La conoscenza scientifica come metodo induttivo e ricerca della
forma in Bacone.
Verso una
nuova immagine del sapere: La distinzione galileiana delle
proprietà sensibili e geometriche.
In epoca moderna, in seguito alla rivoluzione
scientifica e alle scoperte astronomiche, si riconosce che
l’idea di un universo “pieno”, ordinato e
finito (il Cosmo greco), non è più compatibile con
le moderne acquisizioni scientifiche, né è
strumento adeguato per la rappresentazione dei fenomeni. Ora,
nella misura in cui l’immaginazione geometrica faceva
valere una concezione non qualitativa dello spazio, essa veniva a
comportare una crisi di rigetto e di adattamento, tale da
riscuotere radicalmente i fondamenti e i presupposti del
precedente orizzonte culturale.
E’ appunto in tale prospettiva di generale rinnovamento
epistemologico, conseguente alla rivoluzione copernicana, che un
nuovo concetto di spazio viene a fungere come da punta di
diamante per incidere “il corpo” dell’antica
concezione filosofica della natura. Il moderno sapere
scientifico-naturalistico, che in tal modo si viene affermando,
postula una concatenazione unitaria e sistematica di condizioni
di intelligenza, tali da integrarsi funzionalmente in vista della
determinazione, non più del “perché”,
ma del “come”.
E ciò nell’intento di transvalutare, secondo regole
quantitative, quelle che la dottrina classico-medievale concepiva
invece come regole qualitative, sostanziali. Il cammino che
conduce alla concezione di un universo infinito e a quella di uno
spazio geometrico, come sistema di relazioni possibili,
quantitativamente considerate, inizia in epoca rinascimentale e
raggiunge il suo apice con Galilei e con Newton. Già con
Telesio, Bruno e
Campanella si afferma l’autonomia dello
spazio rispetto alla materia differenziata, sostenendone con
vigore l’omogeneità e l’indifferenziazione. Se
in tal modo lo spazio non viene più concepito alla stregua
di un “sostrato locale”, esso continua nondimeno,
nella filosofia naturalistica italiana del Cinquecento, ad essere
concepito come una sostanza prima, incorporea, immobile; un
sostrato per eccellenza, atto a ricevere ogni corpo. Questa
affermazione del primato ontologico dello spazio sulla
materia è certamente di notevole importanza, ma non
rappresenta tuttavia il passo decisivo.
Questo viene compiuto allorché allo spazio vengono tolte
qualità ontologico-sostanziali e gli vengono attribuite
prerogative puramente logiche. Per questa strada esso giunge
infine ad essere assunto come organo universale di conoscenza.
Così inteso, lo spazio viene a rispondere
all’esigenza di coordinare, secondo regole di
determinazione qualitativa, le trasformazioni qualitative: non
più spazio di cose, ma di possibili relazioni
funzionali, matematicamente formulabili in
leggi. Da un punto di vista generale, di storia
delle idee, la genesi della nuova filosofia dell’esperienza
è da attribuire ad una costellazione di autori, quali;
Bacone, Galilei, Hobbes, Newton etc., che si propongono di dare
un nuovo e autonomo fondamento al sapere scientifico. Più
in particolare di fronte a tale compito la filosofia baconiana
non si è dimostrata all’altezza. Le manca in
effetti l’individuazione di un procedimento e di uno
strumento teorico adeguato, tale cioè da trasvalutare in
senso propriamente teoretico, i concetti fisici, anziché
limitarsi semplicemente a coglierli in maniera accidentale e a
combinarli insieme.
Bacone infatti, nonostante l’aspra critica alla sterile
logica della dimostrazione aristotelica a favore di una nuova
logica dell’invenzione, rimane pur sempre ancorato ad un
concetto di natura e di metodo scientifico propriamente
scolastico. Concepita come un sostrato di “forme” e
di qualità metafisiche, come insieme di essenze in
sé sussistenti, la natura non viene ancora indagata come
sistema ordinato di mutamenti suscettibili di essere espressi in
leggi fisico-matematiche. La persistenza di una concezione
sostanziale della natura dà ragione pertanto di come in
Bacone non si consumi il vero e proprio distacco dalla fisica
aristotelica.
Egli continua ancora a concepire la conoscenza come apprendimento
di cose e di proprietà, il quale, attraverso un metodo
compositivo (improntato a quello dell’alchimia medioevale),
si fa carico di pervenire ad un sapere che altro non vuol essere
se non immagine dell’essere, specchio il
più possibile fedele delle sue qualità essenziali.
Bacone indaga quindi in primo luogo le tracce , non del
fondamento e del contenuto di verità, ma delle fonti
psicologiche dell’errore, così da dar vita in
positivo, non ad un sistema scientifico di conoscenze dedotte da
premesse originarie, ma piuttosto ad una sorta di
“patologia” delle facoltà conoscitive
dell’uomo.
In un celebre passo del De augmentis scientiarum (lib.V,
cap.IV), il filosofo descrive la mente umana come uno specchio
deformante che riflette fisime e credenze superstiziose
anziché la vera realtà: “Nam Mens humana
(corpore obducta et obfuscata) tantum abest ut speculo plano,
aequali, et claro similis sit (quod rerum radios sincere excipiat
et reflectat), ut potius sit instar speculi alicujus incantati,
pleni superstitionibus et spectris”.
E’ pertanto necessario purificare le rappresentazioni
conoscitive dai vari e ingannevoli pregiudizi (idola);
questi vengono pertanto distinti in quattro gruppi: 1) idola
tribus, che appartengono alla natura dell’uomo in
generale; 2) idola specus, che dipendono da disposizioni
e tendenze individuali; 3) idola fori, che derivano dai
rapporti umani, soprattutto dal linguaggio; 4) idola
theatri, che provengono dall’accettazione acritica di
una determinata filosofia. Tale è dunque la preliminare
pars destruens, il momento negativo del metodo
baconiano.
Concepita come sistema di schematismi e
“metaschematismi”, la pars costruens del
metodo mira invece a scoprire la “forma” dei fenomeni
naturali, che vengono concepiti come parti integranti della
materia stessa. A tal scopo è pertanto necessario
analizzare in concreto il maggior numero di casi in cui un dato
fenomeno si presenta, classificandone la tipologia e
l’intensità tramite un esame comparativo e di
elencazione in specifici tabulati: Tabula praesentiae
(in cui viene rilevata la frequenza del fenomeno in questione);
Tabula absentiae (in cui se ne valuta l’assenza e
i rapporti di incompatibilità); Tabula graduum
(in cui se ne rileva l’intensità in grado maggiore o
minore).
In tal modo Bacone anziché prospettare la ricerca delle
condizioni che determinano la genesi di un dato fenomeno, mira ad
accertarne le intrinseche ed essenziali qualità che
pertengono alla sua “forma”, concepita come un
qualcosa di saldamente oggettivo. Così CASSIRER commenta
al riguardo in Storia della filosofia moderna, cit.,
t.I, pp.28-29: “La dottrina di Bacone su questo punto
costituisce così un’istanza negativa di valore
senz’altro incalcolabile per quanto riguarda la
comprensione dei fondamentali motivi logici, nella storia del
pensiero della conoscenza […]. Tutti i difetti e gli
errori, che anche i più convinti seguaci della filosofia
baconiana hanno sempre rimproverato al suo metodo, derivano da
quest’unico punto, cioè dalla persistenza di una
concezione sostanziale del mondo. Bacone è ancora
una volta l’esponente di tutti quei presupposti filosofici,
nel combattere i quali la scienza moderna ha scoperto se stessa e
la propria missione. Solo con Galilei si pongono
le basi per una reale e fondata autonomia dell’indagine
conoscitiva: la scienza è concepita come ricerca di
rationes, di rapporti quantificabili e misurabili: le
cause formali o (essenze) e le cause finali sono precluse alla
conoscenza umana. L’intelletto non può fondatamente
conoscere né la struttura essenziale delle cose, né
le loro intrinseche finalità, ma soltanto il
“come”, ossia il comportamento fenomenico e meccanico
dei corpi. In Galilei i dati empirici vengono pertanto
considerati soltanto alla stregua di elementi primari e
indispensabili da cui prende le mosse l’indagine
scientifica vera e propria.
In altri termini per Galilei la realtà naturale ha una sua
struttura quantitativistica e matematica: vi sono
qualità primarie e oggettive che ne
rappresentano i caratteri quantitativi e perciò stesso
misurabili (peso, grandezza, movimento); si danno inoltre
qualità secondarie (colori, suoni,
odori…), le quali, in quanto soggettive, non
possono diventare oggetto dell’indagine scientifica.
Chi conosce matematicamente la realtà, per il fatto di far
coincidere il proprio pensiero con la struttura matematica del
mondo, possiede una certezza che è assimilabile a quella
del pensiero divino. Ciò tuttavia sempre nei limiti del
sapere umano che, in quanto tale, è destinato a rimanere
comunque imperfetto rispetto all’infinitezza e perfezione
della scienza divina.
La conoscenza scientifica viene pertanto concepita come un metodo
di analisi che passa anzitutto attraverso la risoluzione di un
dato fenomeno nelle sue componenti quantitative (peso, massa,
velocità, accelerazione, spazio, tempo,etc.).A ciò
segue una interpretazione che ravvisa un rapporto
funzionale fra tali componenti, il quale viene espresso
mediante una formula matematica. Quest’ultima costituisce
appunto l’ipotesi interpretativa di un fenomeno,
la quale è volta a dare di esso un’espressione in
termini di assoluta intelligibilità, e di
verificabilità scientifico-sperimentale. Alla fase
risolutiva o analitica fa dunque seguito quella di sintesi (o
ricompositiva), la quale si propone di fungere da verifica
sperimentale dell’ipotesi. Mediante l’esperimento infatti lo
scienziato intende effettuare una ricostruzione
dell’esperienza sulla base degli elementi quantitativi e
dei loro rapporti funzionali. Se l’esperimento verifica
positivamente l’ipotesi, si ha l’enunciazione della
legge.
Nello spazio compreso tra esperienza e ragione
si compie pertanto l’indagine scientifica “per
sensate esperienze e certe dimostrazioni”. Vale a dire nei
termini di una mediazione infinita e perciò stesso
inesauribile, in cui la ragione è chiamata a verificare
idealmente, cioè matematicamente, i dati empirici e questi
sono chiamati a confermare e verificare le interpretazioni della
ragione. Si costituisce così l’ambito
autonomo della nuova scienza: in essa il momento
induttivo-sperimentale e quello deduttivo-matematico si rinviano
circolarmente, completandosi a vicenda, in un percorso di
crescita a spirale, che è appunto quello proprio della
storia stessa del sapere autentico.