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Online Journal of Political Philosophy

Immanuel Kant: una critica dell'università

Maria Chiara Pievatolo

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Ultima modifica: 22-08-2020


Indice

Prefazione

Una censura segreta [5-6]

Il Conflitto delle facoltà si occupa di una politica, quella universitaria, che di solito docenti e studenti applicano, e spesso subiscono, senza discutere. Anche Kant, professore in un'università sotto il controllo dello stato, ne fu oggetto, quando, durante il regno di Federico Guglielmo II, fu censurato per i suoi scritti sulla religione.

La prefazione del Conflitto delle facoltà esordisce con un elogio selettivo e implicitamente esortativo a Federico Guglielmo III, suo successore da poco salito al trono, per il quale questi meriterebbe obbedienza perché riconosce alla cultura la sua libertà, e, soprattutto, rende pubblica la reazione del defunto Federico Guglielmo II, fino ad allora rimasta segreta [5]. Così Kant esercita la libertà di parola che l'articolo segreto della Pace perpetua invocava per i filosofi, con il suo effetto paradosso: la rivelazione di quanto gli stati preferiscono tener nascosto.

Nel 1788 Federico Guglielmo II, dal cui elogio selettivo si evince che anche per Kant fosse - ex silentio - un monarca di scarso intelletto e di carattere debole, fu indotto dal ministro Johann Christoph von Wöllner, 1 ad emanare un editto sulla religione a cui era seguito un inasprimento della censura preventiva sulla stampa. Kant, da parte sua, rappresenta questa scelta censoria - il cui scopo era conservare la stabilità del regno nei tempi turbolenti della Rivoluzione francese - come inefficace: le idee destabilizzanti si contrasterebbero assai meglio con l'istruzione pubblica, e in particolare con l'istruzione degli insegnanti, se si vuole che vengano presi sul serio. Lette dalla parte della monarchia assoluta, queste frasi suonano come un invito a controllare le menti in modo più morbido e nascosto, e dunque più pervasivo. Lette, però, dalla parte della teoria politica kantiana, che è repubblicana, possono suggerire la tesi che la formazione culturale non sia una questione individuale, bensì sociale.

Era comune, nell'età dell'Illuminismo, eludere la censura preventiva, che, entro i confini di uno stato, impediva di pubblicare opere che non avessero superato il suo vaglio, con l'espediente di far stampare il proprio libro all'estero in modo anonimo o pseudonimo. Lo stesso Kant aveva pubblicato - ma a proprio nome - la Religione nei limiti della sola ragione, 2 censurata in patria, avendone ottenuto l'imprimatur dal decano della facoltà filosofica di Jena, che si trovava nel ducato di Sassonia-Weimar, fuori dai confini della Prussia [6]. Per lui, infatti, le pubblicazioni non erano "prodotti della ricerca", bensì azioni personali, discorsi che un autore rivolge a un pubblico, assumendosi la responsabilità di portare i propri pensieri nel mondo della prassi. 3

La lettera 4 rimproverava Kant per aver abusato della sua filosofia travisando e svalutando alcune dottrine fondamentali della religione cristiana e per essersi comportato da irresponsabile nel suo ruolo di maestro dei giovani (Lehrer der Jugend), cioè di professore universitario, gli chiedeva di giustificarsi e si concludeva minacciosamente, esortandolo ad adeguarsi alle intenzioni pedagogiche della corona.

Legalmente Kant non aveva commesso nessuna trasgressione: poiché la censura era limitata al territorio dello stato, nulla gli vietava di pubblicare all'estero un testo censurato in Prussia. Il monarca assoluto prussiano però pretendeva di vincolare il suo suddito, in virtù della sua qualità di professore universitario, anche quando, fuori dall'università, faceva uso pubblico della ragione, come studioso davanti al pubblico dei lettori.

Nel suo saggio sull'Illuminismo (1784), Kant aveva scritto che quando parliamo come studiosi non ci rivolgiamo a gruppi particolari, bensì alla società dei cittadini del mondo (società cosmopolitica), cioè a tutti gli esseri razionali attuali e possibili. Gli studiosi, tuttavia, sono persone particolari, per esempio studenti o professori universitari, e in questa qualità - suggeriva il monarca prussiano tramite il suo ministro - possono ben essere vincolati dalle organizzazioni collettive a cui appartengono. La società cosmopolitica è ideale, ma le società di cui facciamo esperienza sono sempre cerchie particolari - stati, chiese, enti amministrativi, aziende, partiti - che ci impongono obblighi. Dobbiamo dunque concludere che il rischiaramento è destinato a rimanere un sogno o, peggio, una falsa coscienza, perché il suo strumento, l'uso pubblico della ragione, non è mai di fatto libero come dovrebbe essere?

La risposta di Kant [7-10]

Kant si difende dalle accuse distinguendo i suoi due ruoli:

  1. Come maestro dei giovani, cioè come professore universitario, sostiene di essere sempre rimasto nei limiti della sua disciplina e di aver adottato solo manuali filosofici di uso comune - quali quelli di Baumgarten - che non trattavano di cristianesimo e di Sacre scritture; e di averlo fatto non per rispettare estrinseche partizioni burocratiche, bensì perché uno degli scopi fondamentali della sua filosofia critica è proprio tracciare i confini entro i quali la ragione può avanzare le sue pretese in modo legittimo [7].

  2. Nel suo ruolo di "maestro del popolo" (als Volkslehrer), afferma di aver scritto un saggio sulla religione talmente chiuso e incomprensibile da essere accessibile solo agli eruditi delle facoltà universitarie, le cui dispute non sono notate dalla gente.

Il ruolo di professore universitario può corrispondere a quello di un funzionario che fa un uso solo privato della ragione. Il ruolo di "maestro del popolo", però, pare prendere sul serio le rimostranze del rescritto. 5 Il "maestro del popolo" è qualcosa di più del professore che parla solo con i colleghi e qualcosa di meno dello studioso che si rivolge alla società cosmopolitica: è infatti un docente che si indirizza, prima che alla società cosmopolitica, a una società ancora particolare, sebbene più ampia dell'università: nel caso di Kant, quella composta dai sudditi dello stato prussiano. La sua introduzione permette a Kant di porre sia il problema della funzione politica dell'università e dei suoi docenti, sia la questione del ruolo dello studioso entro cerchie diverse dalla società cosmopolitica, perché limitate ed eventualmente molto distanti dalla respublica noumenon.

Per il ruolo di maestro del popolo, la risposta di Kant al rescritto appare però elusiva e contingente. Un libro, facile o difficile che sia, una volta pubblicato può circolare per le mani di tutti: se Kant avesse davvero voluto parlare solo ai colleghi si sarebbe limitato a condividere i suoi manoscritti con loro, senza darsi la pena di aggirare la censura prussiana per farli stampare

A proposito del ruolo di professore, Kant ricorda che l'università non si limita a istruire i giovani: la monarchia non ha inventato la fede da sé per imporla all'università, bensì l'ha acquisita tramite l'esame e la discussione delle facoltà di filosofia e di teologia: 6 il monarca pertanto non dovrebbe solo concedere, ma addirittura esigere che l'università si esprima anche su questioni che riguardano la religione di stato [8]. 7 Religione e scienza non sono invenzioni amministrative: le questioni scientifiche e religiose non si risolvono con la forza, bensì con la discussione fra studiosi, che lo stato dovrebbe non solo rispettare, ma favorire. Uno stato che ricorre alla censura non prende sul serio, a dispetto dei suoi proclami, né la scienza, né la religione: è soltanto interessato a promuovere le dottrine - e gli studiosi - che si piegano al servizio dei suoi interessi di potere. Caesar - in questo caso - est supra grammaticos.

Quanto all'ordine di mantenere il suo insegnamento conforme alla religione di stato e alle intenzioni della corona, Kant risponde che il modo più sicuro per adeguarvisi è non parlare affatto di religione, almeno finché Federico Guglielmo II sarà sul trono. La sua ubbidienza è temporanea ed esteriore: piuttosto che insegnare cose che non pensa, sottomettendosi alla scienza di stato, Kant preferisce osservare un silenzio solo in apparenza deferente [10], che rompe alla salita al trono di Federico Guglielmo III.

La critica di Kant ha tre scopi:

  1. distinguere l'università dalle altre organizzazioni collettive particolari soggette all'uso privato della ragione;

  2. interrogarsi sul ruolo dello studioso di professione in una società particolare e lontana dall'ideale;

  3. ma mantener ferma la differenza fra ideale ed effettuale, e dunque lo spazio della critica stessa.

Testi di riferimento e letture consigliate

Immanuel Kant. Der Streit der Fakultäten. 1798 .

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[ 1 ] Kant non fa il nome del ministro. Anche in questo caso però il suo elogio selettivo lascia intendere che lo considera un arrampicatore sociale a cui non si poteva attribuire nessun'altra dote se non un'intenzione soggettivamente buona.

[ 2 ] Il titolo dell'opera indica - precisa Kant - che il suo oggetto è solo la ricerca del nucleo razionale delle fedi storiche. Ma per condurre un simile ricerca occorre accettare di esporre anche la religione alla critica della ragione.

[ 3 ] Nell'età della stampa il rapporto fra autori e pubblico era solitamente mediato da un editore: la scelta di Kant di trattare i propri testi come personali è anche dovuta alla sua riduzione dell'editoria - e quindi della portata e giustificazione dei diritti degli editori - a una semplice mediazione fra l'autore e il pubblico (I.Kant, L'illegittimità della ristampa dei libri, 1785). I pensieri, è vero, sono non escludibili e non rivali: ma quando sono comunicati in discorsi diventano atti pubblici. Dire di chi sono, dire chi li dice, non è irrilevante. Includere Kant fra i precursori della cosiddetta "proprietà intellettuale" - come si è tentato di fare - è filosoficamente fuorviante e testualmente infondato.

[ 4 ] O, per la precisione, il "rescritto", vale a dire una nota esplicativa dotata di autorità perché emessa da un monarca assoluto.

[ 5 ] Kant avrebbe potuto rispondere semplicemente che come professore era rimasto nei limiti della sua disciplina e non aveva mai parlato di religione e che, non avendo formalmente violato la censura prussiana, non era tenuto a rispondere ai rimproveri di un monarca locale su quanto aveva fatto da studioso, vale a dire da cittadino del mondo, all'estero.

[ 6 ] La Riforma protestante, in effetti, era stata iniziata da un professore universitario. Come scrive Paolo Prodi (Università e città nella storia europea § 3, in Id. Università dentro e fuori, Bologna, il Mulino, 2013), "Lutero è professore universitario e in quanto tale ottiene udienza e credibilità presso i principi e l'opinione pubblica, prevalendo in quanto universitario sui prelati della Chiesa ufficiale: la Riforma può attecchire perché da tempo ormai l'università si è affermata come un magistero di tipo nuovo, in collusione o collisione con il nuovo potere politico statale, e il sacerdozio gerarchico può essere attaccato con successo anche perché lo si può sostituire con una figura nuova di protagonista-professionista il cui paradigma più alto è costituito dal professore universitario".

[ 7 ] Per Kant l'elemento essenziale della religione è pratico-morale. Per quanto concerne la risposta alla domanda: "che cosa devo fare?", la ragione, pur incompleta teoreticamente, offre alla religione universalità, unità e necessità. Una religione rivelata, perfino se la immaginiamo come vera, da sé non è capace di spiegare perché dovrebbe aver valore anche per chi è storicamente lontano dalla sua rivelazione: la ragione, individuandone il nucleo razionale, riesce invece a parlare a tutti.

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