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Online Journal of Political Philosophy

Università e accademia

La seconda sezione del frammento affronta il rapporto fra università e accademia. Anche in questo caso Humboldt rifiuta di procedere dall'esistente e dalla sua storia per estrarne un senso razionale [30] 60 e si chiede invece che cosa fare dell'accademia [31], una volta stabilito che l'università riformata riunisce in sé didattica e ricerca [32]:

  1. vale la pena avere un'accademia accanto a un'università?

  2. se sì, quale deve essere la sfera d'azione propria di ciascuna?

  3. se sì, in quale sfera d'azione devono operare insieme?

Humboldt riconosce che la Germania, in controtendenza, non ha cancellato la ricerca dalle università: "le scienze sono state ampliate dai docenti universitari altrettanto – e in Germania di più [34] – che dagli accademici, e questi uomini sono pervenuti a simili progressi nelle loro discipline proprio grazie alla loro cattedra" [32]. Ma, al di là della contingenza storica - l'eccezionale fioritura della cultura tedesca a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo e il dibattito avviato in epoca illuministica - c'è qualcosa di più: se non intendiamo il sapere come un prodotto, bensì come un processo non ancora concluso, spiegarlo agli studenti non è un tedioso travaso di nozioni, 61 ma un'occasione per ricomprenderlo, risvilupparlo e ridiscuterlo. Infatti,

in generale, la scienza non si può veramente esporre come scienza senza ogni volta comprenderla di nuovo in quanto qualcosa che si mette in atto da sé [32].

Separare l'insegnamento universitario dalla ricerca, riducendolo a mera trasmissione di nozioni, trasformerebbe l'università in una scuola. A cosa serve, dunque, l'accademia, se le sue funzioni - fare ricerca e creare spazi di discussione e condivisione dei risultati [33] - potrebbero in generale essere svolte dall'università?

Perché distinguere fra università e accademia?

La separazione fra università e accademia non si fonda sulla peculiarità delle loro attività, che sono o possono essere pressoché equivalenti, bensì sulla peculiarità "della loro forma e della loro relazione con lo stato" [36]. In altri termini, Humboldt non mantiene le due istituzioni distinte per ragioni funzionali: fa questa scelta per motivi politici.

Università e accademia vanno distinte sulla base del loro grado di contiguità con la vita pratica e i bisogni dello stato. L'università, infatti, svolge (anche) attività didattica e conferisce titoli di studio, mentre l'accademia si occupa solo di ricerca. I professori universitari, perciò, sono connessi fra loro solo amministrativamente a meno che non trovino un'accidentale affinità di interessi, mentre l'accademia è "una società veramente costituita per sottoporre il lavoro di ognuno al giudizio dell’altro" [37].

Nel caso dell'università, la funzione pubblica e la separazione dell'amministrazione dalla valutazione proteggono il professore dall'influenza dei colleghi pur accrescendo il potere dello stato. L'accademia, di contro, si basa su un esperimento sociale opposto: ridurre l'interferenza dello stato ed esaltare il potere dei colleghi, a garanzia dell'autonomia collettiva della comunità scientifica, pur col rischio che gli accademici pecchino di inoperosità o di conformismo.

Università e accademia: sfere d'azione

Si deve tener ferma, in questo modo, l’idea di un’accademia come sommo ed estremo asilo della scienza e corpo massimamente indipendente dallo stato, e, se un tale ente darà prova di un’attività troppo ridotta o unilaterale, si deve accettare il rischio che il giusto non sempre si realizzi al meglio nelle condizioni esterne più favorevoli. Si deve accettare il rischio – dico – perché l’idea è pur sempre bella e benefica in sé, e può sempre sopravvenire un momento in cui venga perfino attuata degnamente [38, corsivi aggiunti].

L'accademia incarna istituzionalmente la volontà della società di scommettere su una ricerca libera condotta da una comunità scientifica autonoma in cui si entra per cooptazione. Della separazione dei poteri che vale per la carriera universitaria rimane solo la ratifica del monarca alle ammissioni nell'accademia, che Humboldt si augura rimanga meramente formale [42].

La sua peculiarità istituzionale, però, non è volta a isolarla, ma a garantire una sorta di pluralismo:infatti mentre qualche professore sarà cooptato nell'accademia, l'accademico potrà insegnare all'università senza doverne fare parte [40]. Gli studenti, così, potranno confrontarsi con accademici che sono stati cooptati dai colleghi di un corpo unitario, con liberi docenti che hanno ricevuto la venia legendi da qualche ateneo, e infine con professori assunti dallo stato - cioè, in termini politici, rispettivamente con gli esiti del potere scientifico dei colleghi, accentrato per l'accademia e decentrato per la venia legendi, e del potere amministrativo dello stato.

Viceversa, l'università potrà valersi dell'accademia per commissionarle esperimenti e osservazioni [45]; e infine entrambe potranno controllare e usare, con la mediazione dello stato, istituti strumentali come le biblioteche, gli orti botanici e i teatri anatomici e zootomici [46-48].

Una scienza aperta

Humboldt sa benissimo che qualche università potrebbe conferire la venia legendi a persone immeritevoli; che lo stato, fra quanti godono della venia legendi, potrebbe far professori i più ubbidienti; che le facoltà, quando gli propongono i propri candidati per le varie discipline, potrebbero essere animate da interessi locali; che, infine, l'accademia potrebbe cooptare non i ricercatori migliori, ma i più abili nell'autopromuoversi. 62 In mancanza di criteri "oggettivi" per valutare qualcosa che, per definizione, ancora non c'è, com'è possibile evitare simili errori? La pluralità - risponde il frammento - dei poteri di valutazione e di assunzione rende meno probabile che tutti sbaglino allo stesso tempo o allo stesso modo, e, in ogni caso, l'opinione pubblica saprà giudicare imparzialmente eventuali scelte inappropriate [43].

Il testo, che s'interrompe all'inizio di una sezione mai scritta dedicata all'accademia, non dice molto di più. Possiamo però immaginare che persone la cui Bildung 63 si è valsa del diritto universale all'istruzione siano in grado di contribuire a un'opinione pubblica collettivamente capace di discutere le scelte accademiche e statali e che i ricercatori, in quanto studiosi e docenti in un'università in cui la didattica è parte della ricerca, siano indotti a non privatizzare i loro testi in luoghi inaccessibili e a fare un uso pubblico della ragione senza piegarsi agli abusi della mediazione culturale. Possiamo immaginare una cultura che divenga generale sia in un senso oggettivo, per i suoi contenuti, sia in un senso soggettivo, perché comune a tutti, 64 e una "società della conoscenza" che sia tale perché tutti possono partecipare criticamente al processo del sapere senza ridurlo a prodotto da smerciare o a capitale da privatizzare e mettere a profitto. 65 Lo possiamo immaginare - e avremmo gli strumenti per farlo.



[ 60 ] E in questo si distingue esplicitamente da Kant, che, nel suo Conflitto delle facoltà aveva scelto di parlare del modello ideale in modo obliquo, discutendo di istituzioni esistenti rappresentate ironicamente come accidentali.

[ 61 ] Humboldt presuppone implicitamente che il rapporto numerico fra docenti e studenti sia tale da non rendere l'insegnamento universitario "così faticoso da dover rappresentare un'interruzione del tempo libero dello studio anziché un suo sussidio" [32].

[ 63 ] Franz-Michael:Konrad («Wilhelm von Humboldt's Contribution to a Theory of Bildung», p. 123, in In: Pauli Siljander, Ari Kivelä, Ari Sutinen (eds): Theories of Bildung and Growth : Connections and Controversies between Continential Educational Thinking and American Pragmatism. Rotterdam, Boston, Taipei, Sense Publishers, 2012, pp. 107-124, trad. mia) scrive: "L'unico scopo della Bildung, secondo Humboldt, è dare all'individuo una forma interiore che non permetterà di trasformarlo in un oggetto del mercato e della società. Humboldt, cogliendo ottimamente l'essenza della Bildung con questa immagine, parlava di una misura interiore. Specialmente se la Bildung è intesa come un confronto attivo con un mondo esterno, deve essere vero che in un mondo fragile e costantemente mutevole che può essere difficilmente capito dal singolo, c'è più che mai bisogno di qualcosa di stabile che ci dia orientamento. Questo qualcosa, che si deve trovare in noi stessi, è Bildung. La Bildung è un processo attivo di appropriazione del mondo, ma per formare una forza o un assetto interiore. In questo senso, la Bildung è un processo aperto, riflessivo, infinito, guidato da un'idea utopica dell'essere e della natura umana nel mondo". Il testo originale è incoerentemente acquistabile, a carissimo prezzo, sul sito di una multinazionale dell'editoria scientifica; può però essere visto quasi per intero su Google Books.

[ 64 ] Come scrive Lucio Russo (La cultura componibile, Napoli, Liguori, 2008, pp. 3 ss.) in una società senza cultura generale ignoranza e iperspecialismo sono facce della stessa medaglia: "Come spesso accade (la storia politica dell’ultimo secolo ne fornisce abbondanza di esempi) le due possibilità presentate come opposte in realtà si sostengono a vicenda, eliminando le possibili alternative. In una civiltà con un minor grado di parcellizzazione del sapere, come è stata quella europea fino alla prima metà del XX secolo, erano presenti una classe media dotata di una cultura condivisa relativamente ampia e un sottile strato di intellettuali capaci sia di immergersi a fondo in questioni specialistiche, sia di riemergerne dando significato al proprio lavoro settoriale. Le due categorie potevano sussistere solo grazie alla reciproca interazione. La cultura diffusa derivava infatti, più o meno direttamente, da quella prodotta dagli intellettuali, determinando la loro utilità sociale. Inoltre la capacità dell’antico specialista di guardare dall’esterno la propria specializzazione, ed eventualmente di attraversarne più d’una o anche di crearne, richiedeva certo grande capacità e impegno ma era resa possibile dalla circostanza imprescindibile che l’intellettuale, prima di divenire uno specialista, aveva acquisito precocemente gli strumenti culturali generali di base che condivideva con il gruppo molto più ampio di quelle che erano dette 'persone colte'."

[ 65 ] Antonio Scalari, «Perché la scienza non si comunica a suon di schiaffi», Valigia Blu, 3 gennaio 2017: "le persone non si comportano come recipienti vuoti da riempire con nozioni" e dunque " la comunità scientifica non deve limitarsi a trasferire conoscenze con un approccio 'paternalistico', ma deve discutere in modo trasparente e aperto, e alla pari, con il pubblico. Il pubblico diventa così un attore del processo decisionale, perché le implicazioni di numerosi campi della ricerca scientifica, dalla medicina all'ambiente, riguardano tutta la società, non solo gli esperti."

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Wilhelm von Humboldt: un frammento di università by Maria Chiara Pievatolo is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.
Based on a work at http://btfp.sp.unipi.it/dida/humboldt