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Per Kant la dottrina del diritto (Rechtslehre) è il compendio (Inbegriff) delle leggi per le quali è possibile una legislazione esterna. Si divide in:
dottrina del diritto positivo, quando ha a oggetto la legislazione effettiva. Questa dottrina prende il nome di giurisprudenza (Rechtsklugheit) quando il giurista (iurisconsultus) è allo stesso tempo giurisperito, cioè conosce le leggi anche nella loro applicazione ai casi empirici;
scienza del diritto, quanto non ha a oggetto né il diritto positivo, né l'applicazione ai casi empirici. La conoscenza sistematica della dottrina del diritto naturale (ius naturae o diritto secondo ragione) rientra nella scienza del diritto, sebbene debba anche fornire i princípi immutabili per ogni legislazione positiva.
Nella Critica della ragion pura (Ak III 79) Kant scrive che la domanda "Che cos'è la verità?" è stata usata fin dall'antichità per mettere in difficoltà i logici, costringendoli o a una diallele - cioè a una definizione che, per essere vera, deve presupporre che il suo oggetto sia già noto - o alla confessione della loro ignoranza. Un ruolo simile, per i giuristi, è giocato dalla domanda "Che cos'è il diritto?". È possibile darle una risposta che non sia una tautologia o un rinvio alle norme particolari di un paese particolare?
Per i giuristi è facile rispondere alla domanda "Quid iuris?" indicando, positivisticamente, le leggi in vigore in un certo luogo o in un certo tempo. Una simile risposta, però, non dice affatto quale sia il criterio universale che ci permette di conoscere lo iustum et iniustum, cioè il giusto e l'ingiusto in senso giuridico. Una dottrina del diritto solo empirica è senza cervello, come la maschera tragica della favola di Fedro: raccoglie molte leggi vigenti ora o in passato, ma non sa chiarire perché sono leggi e perché sono giuste.
In una prospettiva giusnaturalistica le questioni di che cosa sia lo ius e di che cosa sia lo ius-tum tendono a convergere, perché il diritto secondo ragione è anche il fondamento che rende giusta - e quindi giuridica - la legislazione positiva. 53 Stando così le cose, non è possibile definire il diritto sulla base delle leggi esistenti: bisogna cercare nella ragione, a priori, il criterio in virtù del quale le diciamo ius-tae.
La definizione di Kant presuppone un'obbligazione giuridica costruita sul diritto in quanto parte della morale e si ottiene con i seguenti passi:
il diritto riguarda esclusivamente il rapporto esterno e pratico fra le persone, in quanto le loro azioni possono influenzarsi a vicenda; si occupa, in altre parole, solo delle azioni esteriori di ciascuno - non della vita interiore - quando possono interferire con le azioni altrui;
il diritto si occupa del rapporto dell'arbitrio di ciascuno con quello di ogni altro, lasciando fuori bisogni e aspirazioni. Il suo carattere esterno, in altri termini, limita il suo ambito alla facoltà che ci fa passare all'azione;
negli arbitrii in reciproco rapporto, il diritto non considera la materia, ossia gli scopi personali di ciascuno, ma solo la forma, ossia la libertà. Detto più semplicemente, al diritto non interessa se, per esempio, in una transazione commerciale una parte non tragga profitto da una certa merce che aveva acquistato da me; gli interessa, però, sapere se la transazione sia avvenuta liberamente, senza essere viziata da truffe e ricatti. Nel primo caso, la controversia si dovrebbe dirimere facendo uso della vaga dottrina della felicità; nel secondo, invece, è possibile contare su criteri formali.
La definizione del diritto, pertanto, sarà: il complesso delle condizioni per le quali l'arbitrio dell'uno può associarsi con l'arbitrio dell'altro secondo una legge universale della libertà. In altre parole: data una pluralità di soggetti che agiscono arbitrariamente influenzando, ciascuno, il campo di azione altrui, il diritto è il sistema di regole necessario a coordinarli in modo da garantire a ognuno un uguale spazio di libertà.
È diritto [Recht] ogni azione la quale, o direttamente o per la sua massima, può far coesistere la libertà dell'arbitrio di ognuno con quella di ogni altro secondo una legge universale.
Questa definizione riguarda solo le azioni o le situazioni esterne: se esse sono tali da poter coesistere con la libertà di ognuno secondo una legge universale, cioè una legge che vale allo stesso modo per tutti, allora chi me le impedisce e mi resiste mi fa anche ingiustizia.
Dalla definizione del diritto si può trarre una legge universale:
Agisci esteriormente così che l'uso libero del tuo arbitrio possa coesistere con la libertà di ciascuno secondo una legge universale.
Questa legge impone un'obbligazione, ma riguarda solo un'azione esterna. I soggetti di diritto, quindi, non hanno bisogno di assumerla come massima e di averla come movente, cioè non hanno bisogno di essere eticamente virtuosi: è sufficiente che la osservino, rispettando, anche controvoglia, lo spazio di libertà altrui.
Il giusnaturalismo di Kant non assimila il diritto all'etica. La legge universale del diritto non risponde direttamente alla domanda "che cosa devo fare?" ma si occupa di un altro problema: com'è possibile far convivere una pluralità di esseri razionali ma finiti, che possono avere o no intenzioni etiche, in modo da non ledere ciò che li rende soggetti di etica e di diritto, vale a dire la loro libertà? La questione è di competenza della ragione pratica perché la libertà dell'arbitrio è un suo postulato e non deriva dall'esperienza. E anche la sua soluzione, basata sull'accettazione della limitazione della libertà, nell'idea e anche nel fatto, ma secondo una legge universale, non è costruita sull'esperienza ma sulle esigenze formali della ragione stessa.
La costrizione del diritto, spiega Kant, opera su ciò che ostacola la libertà secondo leggi universali. Non è in contrasto con la libertà in quanto si esercita contro ciò che ingiustamente le resiste. Infatti, se in generale eliminare gli impedimenti a un effetto significa favorirlo, la costrizione, intesa in questo senso ed entro questi limiti, non è logicamente contro, bensì a favore della libertà.
Il diritto strettamente inteso non può essere rappresentato come composto da due parti, vale a dire l'obbligazione secondo una legge e la facoltà, per colui che vincola un altro con il suo arbitrio, di costringerlo a eseguirla. Se lo interpretassimo in questi termini, infatti, costruiremmo una gerarchia fra soggetti: qualcuno, colui che costringe, sarebbe dotato di una sorta di potestà pedagogica sul costretto, che non è in grado di rendersi conto da sé dell'obbligatorietà della legge. Mescoleremmo, in altre parole, al diritto qualcosa di etico.
Il diritto è orientato all'azione e non all'intenzione. Per questo si può rappresentare più correttamente come la connessione della costrizione universale e reciproca con la libertà di ognuno: le azioni sono assicurate tramite obbligazioni di cui gli obbligati devono essere consapevoli. Ma per garantire che siano eseguite, è sufficiente costruire il diritto come costrizione.
Un creditore che esige i soldi che gli spettano da un debitore applica il diritto in senso stretto quando non si preoccupa di convincere la controparte che il pagamento del debito è un obbligo imposto dalla sua stessa ragione, ma pretende semplicemente il denaro dovuto, tramite una coercizione che non insiste sul suo animo, ma esclusivamente sulla sua azione.
Il diritto di Kant - in parole più semplici - non è uno strumento che chi è più evoluto moralmente usa per educare gli altri, ma un mezzo per garantire a tutti un pari spazio di libertà tramite una pari costrizione. La presenza della costrizione universale e pervasiva nella sua stessa costruzione garantisce l'uguaglianza dei soggetti di diritto. La legge giuridica, infatti, dice a tutti: non voglio e non posso operare sulle vostre intenzioni, ma solo sulle vostre azioni. La mia costrizione serve per garantire che qualcosa sia fatto od omesso, non per convertirvi.
Per Kant, il principio E non è propriamente un'integrazione alla definizione, ma la costruzione del concetto di diritto, vale a dire la sua esibizione in una intuizione pura a priori. 54 Il geometra illustra il concetto di triangolo valendosi dello spazio, forma dell'intuizione pura, e costruendo spazialmente la figura geometrica in questione: in questo modo rende possibile usarlo anche nell'esperienza, per esempio per descrivere un'aiuola di forma triangolare. Una costruzione analoga è quella del concetto del diritto come una costrizione perfettamente reciproca sotto leggi universali, in virtù della quale possiamo usare la forma del diritto per discutere delle norme che incontriamo nell'esperienza.
Il diritto in senso stretto è connesso alla facoltà di costringere. Si è anche pensato, però, a un presunto diritto in senso lato in cui questa facoltà non può essere stabilita da una legge. Le sue specie sono due:
equità: diritto senza costrizione
diritto di necessità: costrizione senza diritto.
Per Kant in questi casi non si può propriamente parlare di diritto lato, cioè non rigoroso, ma solo di un diritto dubbio su cui nessun giudice può decidere. Anche per questo l'appendice all'introduzione alla dottrina del diritto che affronta la questione si intitola "diritto equivoco".
Quando viene invocata nel diritto, l'equità non ha nulla a che vedere col dovere etico di essere benevoli e generosi. Chi la richiede in un giudizio la esige come suo diritto, contro applicazione rigorosa della legge (summum ius, summa iniuria) anche se mancano le condizioni necessarie in base alle quali il giudice può determinare la soddisfazione della sua pretesa. Kant offre alcuni esempi:
in un'impresa commerciale istituita su un contratto che prevede la divisione in parti uguali, un socio che ha contribuito più degli altri ma ha perso di più, chiede, come compensazione, di avere di più della parte che gli spetta;
un domestico che aveva pattuito un salario all'assunzione, vedendoselo fortemente eroso dall'inflazione, chiede di ricevere un aumento per compensare la perdita.
Kant chiama l'equità "una divinità muta che non può essere ascoltata" perché in casi come questi il giudice, che deve dirimere le dispute interpretando le disposizioni del contratto, non può trovarvi nessun criterio in base al quale determinare rigorosamente la soddisfazione di simili richieste. Un tribunale dell'equità sarebbe dunque contraddittorio, perché il suo giudice si troverebbe a rifiutare la costrittività delle norme date, per imporne altre non rinvenibili in nessuna fonte del diritto.
L'unica eccezione è quella in cui il giudice, disponendo di diritti propri e non di terzi, può scegliere di comportarsi generosamente: un caso esemplare può essere quello in cui la corona, di cui il giudice è funzionario, si fa carico dei danni subiti da qualcuno al suo servizio, anche se a rigore costui ha accettato il rischio nel momento in cui ha scelto di prendere servizio. Ma in generale un tribunale civile, che deve applicare la legge esistente, non può decidere su qualcosa che può essere stabilita come ingiusta solo dal tribunale della coscienza.
Il presunto diritto di necessità è diverso da quello che oggi chiameremmo legittima difesa: non è infatti un diritto a ripagare con la stessa moneta chi mi sta aggredendo minacciando la mia vita, ma la facoltà di sopprimere, per salvarmi, qualcuno che non mi ha fatto nulla di male. Un simile comportamento è a rigore giuridicamente ingiusto: nessun diritto compatibile con una legge universale della libertà può autorizzarmi a trattare la mia vita come talmente speciale da permettermi di uccidere un innocente per conservarla.
Un atto di autoconservazione violenta - come quello del naufrago che scaccia il compagno dalla tavola a cui è aggrappato 55 - rimane dunque giuridicamente colpevole. Quello che lo rende equivoco non è la sua colpevolezza, che è chiara, ma la sua non perseguibilità o impunibilità. Infatti, perfino se si minacciasse la pena capitale, il timore della sanzione non sarebbe un deterrente sufficiente di fronte al rischio immediato di morte. Lo stato di necessità, dunque, non ha legge solo dal punto di vista della sua perseguibilità, ma certamente non può trasformare un atto ingiusto in un atto legittimo.
Kant conclude che a rigore, sul piano del diritto oggettivo, non esiste nessuna ambivalenza. L'equivoco nasce dalla confusione dei fondamenti oggettivi del diritto, con quelli soggettivi della sua applicazione, cioè con le situazioni in cui ci troviamo ad applicare le norme, che ci inducono o a pretendere più del nostro diritto o a disconoscere violentemente il diritto altrui.
Kant suddivide i doveri giuridici sulla base di una reinterpretazione delle tre formule del giurista romano Domizio Ulpiano riportate in Digesto 1.1.10. Questa reinterpretazione si comprenderà meglio in combinato disposto con il successivo §41. Per ora è sufficiente anticipare che le tre formule del giureconsulto antico costruiscono una progressione dal iustum formale, al suo sviluppo in norme particolari nelle relazioni concrete con gli altri, fino alla costruzione del sistema di garanzie sociali che rendono possibile applicare queste norme imparzialmente. Il diritto secondo ragione di Kant non nasce, storicamente, nel vuoto, ma sull'esperienza della tradizione europea di un diritto giurisprudenziale, sopravvissuto all'entità politica che l'aveva imposto grazie alla riscoperta del Corpus iuris civilis dell'imperatore bizantino Giustiniano e al lavoro degli studiosi.
Le tre formule di Ulpiano sono le seguenti:
Honeste vive (sii una persona retta). Per Kant il concetto di honestas iuridica va sviluppato tramite la seconda formulazione dell'imperativo categorico: "non fare di te un mero mezzo per gli altri, ma sii per loro allo stesso tempo un fine". Il dovere di affermare in ogni relazione con gli altri il proprio valore in quanto essere umano verrà successivamente chiamato obbligazione derivante dal diritto dell'umanità nella nostra persona. Condizione formale del diritto secondo ragione è che il soggetto di diritto si faccia riconoscere nella sua dignità di essere razionale libero (lex iusti).
Neminem laede: non fare torto a nessuno, anche se dovessi sciogliere per ciò ogni relazione con gli altri ed evitare la società (lex iuridica).
Suum cuique tribue: entra se non puoi evitarlo in una società civile nel quale a tutti sia riconosciuto il proprio. Kant spiega che la traduzione letterale "dai a ciascuno il suo" è assurda perché a nessuno può essere dato quello che ha già. Va quindi letta come "entra in una situazione in cui a ognuno possa essere assicurato il mantenimento del suo, rispetto a ogni altro" (lex iustitiae).
Kant annota che le tre formule dividono il sistema dei doveri giuridici in doveri interni, doveri esterni, e doveri che contengono la derivazione, per sussunzione, dei doveri esterni dal principio di quelli interni. Secondo il §41 la lex iusti dice che cosa è internamente giusto [recht] dal punto di vista formale; la lex iuridica che cosa, come materia, è anche esternamente legale, cioè su che cosa si ha un possesso giuridico (rechtlich); la lex iustitiae in che cosa la sentenza di un tribunale è conforme alla legge (Rechtens).
Per comprendere 56 che cosa vuol dire Kant conviene procedere a ritroso:
La lex iustitiae è il diritto applicato dalla sentenza di un tribunale. Perché vi sia questo diritto, occorre che gli esseri umani abbiano concluso il pactum unionis civilis e istituito la società civile. Per fare questo occorre uscire dallo stato di natura che è privo di garanzie giurisdizionali: ciascuno, in esso, ha titolo a essere giudice in causa propria ed è dunque affetto da un conflitto di interessi strutturale. Il terzo fra i doveri giuridici, l'uscita dallo stato di natura, mira a garantire le condizioni per le quali sia possibile assicurare a ciascuno quanto gli è giuridicamente dovuto (suum cuique tribuere), in virtù della sentenza di un giudice terzo fra le parti.
Quando il giudice emette una sentenza, compie un'operazione chiamata sussunzione, cioè riconduce un caso particolare al principio universale previsto dalla norma. La sussunzione ha luogo con un sillogismo, nel quale la premessa minore funge da raccordo fra il particolare e il generale.
Premessa maggiore: "tutti gli A sono [o devono essere] B"
Premessa minore: "a è A"
Conclusione: "quindi a è [o deve essere] B" 57
Nel caso in questione, il ruolo della premessa maggiore - dice Kant - è svolto dal "principio dei doveri interni" e il ruolo della conclusione dai doveri esterni: l'elemento di raccordo è l'accertamento giudiziario che riconduce un caso particolare sotto l'ombrello della norma universale del principio dei doveri interni. in questo modo si ottengono dei doveri esterni, cioè quelli concretamente imposti dalla sentenza giudiziaria.
I doveri esterni presi separatamente dalla lex iustitiae costituiscono la lex iuridica, a cui corrisponde la formula neminem laede. Se l'unica differenza rispetto alla lex iustitiae è l'assenza della sentenza, è chiaro che questi doveri consistono in azioni concrete che si sarebbe tenuti a compiere o a omettere per evitare di fare torto a qualcuno. Kant inserisce nella formula di Ulpiano l'opzione dell'abbandono della società perché presuppone, qui, una società allo stato di natura, non ancora civile. In una simile società ciascuno è ancora giudice in causa propria ed è sempre presente il rischio che le controversie siano risolte, infine, con la forza e non con il diritto, facendo torto a qualcuno. Per questo motivo una persona onesta può sentirsi in dovere di allontanarsene.
La lex iusti offre i principi universali da cui discendono lex iuridica e lex iustitiae e consiste in doveri interni. Kant ha definito lo iustum come atto conforme al dovere quando il dovere è una legge esterna. I doveri della lex iusti, quindi, non possono essere interni nel senso che sono doveri di virtù e non di diritto. Honeste vive non può significare "abbi buone intenzioni". Il §41 aiuta a risolvere l'enigma: i doveri della lex iusti sono interni perché sono formali, cioè non si sono ancora estrinsecati in norme che impongono azioni specifiche, pur costituendone i princípi. Per esempio: pacta sunt servanda appartiene alla lex iusti, le norme che vincolano le parti che concludono effettivamente un contratto sono lex iuridica e la sentenza di un giudice civile che dirime una controversia contrattuale è lex iustitiae.
L' honeste vive non è un principio etico, ma rimane un principio morale: essere soggetti di diritto significa riconoscere che la propria libertà ha tanto valore quanto quella di ogni altro. Significa rifiutare di ridursi a mezzi al servizio di scopi posti da altri. Significa, in una parola, rifiutare di farsi trattare come schiavi. Chi è fine in se stesso, infatti, è molto di più di un particolare nei progetti altrui: è in se stesso un progetto o - meglio - in quanto libero è il suo proprio progetto.
Mentre la nostra esposizione, per motivi didattici, si è sviluppata a ritroso, quella di Kant procede in avanti: i doveri di diritto sistematicamente intesi hanno origine nel giusto ma devono realizzarsi diventando prima doveri giuridici e infine concreta giustizia, in quanto non sono fatti solo per essere pensati. Pretendere di vivere in una società giusta non è da sognatori o da sovversivi: è un dovere di chiunque rispetti se stesso.
Il diritto come dottrina sistematica si divide in:
diritto di natura (Naturrecht) fondato solo su princípi a priori;
diritto positivo o statutario, derivante dalla scelta di un legislatore.
Il diritto inteso come come facoltà morale (titulus) di obbligare gli altri si divide però in:
diritto innato, che spetta a ciascuno indipendentemente da ogni atto giuridico (mio e tuo interno); 58
diritto acquisito, che segue a un atto giuridico (mio e tuo esterno).
Per Kant il diritto innato, che appartiene a ogni essere umano 59 semplicemente in virtù della sua umanità, può essere ridotto alla libertà, che qui definisce, in modo giuridico, come indipendenza dall'arbitrio necessitante altrui, in quanto in grado di coesistere con la libertà di ogni altro secondo una legge universale. Nel principio della libertà innata sono comprese, perché sono semplicemente altri modi di dire la stessa cosa:
l'uguaglianza innata, cioè l'indipendenza per la quale non siamo obbligati dagli altri più di quanto li possiamo reciprocamente obbligare, che discende immediatamente dal carattere formale della libertà e dall'universalità della legge;
la qualità di ciascuno di essere suo proprio signore (sui iuris, cioè capace di agire legalmente senza dipendere da decisioni altrui;
l'integrità, cioè l'aver titolo, prima di aver commesso atti giuridici che depongono per il contrario, a essere considerato una persona giuridicamente integra (iusta); 60
la facoltà di fare agli altri tutto ciò che non riduce ciò che è loro proprio in senso giuridico, purché se ne vogliano curare. Kant adduce l'esempio della semplice comunicazione del proprio pensiero e perfino della menzogna, perché dipende dagli altri crederci o no.
In questo testo si sostiene che, perché la menzogna sia giuridicamente perseguibile, non è sufficiente un discorso insincero, a cui l'interlocutore resta libero di credere o no: occorre che la falsificazione sia volta a privarlo di quanto gli spetta di diritto. Kant adduce, come esempio, il caso di un truffatore che ottenga, da un'altra persona, qualcosa che non gli sarebbe dovuto facendole credere con l'inganno (falsiloquium dolusum) di avere con lei un vincolo contrattuale: mendacium est falsiloquium in praeiudicium alterius. 61
La distinzione fra diritti innati e acquisiti è stata introdotta per fare chiarezza sull'onere della prova nelle dispute sui diritti acquisiti relative a diritti dubbi oppure, accertato il diritto, a fatti dubbi. Chi rifiuta l'obbligazione può appellarsi sistematicamente al proprio diritto innato, facendo quindi ricadere sull'altra parte l'onere di provare la sua pretesa di avere un diritto acquisito nei suoi confronti. In altri termini, è proprio grazie al diritto innato che onus probandi incumbit actori.
I (239). I doveri di virtù si distinguono dai doveri di diritto perché per essi non è possibile una legislazione esterna: essi, infatti. riguardano il fine dell'agente che, essendo identico alla legge stessa, è allo stesso tempo un dovere. L'adesione a un fine, infatti, è un atto interiore e non può essere imposta da una legislazione esterna.
Perché la morale si occupa in primo luogo di doveri - si pensi per esempio al De officiis di Cicerone - e non di diritti, dal momento che doveri e diritti sono in reciproca corrispondenza? Kant connette il primato dei doveri all'unica via attraverso la quale conosciamo la nostra libertà, vale a dire l'imperativo morale. Anche per Kant, come per Socrate, scopriamo la nostra libertà soltanto in un limite.
II. La dottrina dei doveri rappresenta l'essere umano sotto un duplice aspetto:
homo phaenomenon: è l'essere umano così come appare nella nostra esperienza sensibile, soggetto alle determinazioni naturali;
homo noumenon: è l'uomo in quanto capace di libertà, e dunque meramente sovrasensibile e intelligibile
Il diritto, che si occupa esclusivamente di azioni esterne, opera sull'homo phaenomenon. L'homo noumenon, invece, è di competenza dell'etica, che si occupa dei fini.
| Dovere verso se stessi | Dovere perfetto | Dovere verso gli altri | ||
| 1. Diritto dell'umanità nella nostra propria persona | - di diritto | 2. Diritto degli uomini | ||
| Dovere: | ||||
| 3. Fine dell'umanità nella nostra propria persona | - di virtù | 4. Fine degli uomini | ||
| Dovere imperfetto | ||||
I doveri di diritto concernono le azioni e non le intenzioni: riguardano, cioè, solo quello che facciamo e non i fini per il quali scegliamo di farlo. Per questo essi sono definibili con precisione, senza latitudine, e meritano il nome di "doveri perfetti". 62 I doveri di virtù hanno a che vedere con i fini e non con le azioni: poiché uno stesso fine può essere perseguito con più azioni diverse, meritano il nome di "doveri imperfetti" in quanto non s'identificano con azioni rigorosamente definite. 63
| 1. Relazione giuridica dell'essere umano con esseri che non hanno né doveri né diritti | 2. Relazione giuridica dell'essere umano con esseri che hanno doveri e diritti |
| 3. Relazione giuridica dell'essere umano con esseri che hanno solo doveri | 4. Relazione giuridica dell'essere umano con esseri che hanno solo diritti |
Mentre lo schema precedente classificava i doveri in quanto oggetto della metafisica dei costumi, questo ulteriore schema prende in considerazione i soggetti, per stabilire con quali soggetti possiamo istituire una relazione giuridica.
Nel riquadro 1 non c'è relazione giuridica perché i suoi soggetti sono entità prive di ragione che non possono né obbligare né essere obbligati.
Si può propriamente parlare di relazione giuridica solo nel riquadro 2: qui, davanti a noi, abbiamo un soggetto portatore di diritti e doveri, il quale dunque, come noi, può obbligare ed essere obbligato.
Il riquadro 3 ci metterebbe di fronte a schiavi e servi della gleba, con i quali la relazione giuridica sarebbe asimmetrica: relazioni di questo genere sono esistite nel diritto positivo, ma Kant ne esclude il carattere giuridico perché incompatibile con il diritto secondo ragione.
Nel riquadro 4 avremmo una relazione con Dio, che ha solo diritti e nessun dovere perché la sua volontà è santa e non subisce la legge morale come un imperativo. Non ci può essere un dovere giuridico nei confronti di Dio perché sarebbe un dovere trascendente, cioè al di sopra delle nostre capacità cognitive: Dio, infatti, è qualcosa che la ragione pensa come un'idea, ma che non può trovare nessuna incarnazione empirica come soggetto esterno che ci obbliga giuridicamente. Dal punto di vista etico, invece, dal momento che il fine è solo pensato e non apprezzabile nel foro esterno, l'idea di Dio può avere un uso appropriato.
Come spiega Kant nella Critica della ragion pura, la dottrina degli elementi ha il compito di fare l'inventario di materiali di cui si serve chi vuole costruire un edificio, che in questo caso è quello della metafisica dei costumi. Gli elementi di questo edificio sono i doveri, che vengono classificati secondo la tassonomia illustrata qui a fianco.
La dottrina del metodo riguarda le condizioni della costruzione dell'edificio edificato con i materiali preparati dalla dottrina degli elementi. Nel caso della metafisica dei costumi, la dottrina del metodo si occupa del modo in cui gli elementi vanno applicati alla prassi. In particolare, la didattica si occupa dell'insegnamento della virtù, mentre l'ascetica 64 del modo in cui debba essere esercitata. Questa costruzione - aggiunge Kant - implica anche una forma architettonica che è l'arte di connettere insieme diversi elementi, con metodi appropriati, per farne un sistema.
Per quanto concerne gli elementi, a quanto già noto lo schema aggiunge, nella sezione dei doveri di diritto, la distinzione fra diritto pubblico e privato. Secondo Kant, il diritto di natura (Naturrecht) o diritto secondo ragione non va diviso in diritto naturale e sociale, bensì in:
diritto naturale (natürliches Recht) o diritto privato; 65
diritto civile (bürgerliche Recht) o diritto pubblico.
La suddivisione fra diritto naturale e sociale, infatti, sembra presuppone che lo stato di natura non sia uno stato sociale - che, dunque, gli esseri umani siano attualmente dotati di logos prima di esser parte di una società -, ma sia in esso concepibile un diritto. Il secondo, più correttamente, presuppone che lo stato di natura sia già sociale e vi sia possibile un diritto, ancorché solo privato, perché gli esseri umani, in quanto razionali, non hanno bisogno della polizia e dei tribunali per interrogarsi sul giusto e sull'ingiusto. Il passaggio al diritto civile, cioè l'istituzione di uno stato (civitas) nelle quale sia reso vigente un sistema di leggi pubbliche coercitive, serve in questo caso solo per garantire il diritto, e non per istituire la società. Una società, infatti, esiste anche prima del pactum unionis civilis, anche se non è civile perché ciascuno, essendo giudice in causa propria, è anche, strutturalmente in conflitto di interessi e dunque ogni controversia è esposta a risolversi con l'uso, attuale o potenziale, della forza.
[ 53 ] Il giusnaturalismo si distingue dal giuspositivismo proprio perché il suo diritto è ius quia iustum (diritto perché giusto) e non ius quia iussum (diritto perché imposto).
[ 55 ] Lo stesso esempio ricorre nel Detto comune nella discussione sul diritto di resistenza.
[ 56 ] Si veda B. Sharon Byrd, Joachim Hruschka, Kant’s Doctrine of Right. A Commentary, Cambridge, Cambridge U.P., 2010.
[ 57 ] Gli enunciati fra parentesi quadre sostituiscono "sono" e "è" nell'uso giudiziario del sillogismo.
[ 58 ] Anche in questo caso Kant usa l'aggettivo "interno" in un senso coerente a quanto detto a proposito della lex iusti.
[ 59 ] Per rendersi conto che l'umanità di Kant ha poco a che vedere con l'appartenenza alla specie Homo sapiens sapiens basta leggere questo passo della Critica della ragion pratica (1788) [Ak V 87 (trad. it. di F. Capra per Laterza, corsivi miei)]:
L’uomo è bensì abbastanza profano, ma l’umanità nella sua persona, per lui, deve essere santa. In tutta la creazione tutto ciò che si vuole e su cui si ha qualche potere può essere adoperato anche semplicemente come mezzo; soltanto l’uomo, e con lui ogni creatura razionale, è fine in se stesso. Vale a dire esso è il soggetto della legge morale, la quale è santa in virtù dell’autonomia della sua libertà. Appunto per questa autonomia ogni volontà, anche la volontà propria di ciascuna persona, rivolta verso la persona stessa, è condizionata dall’accordo coll’autonomia dell’essere razionale: è limitata cioè dalla condizione di non assoggettare questo essere a nessun proposito che non sia possibile secondo una legge la quale possa derivare dalla volontà dello stesso soggetto passivo; perciò di non adoperare mai questo semplicemente come mezzo, ma, nello stesso tempo, anche come fine. Questa condizione noi la attribuiamo giustamente perfino alla volontà divina rispetto agli esseri razionali nel mondo come sue creature, perché essa si fonda sulla loro personalità, personalità, per la quale soltanto essi sono fini in se stessi.
[ 60 ] Questo principio, oltre a fondare la presunzione d'innocenza del diritto penale, delegittima, in una prospettiva più ampia, la prassi di disconoscere a priori il diritto di qualcuno in virtù dei pregiudizi ispirati da forme di realismo politico o da altre convinzioni antropologiche di origine empirica.
[ 61 ] Nel saggio sul diritto di mentire (Ak VIII 426) Kant avrebbe potuto agevolmente usare questa definizione restrittiva. La via privatistica scelta nella Metafisica dei costumi, però, viene esplicitamente scartata, a favore di una posizione più difficile, pubblicistica, vale a dire la tesi che la menzogna, anche quando non danneggia gli esseri umani in carne e ossa delle cui relazioni si occupano i giuristi, è sempre una lesione dell'umanità in generale.
[ 62 ] Il carattere rigoroso dei doveri di diritto li rende gerarchicamente superiori ai doveri di virtù - cosa, questa, particolarmente ricca di conseguenze quando l'agente è un uomo politico.
[ 63 ] La Fondazione della metafisica dei costumi (1785), Ak IV 421-423 presenta quattro esempi che corrispondono a ciascuna delle categorie dello schema presentato sopra. Una traduzione italiana è disponibile qui.
[ 64 ] Anche se oggi si intende prevalentemente in senso religioso, "ascetica" deriva dalla parola greca askesis, che originariamente designava l'esercizio o l' allenamento di un atleta.
[ 65 ] Correttamente Landolfi Petrone suggerisce di distinguere anche nella traduzione Naturrecht da natürliches Recht, in quanto posti tassonomicamente a livelli diversi.
Immanuel Kant, La metafisica dei costumi
by Maria Chiara Pievatolo is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.
Based on a work at http://btfp.sp.unipi.it/dida/kant_mds