logo btfp Bollettino telematico di filosofia politica

Online Journal of Political Philosophy

Il conflitto illegittimo delle facoltà superiori con l'inferiore

Che cosa si intende per Streit - conflitto o controversia? Come scrive Francesca Di Donato,

per rispondere alla domanda, è necessario ricostruire il significato del termine nel vocabolario del tempo; alla voce «Streit» dello Zedlers Universal-Lexicon del 1740-48, è compresa un'ampia sotto-definizione dedicata al «conflitto degli uomini contro i loro nemici spirituali»; il conflitto, vi si legge, non è necessariamente militare, ma può riguardare anche il campo dello spirito e delle scienze. Il termine Streit compone un'altra espressione tecnica, Streitsschriften (scritti polemici), con la quale si intendeva «una tipologia di scritti che ricerca la verità o la falsità di una materia che è stata esposta da un altro» e le dimostra pubblicamente seguendo regole che non possono che essere apprese dalla ragione. Gli scritti polemici traevano origine dall'Elenchus (dal greco elenchos, confutazione) della Kontroversientheologie cristiana, un metodo e una pratica che assunsero un significato e una forza particolari nella chiesa luterana, dove alla libera interpretazione dei testi si accompagnava la confutazione delle tesi degli avversari sia in privato, sia in pubblico.

È possibile spiegare sulla base di questa consuetudine l'enorme quantità di “scritti polemici” del tempo e lo sviluppo di una pratica scientifica orientata alla ricerca della verità e dell'interpretazione corretta dei testi: la recensione di un libro, ad esempio, non serviva tanto a farlo conoscere al pubblico, né era scritta (come oggi avviene spesso) per fare pubblicità all'autore o all'editore e invogliare i lettori all'acquisto; essa era invece finalizzata a discutere criticamente le tesi di colleghi all'interno di una comunità che aveva in comune l'interesse della scienza e che sottostava a regole condivise. 29 Pubblicare scritti era, in tale contesto, un modo per provare le proprie tesi, rendendole accessibili all'intera comunità cristiana ed esponendole alla confutazione scientifica, cui gli eruditi (filosofi, letterati, filologi, teologici, giuristi che fossero) partecipavano tramite Streitsschriften.

Tassonomia del conflitto illegittimo [29]

Per quanto la controversia pubblica sia uno strumento essenziale del dibattito scientifico, secondo Kant alcuni conflitti sono inappropriati, "illegittimi":

  • secondo la materia, quando non è permesso disputare su una tesi pubblica perché non si può giudicare su di essa o sul suo contrario - quando, cioè, si tratti di questioni indecidibili perché oltre i limiti della ragione, quali il sesso degli angeli;

  • secondo la forma, cioè non per che cosa si discute, ma per come lo si fa. Il conflitto, in questo caso, è illegittimo quando non ci rivolgiamo alla ragione di chi ci sta davanti con argomenti oggettivi, bensì alla sua inclinazione, per estorcerne il consenso con l'astuzia - corruzione compresa - o con la violenza, tramite minacce.

Influenzare il popolo [30]

Quando le facoltà discutono pubblicamente, lo fanno allo scopo di esercitare un'influenza sul popolo. La facoltà di filosofia, quando induce le facoltà superiori al confronto, sta dunque sfidando un sistema di potere e di controllo delle menti fondato sulla scienza di stato. Quando il conflitto è illegittimo, la sfida è però inaccettabile: al popolo, scrive Kant, non importa tanto la libertà, quanto il successo nei suoi fini naturali, vale a dire - nella Prussia di fine Settecento - la beatitudine celeste dopo la morte, e in vita la sicurezza legale e la salute fisica [30]. In una controversia del genere, con àrbitri siffatti, il motivo dirimente è l'utilità: dovrebbe la filosofia accettare la controversia su questa base, tentando di dimostrare che anch'essa serve? 30 Kant, affermando che questo conflitto è "illegittimo", sostiene di no.

Le risposte della filosofia, infatti, non offrono imperativi ipotetici per chi persegue l'utilità: essa può avere a che fare con queste aspirazioni solo tramite prescrizioni derivate dalla ragione e costruite sul principio della libertà. Tali prescrizioni non aggiungono - tecnicamente - nulla di utile, ma richiedono autocritica e autodisciplina: essere liberi, infatti, significa anche saper prendere le distanze dalle proprie inclinazioni.

Stando così le cose, si comprende come i filosofi siano accusati di chiacchierare di cose già note all'intelletto comune, che non servono affatto a ciò che la gente vorrebbe, vale a dire:

  1. guadagnarsi il paradiso pur avendo vissuto da scellerati;

  2. vincere le cause anche quando si ha torto;

  3. vivere a lungo e in buona salute nonostante gli stravizi.

La filosofia non asseconda queste aspirazioni perché suggerisce semplicemente di agire in modo retto, 31 di non far torto a nessuno e di comportarsi con temperanza e pazienza. La libertà filosofica, infatti, comporta anche la capacità di trascendere i moventi che ci sono dati dalla nostra natura e dalla nostra cultura. 32

Ricerca applicativa, magia e minorità [30-31]

Chi è interessato soltanto all'utilità si rivolge agli studiosi in grado di dargli risposte come se trattasse con indovini e maghi. Kant chiama gli azzeccagarbugli, 33 - o, se si preferisce, i problem solver - dei quali il popolo si fa cliente, taumaturghi (Wundermann) e faccendieri (Geschäftsleute). 34 Il cliente sembra in una posizione di forza: può permettersi di chiedere agli scienziati applicati di risolvere problemi che egli stesso pone, senza ricevere critiche, e può fare a meno di studiare per conto proprio, delegandone la fatica ai professionisti al suo servizio. Per Kant, però, la sua passività cognitiva lo rende teoreticamente superstizioso e praticamente minorenne: superstizioso perché si affida a un sapere a cui crede ma che non può controllare, e minorenne perché rifiuta di ragionare da sé.

Minorità e superstizione sarebbero inevitabili se la filosofia non avesse il permesso di contrastare pubblicamente le facoltà superiori: non servendo a nulla e non avendo nulla da vendere, la sua critica non sarà viziata da conflitti di interessi, ma potrà tener presente l'interesse per la verità, e dunque per la libertà che consente di accertarla.

Il potere e l'inganno [31-32]

Quando Kant scrive che "il popolo vuol essere guidato, cioè (nella lingua dei demagoghi) vuol essere ingannato", non intende dare un giudizio sprezzante sulla massa incolta. Sta, piuttosto, suggerendo che ogni scienziato che le parli presentandosi come solutore di problemi, senza condividere i - difficili, faticosi - processi della sua ricerca perché vengano compresi, discussi ed eventualmente superati, nasconde proprio quello che fa del suo sapere una scienza ed espone i suoi interlocutori alla manipolazione. 35 E, dal momento che le dottrine delle facoltà superiori sono sanzionate dal governo, un simile atteggiamento esporrà quest'ultimo alla tentazione di imporre alle facoltà dottrine la cui validità non è accertata dalla teoria, bensì dal suo interesse a influenzare il popolo, promuovendo un'adesione acritica - come se fossero formule magiche - alla lettera degli statuti teologici e legali.

Per ottenere questo controllo pervasivo delle menti, il governo e le facoltà superiori al suo servizio dovrebbero operare sulle inclinazioni delle persone, cioè su quanto le fa comportare in modo meccanico, ed erigere a norma i loro interessi particolari, i quale, come tali, non possono raggiungere l'universalità della legge. Il risultato sarebbe una condizione di anarchia autorizzata dal governo: se, infatti, l'unico criterio di valutazione del sapere fosse la sua utilità per gli interessi che ci capita di avere, non si avvertirebbe neppure la necessità di giustificare le organizzazioni collettive sulla base di leggi universali. Di volta in volta, così, si imporrebbero le inclinazioni di chi è, al momento, più forte. Senza un libero uso pubblico della ragione che faccia proprio l'interesse della verità, la stessa società civile sarebbe impossibile.

Per questo il conflitto delle facoltà, quando è una gara per soddisfare le inclinazioni dei clienti, è radicalmente illegittimo e deve essere rifiutato: chi lo propone infatti

  • elimina l'interesse alla verità come interesse universale del dibattito scientifico, a favore di una miriade di interessi particolari;

  • annienta la facoltà di filosofia, cioè la ricerca di base, e permette la sopravvivenza solo della ricerca applicata, che si legittima con gli interessi particolari di chi ha il potere di farli valere.

Proprio perché non serve, la facoltà di filosofia non è soggetta a nessun potere e a nessun interesse: ma la sua anarchia intellettuale garantisce non solo la libertà della scienza, ma anche quella libertà della penna che permette di distinguere un potere politico fondato sulla forza da uno fondato sul diritto.

Lettura consigliata

Alexandre Koyré. Riflessioni sulla menzogna. 1943.



[ 29 ] La recensione era dunque una forma di revisione paritaria aperta.

[ 30 ] Questa è la strada percorsa di chi oggi giustifica gli studi non finalizzati a una qualche forma di utilità economica riconnettendoli a un interesse esterno, quale - per esempio - quello della democrazia.

[ 31 ] Presupponendo la prospettiva di una fede razionale che discende dalla legge morale.

[ 32 ] Kant, intendendo la filosofia anche come uno stile di vita, si pone in continuità con la tradizione del pensiero antico.

[ 33 ] A. Manzoni, I promessi sposi,III, p. 49 ss.

[ 34 ] Il termine tedesco si estende a tutti coloro che sono impegnati in una vita di relazione, professionale o commerciale che sia. Poiché schaffen significa "fare", faccendiere sarebbe la traduzione italiana più appropriata, anche se aggiunge una connotazione assai più negativa rispetto al termine tedesco. Il sostantivo da cui deriva, Geschäft, potrebbe essere reso assai più fedelmente con il termine latino negotium.

[ 35 ] Kant estende così a tutti i rami del sapere il requisito della pubblicità che ha caratterizzato la rivoluzione scientifica moderna: "Per cogliere la differenza, che è del tutto evidente, tra la magia rinascimentale e la scienza moderna, è necessario riflettere, non solo sui contenuti e sui metodi, ma sulle immagini del sapere e sulle immagini del sapiente. Nel nostro mondo sono certo presenti molti segreti, e in esso vivono molti teorici e pratici degli arcana imperii. Ci sono anche moltissime e spesso non «oneste» dissimulazioni. Anche nella storia della scienza sono stati presenti dei dissimulatori. Va tuttavia sottolineato che, dopo la prima rivoluzione scientifica, nella letteratura scientifica e nella letteratura sulla scienza non esiste né potrà più esistere – a differenza di quanto è largamente accaduto e accade nel mondo della politica – un elogio o una valutazione positiva della dissimulazione. Dissimulare, non rendere pubbliche le proprie opinioni vuol dire solo truffare o tradire. Gli scienziati, in quanto costituiscono una comunità, possono essere costretti alla segretezza, ma devono, appunto, essere costretti. Quando una tale costrizione si verifica, variamente protestano o addirittura, come anche in questo secolo è avvenuto, si ribellano a essa con decisione. La particella di nell’espressione linguistica «leggi di Keplero» non indica affatto una proprietà: serve solo a perpetuare la memoria di un grande personaggio. La segretezza, per la scienza e all’interno della scienza, è diventata un disvalore." (Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa, II.5 )

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Immanuel Kant: una critica dell'università by Maria Chiara Pievatolo is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.
Based on a work at http://btfp.sp.unipi.it/dida/kant_s