviste per questo. Le ha inventate per la comunicazione scientifica, cioè per formare comunità  in grado di conversare e di cooperare nella ricerca. La causa dell’aberrazione attuale è l’attaccamento a una soluzione ormai tecnologicamente ed economicamente inadeguata a rispondere al problema per il quale era stata pensata. Per uscirne occorrerebbe risalire, a ritroso, dall’atto alla potenza per riflettere sugli scopi originali delle riviste, e cioè:

  1. costruire comunità, cioè spazi organizzati tramite la comunicazione;
  2. mettere la conversazione al centro, cioè creare zone di dialogo: la diffusione è un compito ormai banale, ma la discussione attenta dei testi lo è sempre meno;
  3. creare modelli di semi-stabilizzazione della conoscenza.

Queste tre fasi sono distinguibili soltanto analiticamente, perché sono reciprocamente interconnesse in un processo che chi prendesse sul serio il lavoro della ricerca dovrebbe considerare. Le tecnologie digitali – e in particolare il web semantico – consentono di costruire strumenti di indicizzazione e di ricerca che si estendono al di sopra e al di là dei singoli siti, aprendo spazi di discussione e comunicazione decentralizzati, nei quali risulta manifesto che fare ricerca – discutere, connettere, rivedere – è molto più che “pubblicare”.

L’articolo di Marcello Vitali-Rosati, sebbene il suo tema non sia nuovo, mette in luce con chiarezza quanto una valutazione della ricerca incentrata sui prodotti invece che sui processi impedisce, anche quando pretende di esserne un distillato: la formazione di comunità di conoscenza  che sanno valutare la propria ricerca facendola. A noi resta soltanto da chiederci se la distopica alleanza di Big Business e Big Government, con i suoi interessi di lucro e di potere, si adoperi per disgregare le comunità e impedire le conversazioni che hanno edificato la scienza moderna per imperizia, per caso o per deliberato progetto. 

Testo segnalato da Elena Giglia

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