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Online Journal of Political Philosophy

Il conflitto della facoltà di filosofia con la facoltà di teologia

Introduzione [17-18]: studiosi, funzionari, popolo

Gli studiosi (Gelehrte) di cui si occupa il Conflitto delle facoltà operano come docenti universitari, come accademici o come ricercatori indipendenti: sono, cioè, considerati non solo nella loro relazione ideale con la società cosmopolitica, ma anche nelle relazioni particolari con le organizzazioni in cui si trovano a vivere.

1. L'università o scuola superiore, sebbene definita ironicamente come l'esito di una "trovata non cattiva" è un'istituzione - una corporazione - che organizza l'intero complesso del sapere, o meglio le menti che se occupano, sul modello di una fabbrica basata sulla divisione del lavoro. 8 I professori sono insegnanti pubblici, depositari della scienza, e raggruppati in "piccole società", le facoltà, suddivise per disciplina. Compito dell'università è accogliere gli studenti e conferire loro un titolo di studio, 9 cioè un rango riconosciuto da tutti, a imitazione dei titoli nobiliari. L'università deve essere autonoma, perché solo degli studiosi possono giudicare altri studiosi [17]: Caesar non est supra grammaticos.

2. Le società scientifiche o accademie raccolgono studiosi indipendenti, che non appartengono all'università ma scelgono di riunirsi in piccole officine per fare ricerche dedicate a particolari rami del sapere.

3. Infine, gli studiosi indipendenti solitari operano in una sorta di stato di natura del sapere: fanno riferimento a un sistema idealmente comune, ma non sono ancora - o non sono più - parte di istituzioni o associazioni di ricerca che dirimano collettivamente e pubblicamente le controversie scientifiche Per Kant lo stato di natura politico è una condizione sociale, ma non ancora civile, perché ancora manca di un giudice terzo fra le parti in grado di risolvere le controversie con sentenze coercitivamente applicabili: gli esseri umani allo stato di natura sono razionali e hanno un senso del diritto, ma sono privi, essendo ciascuno giudice in causa propria, degli strumenti per amministrarlo in modo imparziale. Lo stato civile del sapere, però, si distingue da quello civile politico perché chi vi funge da giudice non può godere di potere coercitivo: la spada è un argomento potente per indurre qualcuno a fare qualcosa, ma non è in grado di dimostrare la validità di una tesi.

Tutti coloro che fanno uso pubblico della ragione continuano a meritare il nome di studiosi ma con una differenza: solo gli studiosi indipendenti isolati hanno come unico riferimento la società cosmopolitica, mentre accademici e universitari sono anche membri di società particolari ed empiriche, e cioè, rispettivamente, di una libera associazione, l'accademia, e di una corporazione, l'università, che - osserva Kant in nota con un certo sarcasmo - apprezza molto i titoli onorifici [17].

Kant distingue dagli studiosi i "letterati" (o scolarizzati), funzionari o tecnici del sapere i quali hanno frequentato l'università, ma lavorano al servizio del governo per scopi diversi dalla scienza. La loro competenza, che dipende dall'opera degli studiosi, deve comprendere almeno la conoscenza empirica e pratica degli statuti del loro ufficio. Questi funzionari - ecclesiastici, giudiziari e medici - devono essere disciplinati dallo stato perché esercitano sul popolo un'influenza normativa i cui contenuti teorici sono giudicati dalla facoltà. Il loro potere è dunque solo esecutivo [18]. Il loro uso della ragione è solo privato o limitato, perché si rivolgono a persone incolte (Idioten), in una relazione analoga a quella fra laici e chierici.

La distribuzione sociale del sapere ha quindi luogo secondo questa gerarchia:

  1. studiosi:

    1. universitari (corporativi)

    2. indipendenti:

      1. accademici

      2. isolati

  2. "letterati" (funzionari)

  3. popolo (persone incolte)

Potere e discipline: la divisione delle facoltà in generale [18-20]

Come scrive Francesca Di Donato,

Kant non si discosta dalla tradizionale suddivisione dell'universitas magistrorum et scholarium in quattro facoltà, una “inferiore” e tre “superiori”; una suddivisione che discendeva dallo statuto della prima università europea fondata a Parigi nel 1215, 10 e che il modello organizzativo delle università degli stati germanici del tempo ricalcava piuttosto fedelmente.

La facoltà filosofica era definita “inferiore” in quanto propedeutica alle tre facoltà superiori e specialistiche, che permettevano l'accesso alle professioni. La riforma del 1770 del ministro prussiano Carl Joseph Maximilian von Kupferberg stabiliva i curricula dettagliati delle quattro facoltà: a Königsberg, gli studenti di legge dovevano seguire i corsi della facoltà di filosofia per due semestri, gli studenti di medicina per quattro e quelli di teologia per tutti i sei previsti dal corso di studi della facoltà filosofica . Il piano di studi di quest'ultima comprendeva le artes liberales cui, al tempo, corrispondevano gli otto ordinariati di Lingua ebraica, Matematica, Lingua greca, Logica e metafisica, Filosofia pratica, Fisica, Poetica, Retorica e Storia.

La denominazione e suddivisione delle facoltà - precisa Kant - non dipende dal consiglio degli studiosi, ma dalla scelta del governo [18]. Sono infatti dette superiori le facoltà il cui oggetto permette al governo di influenzare durevolmente il popolo, in virtù della loro conformazione e dell'opportunità di insegnarle pubblicamente. È detta invece inferiore la facoltà il cui solo interesse è il sapere. La suddivisione dello studio in discipline non dipende dunque da una scelta degli studiosi e dalla loro costruzione della struttura delle scienze, bensì dagli interessi del governo - i quali le conducono ad avere un rapporto solo indiretto con la verità scientifica. Le partizioni disciplinari, in altri termini, non sono una questione di scienza: sono una questione di potere e di burocrazia - sul corpo, tramite la medicina, sullo stato, tramite la giurisprudenza, e sull'anima, tramite la teologia.

Una scienza di stato?

Le dottrine delle facoltà superiori ricevono un'autorità supplementare, extra-scientifica, grazie alla sanzione del governo, che comanda a chi, in esse, le insegna. I professori, tramite il contratto stipulato al momento dell'assunzione, si impegnano a impartire lezioni in conformità a quanto richiesto. Il contratto, spiega la Metafisica dei costumi, assicura il controllo giuridico dell'arbitrio altrui in relazione a un'azione determinata. La scienza di stato 11 - e, estensivamente, la scienza al servizio di altre organizzazioni collettive particolari, quali le chiese, le aziende o i partiti - è dunque legittima, qualora esistano professori che siano disposti a concludere un contratto per insegnare le sue dottrine. Se a questa tesi si aggiunge la rappresentazione dell'università come una fabbrica organizzata sulla base della divisione del lavoro, le facoltà superiori kantiane sembrerebbero già ospitare le premesse della loro trasformazione in aziende capitalistiche di stato descritta da Max Weber poco più di un secolo dopo.

Tuttavia, il professore che insegna per contratto una dottrina sanzionata dallo stato non è tenuto a vendere la propria coscienza. Il saggio sull'illuminismo considera la possibilità di un conflitto fra uso privato e uso pubblico della ragione: che cosa deve fare un ecclesiastico che, come funzionario di una chiesa, sia obbligato a insegnare dottrine che, in quanto studioso, non condivide? Kant risponde che l'ecclesiastico può continuare a svolgere la sua funzione solo se il dissenso riguarda questioni marginali, ma che farebbe meglio a dimettersi se il suo disaccordo è più profondo. La coscienza religiosa e - analogamente - l'integrità scientifica non sono negoziabili e cedibili per contratto, ammesso e non concesso che gli studiosi-funzionari abbiano la forza di seguirla.

Il governo, d'altra parte, non deve usurpare il ruolo dello studioso, pretendendo di far ricerca e di insegnare al suo posto: se, infatti, entrasse nel dibattito scientifico si esporrebbe alle critiche degli studiosi suoi sudditi, a detrimento della sua autorità [19]. Anche in questo caso Caesar non est supra grammaticos. Kant, in nota, loda la costituzione inglese, che altrove aveva criticato proprio in quanto occultava il vero detentore della sovranità, perché fa scrivere il discorso della corona a un ministro, affinché la dignità del monarca non sia lesa dagli errori che eventualmente contiene. Le facoltà devono avere un ruolo "ministeriale" anche per quanto concerne le dottrine sanzionate dallo stato, che vanno sottoposte al loro esame. L'espediente britannico fa capire che Kant accetta il principio della scienza di stato, ma solo a condizione che a valutare la scienza non sia lo stato, se non nominalmente, bensì l'università. Inoltre, le dottrine da esso, nominalmente, riconosciute possono essere fatte proprie dallo studioso solo per contratto - quindi con il suo consenso - e non per imposizione amministrativa.

"Lasciateci fare": il ruolo della facoltà di filosofia

Per la comunità scientifica, però, "occorre assolutamente" che esista un'ulteriore facoltà, quella filosofica, la quale non insegni secondo gli ordini del governo, né abbia a sua volta il potere di dare ordini, ma si limiti a giudicare (beurtheilen) gli ordini altrui [19-20].

L'espediente britannico, infatti, ha due limiti.

  1. Se il governo non si accontentasse di un potere nominale e imponesse una scienza di stato, l'unica linea di difesa sarebbe la coscienza dei docenti, che dovrebbe indurli a dimettersi - o almeno a tacere - per non insegnare tesi radicalmente incompatibili con la verità scientifica. Questa difesa, avendo luogo nel foro interno, può però essere rara e fragile, 12 soprattutto se la formazione universitaria coltivasse più il senso dell'autorità che quello della critica, producendo così tecnici del sapere come il ministro Wöllner, le cui intenzioni soggettivamente buone non possono compensarne la sordità allo spirito dell'indagine.

  2. Anche se il governo si accontentasse di un potere nominale, la libertà sarebbe riconosciuta solo ai docenti, mentre la formazione degli studenti - e quindi dei futuri funzionari - coltiverebbe molto più il senso dell'autorità che quello della critica, perché si ridurrebbe a un addestramento secondo le dottrine ufficiali.

In generale, dunque, l'autonomia delle facoltà superiori pare riservata ai professori, perché si esaurisce nella selezione di dottrine ufficiali da insegnare agli studenti e da far applicare ai funzionari nel loro uso privato della ragione. Studenti e funzionari, invece, sono in una condizione di minorità che rende loro difficile imparare a pensare da sé. Proprio per questo alle facoltà superiori deve aggiungersene una inferiore che non sanzioni dottrine particolari per l'uso dello stato, ma reclami da esso un intervento esclusivamente infrastrutturale. Kant lo illustra con un aneddoto riportato in nota: 13 se lo stato vuole stimolare il commercio deve occuparsi delle condizioni infrastrutturali - strade, moneta, cambio - e per il resto lasciar fare ai commercianti; se, analogamente, vuole promuovere l'avanzamento del sapere, deve lasciar fare agli studiosi, senza impor loro nessuna dottrina, pur garantendo loro le infrastrutture per poter svolgere la loro attività. 14

Mentre le facoltà superiori hanno un potere legislativo, in quanto stabiliscono le dottrine da sanzionare da parte dello stato, ed esecutivo, in quanto le insegnano ai professionisti che le praticheranno, la facoltà di filosofia ha un potere giudiziario: la sua critica è indispensabile per l'avanzamento del sapere, in modo che gli studiosi non si riducano a funzionari e ripetitori di dogmi.

Il sapere della facoltà di filosofia non è professionalizzante, perché non è strumentale: la filosofia, in questo senso, non serve, e dunque non può essere asservita a disegni di potere. Il suo interesse, infatti, è quello della verità, sia nel suo senso soggettivo sia in quello oggettivo [20].

  1. L'interesse alla verità in un senso soggettivo può essere inteso come:

    1. veridicità o sincerità personale, nel senso illustrato nel saggio sul diritto di mentire [Ak VIII 426], 15 contro la nostra tendenza alla doppiezza. Chi presenta una tesi scientifica deve essere sincero: non deve, cioè, nasconderne o mascherarne le difficoltà, qualora ne sia consapevole. Un professore e un professionista, inoltre, devono essere sinceri nel senso che devono valutare con attenzione i casi in cui il contrasto fra il loro uso pubblico e il loro uso privato della ragione potrebbe condurli a considerare l'ipotesi delle proprie dimissioni.

    2. senso comune, in quanto disposizione a giudicare cercando di tenere conto delle possibili prospettive altrui per evitare di trattare il proprio punto di vista personale come se fosse assoluto. Chi ha senso comune non pensa al modo di altre persone particolari a lui familiari, aderendo alle loro opinioni, ma cerca di mettersi nei panni di altri puramente possibili. Il senso comune segue delle proprie massime, che non riguardano l'oggetto della conoscenza, bensì l'abito mentale del suo soggetto, vale a dire: (1) pensare da sé, senza rimaner rinchiuso in una prigione di pregiudizi; (2) pensare in modo "allargato", cioè superare i limiti delle propria condizione individuale per immaginarsi dal punto di vista altrui; (3) pensare con coerenza. 16

  2. L'interesse alla verità in senso oggettivo induce a chiedersi quali siano le condizioni generali perché un discorso possa esercitare una pretesa cognitiva legittima. I contenuti specifici della medicina, dalla giurisprudenza e della teologia sono di competenza delle facoltà superiori: queste discipline, però, possono produrre un sapere per tutti solo se le idee che orientano i programmi e i metodi della loro ricerca riescono a superare la critica della ragione, di cui è portatrice la facoltà di filosofia.

L'interesse per la verità può però farsi valere solo se la ragione esercita la propria autonomia, parlando pubblicamente. Un essere razionale, infatti, si convince della verità di una tesi, arrivando a un credo - all'indicativo - solo gli è stata data la possibilità di rispondere alla sua vocazione a pensare da sé, senza piegarsi a un crede (all'imperativo). Un professore di medicina non può persuadere i non medici imponendo loro di credere alla sua sapienza esoterica: deve dimostrare a tutti che, al di là delle questioni particolari di competenza degli specialisti, la sua disciplina, in generale, è in grado di giustificare la sua pretesa di scientificità, accettando la sfida della facoltà di filosofia, che qui svolge la funzione di un pubblico ministero.

Per esercitare il suo ministero pubblico la facoltà di filosofia, pur inquadrata nell'ordinamento statale, ha bisogno della libertà dell'uso pubblico della ragione. La libertà delle facoltà superiori, presa separatamente, potrebbe ridursi a un privilegio riservato ai professori, mentre a tutti gli altri s'impone un crede; la libertà della facoltà inferiore, di contro, ha bisogno dell'intero orizzonte della società cosmopolitica. Il suo servizio alla verità non può aver luogo entro una organizzazione particolare, ma solo per tutti gli esseri razionali possibili. Un gruppo ristretto che si sottraesse alla critica pubblica potrebbe, infatti, trovar più comodo o meno pericoloso farsi portatore o adattarsi a menzogne condivise.

La filosofia, che può permettersi di essere libera e che chiama anche i professori delle facoltà superiori a giustificarsi in pubblico, 17 è però detta "inferiore" perché chi ha un qualche potere, pur essendo un servo altrui, presume di essere più signore di chi non serve e non comanda nessuno.

Letture consigliate

Maria Chiara Pievatolo. Accademia. 2018 .



[ 8 ] L'università tedesca, come osservato dallo storico William Clark, stava subendo una razionalizzazione che la stava trasformando, da corporazione investita di un'autorità tradizionale com'era nel Medioevo, a organizzazione burocratica sotto il controllo dello stato. La similitudine della fabbrica, con la sua divisione del lavoro, è molto significativa: Kant stesso, nel 1764, aveva rifiutato la cattedra di eloquenza - offertagli dall'università di Königsberg secondo un uso medioevale per il quale la materia d'insegnamento era irrilevante - perché estranea alla disciplina che professava (W. Clark, Academic Charisma and the Origins of the Research University, Chicago, The University of Chicago Press, 2006, p. 282).

[ 9 ] Il titolo di dottore, cioè di libero insegnante non inquadrato nell'università.

[ 10 ] L'università più antica è propriamente quella di Bologna: essa però, a differenza di quella parigina, non nacque come corporazione di maestri, bensì di studenti.

[ 11 ] Non bisogna dimenticare che la storia del XX secolo ha visto all'opera - per limitarsi alla sua prima metà - la scienza di stato con il regime fascista in Italia, con il lysenkoismo in Unione Sovietica e con la "fisica tedesca" nella Germania nazista.

[ 12 ] Si veda per esempio Simonetta Fiori,«I professori che dissero di no al Duce», La Repubblica, 23.4.2000.

[ 13 ] "Un ministro francese convocò alcuni dei commercianti più stimati, per chiedere loro suggerimenti sul modo in cui poter sollevare le sorti del commercio, come se intendesse scegliere l'avviso migliore. Dopo che uno ebbe suggerito questo e l'altro quel rimedio, un vecchio commerciante, che fino ad allora era rimasto in silenzio, prese a dire: costruite buone strade, battete buona moneta, accordate uno diritto snello in materia di cambio e così via; quanto al resto, 'lasciateci fare!' Questa sarebbe la risposta che dovrebbe dare la facoltà di filosofia, se il governo le chiedesse quali dottrine deve imporre agli studiosi: solo di non impedire il progresso delle idee e delle scienze" (traduzione di Domenico Venturelli, con qualche modifica).

[ 14 ] Si veda anche, per l'origine dell'espressione laissez faire, J.M. Keynes, «The end of laissez-faire», 1926; una traduzione italiana parziale, dalla quale è tratta la citazione seguente, è visibile qui. In economia il laissez faire o liberismo è la dottrina "che il benessere umano può essere promosso più efficacemente, grazie al semplice sistema di lasciare la gente a sé stessa; cioè permettendo che gli individui seguano i suggerimenti dell’interesse egoistico, senza limitazioni da parte dello Stato o della pubblica opinione, purché si astengano dalla violenza e dalla frode": Kant, però, non usa l'aneddoto, che contrappone il liberismo al mercantilismo, per sottomettere la filosofia al mercato, bensì per sottrarla, almeno in parte, dal servizio allo stato.

[ 15 ] Su un presunto diritto di mentire per amore degli esseri umani (1797) è dedicato alla menzogna in quanto questione politica generale: ma nulla vieta di applicarne gli argomenti alla politica universitaria.

[ 16 ] Critica del Giudizio, §40. Per pensare con coerenza, spiega Kant, bisogna seguire congiuntamente le prime due massime, in modo da avere un abito a un tempo critico e autocritico: il nostro pubblico, qui, non sono gli altri di cui facciamo esperienza, che possono ben essere affetti da pregiudizi e da vedute ristrette, ma gli altri in senso ideale, cioè come tutti gli ulteriori esseri razionali possibili.

[ 17 ] Un esempio di critica filosofica in questo senso è l'articolo del matematico Timothy Gowers dedicato alla revisione paritaria anonima e al sistema di valutazione della ricerca basato sulla pubblicazione su riviste ad accesso chiuso: per quando menzioni una questione medica che merita di essere ricordata, non parla, materialmente, di medicina, bensì delle modalità di controllo e di discussione delle pretese di validità delle teorie scientifiche: «Peer review: the end of an error?», The Times Literary Supplement, October 24, 2017.

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Immanuel Kant: una critica dell'università by Maria Chiara Pievatolo is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.
Based on a work at http://btfp.sp.unipi.it/dida/kant_s