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Online Journal of Political Philosophy

Il conflitto legittimo delle facoltà superiori con l'inferiore

Il diritto e il dovere della verità [32-33]

Accanto al conflitto illegittimo della facoltà, Kant ne riconosce uno inevitabile e legittimo, dovuto al rapporto ministeriale fra il governo e le facoltà superiori. Il governo, infatti, può aver facoltà [befugt sein mag] di imporre delle dottrine per l'insegnamento pubblico: ma i loro contenuti sono accettabili e rispettabili solo come statuti fissati dal suo arbitrio e come sapienza soltanto umana, soggetta dunque all'errore. 36 La combinazione dell'imposizione con la fallibilità del governo rende il conflitto delle facoltà inevitabile e legittimo, per due motivi:

  1. un potere politico il quale desideri una legittimità diversa dalla forza non può affermare che, delle dottrine che impone, gli interessa esclusivamente l'utilità e non la verità;

  2. è possibile che statuti la cui sanzione deriva dall'arbitrio di chi è al potere siano tuttavia in disaccordo con quanto richiede la ragione.

Stando così le cose, la facoltà di filosofia deve avere il diritto e il dovere di controllare almeno che sia vero quanto è stato dichiarato pubblicamente come principio, "se non di dire in pubblico tutta la verità". Perfino un regime di censura e di scienza di stato, che limita la libertà d'espressione, può approssimarsi a una provvisoria legittimità se permette che almeno le dottrine politicamente sanzionate siano esposte alla pubblica critica [32].

Kant, dopo aver ricevuto il rescritto di Federico Guglielmo II, aveva osservato un periodo di silenzio sulle questioni religiose - un silenzio che, scopriamo da queste righe, non era affatto dovuto. Il testo immediatamente successivo spiega, infatti, in che modo deve aver luogo la critica della facoltà di filosofia, con termini che sembrano cuciti addosso alla facoltà di teologia e alla religione di stato di cui si fa ministra:

  1. se la fonte delle dottrine sanzionate è storica, la facoltà di filosofia ha il diritto e il dovere di indagarne l'origine, sebbene siano state raccomandate all'ubbidienza della fede in quanto sacre. 37

  2. se la fonte è razionale, sebbene presentata nella veste di una rivelazione avvenuta in un momento della storia, allora la filosofia dovrebbe indagarne i fondamenti e valutare se la sua legislazione sia tecnico-pratica o pratico morale; 38

  3. se la fonte è estetica, 39 cioè puramente sentimentale, la facoltà di filosofia deve e può ricondurre la devozione ai suoi eventuali concetti, giudicandola con la fredda ragione [33].

Alla luce di queste tesi, la parte della risposta al rescritto di Federico Guglielmo II nella quale Kant afferma di essersi sempre mantenuto nei confini del suo settore disciplinare appare un escamotage: la facoltà di filosofia ha infatti disciplinarmente titolo a sottoporre le Scritture a esegesi storico-filologica, a interrogarsi sulla razionalità delle dottrine di fede e ad estrapolarne gli aspetti morali senza farsi intimorire dalla venerazione che le circonda.

1. Un conflitto "giudiziario" [33]

Il conflitto legittimo, come un processo, può essere composto solo dalla sentenza di un giudice con forza di legge. Il tribunale in cui questi siede, però, non è quello, coercitivo, dello stato, bensì quello della ragione, le cui leggi non possono essere imposte ma solo riconosciute dalla sua autonomia.

Quando le parti si appellano a un tribunale riconoscono implicitamente, pur essendo in conflitto per quanto concerne la materia, uno spazio di discussione comune, regolato, per quanto concerne la forma, esclusivamente dalla legislazione autonoma della ragione.

Libertà nel pensare significa anche la sottomissione alle sole leggi che la ragione dà a se stessa; e il suo contrario è la massima di un uso sregolato della ragione. La conseguenza di ciò è naturalmente che, se la ragione non intende star sottomessa alla legge che si dà da sé, allora dovrà necessariamente piegarsi al giogo delle leggi che le dà un altro; senza una qualche legge, infatti, niente, nemmeno la più grande assurdità, può tirare per le lunghe il suo gioco. 40

La ragione, dunque, ci giudica, ma con una necessità non idonea alla necessitazione. Il suo tribunale non interviene d'ufficio, ma solo se e in quanto gli facciamo appello. Rinunciarvi, però, significherebbe scegliere di dirimere il conflitto sulla base di qualcosa d'altro: mancanza di onestà, occultamento delle cause del disaccordo e disposizione a lasciarsi persuadere. E questo sarebbe un tradimento dello spirito della facoltà di filosofia, la cui funzione è la presentazione pubblica della verità.

Infatti, se si mette a tacere la critica della ragione entrano in gioco interessi diversi, che allontanano lo studioso dal servizio alla verità e lo inducono a una composizione amichevole del conflitto: lo inducono, cioè, a fingere, poco onestamente, che le tesi discutibili dei colleghi più potenti meritino di essere accettate. Ma una facoltà di filosofia che diventasse accomodante per opportunismo e viltà, per ossequio al governo, per spirito di partito o anche per sottomissione a interessi aziendali, perderebbe il suo senso e la sua funzione.

2. Un conflitto senza fine [33]

Il conflitto delle facoltà si distingue da una cause giudiziaria perché si occupa di pensieri e non di azioni e perché, a differenza del processo che non tollera il regresso all'infinito, deve essere pensato come interminabile.

  1. Ci sarà sempre bisogno di dottrine prescritte dal governo per l'insegnamento pubblico, non solo per l'interesse del governo stesso, ma anche del pubblico. Infatti è difficile parlare come studiosi, facendo uso pubblico della ragione, mentre è assai più facile fare pubblicità a opinioni che non ci si è curati di fondare scientificamente. Il governo può ben avere interessi di potere, ma si deve anche riconoscere che il rischio di esporre la collettività a dottrine improbabili argomentate solo retoricamente non può essere escluso. 41

  2. Gli statuti del governo però sono composti o almeno sanzionati da esseri umani, come nel caso della teologia: possono, dunque, essere o sbagliati o controproducenti rispetto al loro scopo. E anche la facoltà superiori, nel loro ruolo ministeriale, sono altrettanto fallibili.

Quanto più la ricerca si lega al potere, tanto più rischia di essere distorta e asservita a interessi lontani da quello della verità, 42 e tanto più ha bisogno del punto di vista indipendente offertole da una facoltà libera. Per questo la filosofia, in quanto trova il suo senso nella difesa della verità, non potrà mai deporre le armi della critica: anche nei confronti delle dottrine sanzionate dallo stato, la discussione non si conclude mai perché a nessun essere finito spetta l'ultima parola. Mentre il dibattito giudiziario, se vogliamo uscire dallo stato di natura, deve riconoscere una parte prevalente e una soccombente, il dibattito scientifico è senza fine. Anche per questo è fuorviante e anti-illuministico assimilarlo a una competizione, con i suoi vincenti e i suoi perdenti.

3. Un conflitto "parlamentare" [34-35]

Il ruolo ministeriale delle facoltà superiori consente a Kant di sostenere che il loro conflitto con la facoltà di filosofia non pregiudica la reputazione del governo, il quale, se rimane nei suoi limiti, non è esposto direttamente alla critica.

  1. Il ministero delle facoltà superiori riguarda solo la formazione dei funzionari, tramite l'insegnamento di alcune dottrine sanzionate dal governo. La sanzione del governo è fondata, a sua volta, sul vantaggio che tali dottrine gli offrono e non su considerazioni scientifiche. Kant suggerisce, come nel saggio sull'Illuminismo e nell'articolo segreto della Pace perpetua, che al governo non convenga affatto intervenire direttamente in questioni scientifiche, perché, esponendosi alle critiche degli studiosi suoi sudditi, perderebbe la propria maestà. Del resto, i funzionari, che "andando in mezzo al pubblico come comunità civile" [34] fanno uso privato della ragione possono essere tenuti amministrativamente sotto controllo dal governo, benché solo tramite le facoltà, perché non introducano innovazioni di loro iniziativa [35].

  2. Quando invece le facoltà superiori trattano di questioni scientifiche, non fanno riferimento allo stato, ma alla comunità degli studiosi, nella quale non hanno titolo a immischiarsi né il governo, né il popolo. Come il popolo si accontenta di non capire nulla delle diatribe fra studiosi, così il governo dovrebbe trovare sconveniente intromettervisi [34].

Questi due argomenti, che ricalcano la risposta di Kant al rescritto di Federico Guglielmo II, sembrano studiati per far apparire poco temibile la critica della facoltà di filosofia: essa, infatti, non si indirizza il governo, che mira al proprio vantaggio, ma solo alle facoltà superiori che agiscono ministerialmente e ha luogo nella comunità degli studiosi, in termini incomprensibili al popolo che il governo tiene sotto tutela tramite funzionari sottoposti ai vincoli dell'uso privato della ragione. Ma c'è di più.

La classe delle facoltà superiori (in quanto destra del parlamento degli studi) difende gli statuti del governo; ma in una costituzione libera come deve essere quella in cui si tratta della verità deve esserci anche un'opposizione (la sinistra), che è il banco della facoltà di filosofia, perché il governo, senza il suo esame severo e le sue obiezioni, non sarebbe informato a sufficienza su quanto potrebbe essergli utile o dannoso [35] .

A destra, secondo una prassi nata nell'assemblea nazionale costituente della Francia rivoluzionaria, 43 siedono i sostenitori del governo e dello status quo, a sinistra chi gli si oppone e desidera un cambiamento. Le facoltà superiori stanno a destra perché sono al servizio del governo, la facoltà inferiore a sinistra in virtù della sua missione critica. Ma la costituzione che regola idealmente il parlamento degli studi - la cui attività, in quanto parlamentare, è pubblica - non è quella della monarchia prussiana: è "una costituzione libera come deve essere quella in cui si tratta della verità". L'argomento di Kant è dunque duplice:

  1. sul piano dell'uso privato della ragione entro una società civile, il governo può tenere setto controllo, tramite le tre facoltà ministeriali, le dottrine ufficiali e i loro agenti e funzionari;

  2. sul piano dell'uso pubblico, anche il governo è criticabile; e, anzi, deve accettare - e finanziare - l'opposizione istituzionale della facoltà di filosofia. Non sarebbe, altrimenti "informato a sufficienza su quanto potrebbe essergli utile o dannoso"; questa opposizione ha certo luogo nell'università, ma, essendo paragonata a quella parlamentare, opera pubblicamente.

La facoltà di filosofia offre dunque al governo un'istruzione non richiesta che è pubblica, antagonistica e ispirata a un modello costituzionale ideale diverso da quello del regime vigente. La sua opposizione indica che lo status quo, al cui servizio stanno i professori ministri del potere, può e deve essere superato. Le sue critiche, nel lungo termine, non sono così inoffensive come si vorrebbe farle apparire.

Il tribunale del popolo: scienza e democrazia diretta [34]

Il conflitto delle facoltà - spiega Kant in una lunga nota - per non diventare illegittimo deve svolgersi nella comunità degli studiosi e non direttamente nella società civile davanti al tribunale del popolo, che non è competente a giudicare a proposito di scienza.

Se applichiamo le categorie politiche del primo articolo definitivo della Pace perpetua, il parlamento degli studi può essere pensato come organo di un sistema politico la cui forma regiminis è approssimativamente repubblicana, cioè basata sulla rappresentanza e sulla divisione dei poteri. Questa forma permette la convivenza di facoltà superiori, ministeriali, con le loro dottrine sanzionate dal governo, con una facoltà inferiore, critica, e aperta all'uso pubblico della ragione.

Il tribunale del popolo invece, in quanto manca di rappresentanza e di divisione dei poteri, è compatibile con una democrazia diretta assembleare la cui forma regiminis è per Kant inevitabilmente dispotica: qui, infatti, tutto il potere appartiene alla maggioranza, senza nessuna delle mediazioni - fra parlamento e governo, fra destra e sinistra, fra rappresentanti e rappresentati - del regime repubblicano. In un simile sistema, politicamente dispotico e scientificamente anarchico, il conflitto delle facoltà diventa illegittiimo perché l'unico spazio di discussione in esso permesso quello, competitivo, della conquista del favore della maggioranza.

4. Verso il rischiaramento [35]

Il conflitto delle facoltà non è propriamente una guerra perché può essere compatibile con la concordia della comunità dei cittadini e di quella degli studiosi: il confronto fra le scienze ministeriali delle facoltà superiori e quelle libere dalla facoltà inferiori conduce a un miglioramento di entrambi ed è, con il suo uso pubblico della ragione, un fattore di rischiaramento o di uscita di minorità, che alla fine potrebbe liberare il giudizio del pubblico da tutte le restrizioni impostegli dall'arbitro del governo.

Questo processo potrebbe alla fine trasformare gli ultimi in primi, cioè dare alla facoltà inferiore un ruolo privilegiato nel consigliare un governo il quale "nella libertà della facoltà filosofica e nella comprensione che ne deriva troverebbe miglior mezzo per raggiungere i propri fini che nella propria autorità assoluta".

Il ruolo ministeriale delle facoltà superiori è pur sempre parte di un sistema dispotico, in cui il governo interviene nella ricerca tramite statuti adottati per il proprio vantaggio e in cui il popolo è oggetto di tutela da parte di funzionari che fanno un uso solo privato della ragione.

Una facoltà di filosofia che diventasse prima, da ultima che era, non potrebbe redigere statuti sanzionati dal governo senza rischiare di perdere la libertà e l'indipendenza del suo punto di vista. Kant, infatti, immagina una condizione in cui il rischiaramento è così avanzato che il popolo sta imparando a ragionare da sé e non si accontenta di rimanere sotto tutela. In una simile situazione il governo non può più fondare la sua autorità sul controllo del sapere e deve sottoporre i suoi statuti a un pubblico dibattito, se vuole che la loro autorevolezza sia riconosciuta - deve, cioè, accettare il consiglio pubblico della facoltà di filosofia. I libri dei filosofi, per quanto provvisoriamente incomprensibili, sono fatti per essere capiti - da chi sceglie di impegnarsi a farlo. 44



[ 36 ] Poiché Kant parla in generale, ciò vale anche per le Scritture della facoltà di teologia: anch'esse, in questo caso, non si impongono da sé perché vengono da Dio, ma sono imposte dal governo.

[ 37 ] Un esempio di questo tipo di critica può essere l'indagine filologica con cui l'umanista italiano Lorenzo Valla dimostrò la falsità della Donazione di Costantino.

[ 38 ] Secondo Kant, le fedi storiche possono essere trattate come religioni e non come superstizioni solo se contengono un nucleo di dottrine morali - cioè di imperativi categorici e non soltanto ipotetici - razionalmente fondabile. Per questo la critica filosofica può e deve insistere anche sulle fedi che si basano su una rivelazione storica, avvenuta, cioè, in un punto particolare dello spazio e del tempo.

[ 39 ] "Estetico" nel linguaggio dei filosofi significa "sensibile", cioè concernente la sensazione.

[ 40 ] I. Kant, Was heisst sich im Denken orientieren?, Ak. VIII, 131 ss. (trad. it. di F. Desideri, «Che cosa significa orientarsi nel pensiero», pp. 14-15, in I. Kant, Questioni di confine, Marietti, Genova 1990, pp. 3-16)

[ 41 ] Ecco un paio di esempi, in campo medico: l'omeopatia e la paleodieta.

[ 42 ] Su questo tema vale ancora la pena leggere il discorso di commiato del presidente americano Eisenhower pronunciato nel 1961.

[ 43 ] La distinzione fra destra e sinistra risale a una votazione dell'11 settembre 1789 da parte dell'Assemblea nazionale costituente francese, a proposito del diritto di veto sulle leggi da attribuire al re. In questa occasione i monarchici sostenitori di un veto proibitivo si disposero nel posto d'onore, a destra del presidente, mentre i fautori di un veto solo sospensivo, favorevoli alla rivoluzione, si schierarono a sinistra. La soluzione sostenuta dalla destra, consentendo al parlamento di legiferare come solo come piaceva al re, non avrebbe superato lo status quo della monarchia assoluta.

[ 44 ] Per maggior chiarezza si rinvia alla seconda parte del Conflitto delle facoltà, dedicata alla polemica con la facoltà di giurisprudenza.

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Immanuel Kant: una critica dell'università by Maria Chiara Pievatolo is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.
Based on a work at http://btfp.sp.unipi.it/dida/kant_s