|
Il Fedone di Platone |
btfp |
Cebete, d'accordo con Socrate, aggiunge che anche la teoria dell'anamnesis, 27 per la quale ogni apprendimento (mathesis) è reminiscenza di qualcosa d'imparato in un tempo precedente (72e), deve presupporre che l'anima ci fosse già prima di venire ad essere in forma umana e quindi sia immortale.
Simmia, affermando scherzosamente di non averne memoria, chiede una dimostrazione. Cebete gli risponde richiamando un tema del Menone: gli esseri umani, se interrogati in modo appropriato, rispondono da sé su tutto ciò che è; e non potrebbero farlo, se non avessero in sé una qualche scienza (episteme) e un ragionamento (logos) corretto (73a). Questo risulta chiaro se si mette qualcuno davanti a una figura geometrica.
Simma continua a non essere convinto. Socrate gli chiede se è incredulo sul come l'apprendimento possa essere anamnesis. Simmia replica che non desidera persuasione nel senso della pistis, bensì, appunto, anamnesis (73b). Non gli basta, in altri termini, prestar fede alla parola di qualcuno, ma deve riuscire a trovare la prova in se stesso. I personaggi del Fedone, ancora una volta, rivelano la strategia retorica del testo: Simmia non ha reminiscenza perché ritiene che la tesi sia stata insufficientemente dimostrata, non perché è smemorato.
Socrate risponde con un'argomentazione divisibile in quattro fasi.
I. Associazione
Se qualcuno ricorda una cosa, questa doveva essergli già nota in un tempo precedente.
Ricordare significa avere, quando si percepisce qualcosa, la nozione di un'altra cosa la cui conoscenza (episteme) non è la medesima (73c). Per esempio: la conoscenza di un uomo è diversa da quella di una lira. Ma un erastes può associare la seconda nozione alla prima, quando la lira gli fa tornare in mente il ragazzo amato. Oppure, sempre per associazione, chi vede Simmia può rammentare Cebete (73d).
Una associazione mnemonica simile avviene quando una lira o un cavallo disegnati ci fanno ricordare lo strumento o l'animale rappresentati nel disegno, oppure un'immagine di Simmia fa tornare in mente Cebete o lo stesso Simmia (73e).
L'anamnesis risulta da cose simili e da cose dissimili. Per esempio ci si può ricordare di Simmia grazie al suo ritratto, che gli è simile, o grazie alla sua lira, che non lo è.
Quando l'anamnesis risulta da cose simili si considererà tale anche se la somiglianza della cosa che ha risvegliato la memoria lasci a desiderare rispetto alla cosa ricordata. Per esempio, chi si ricorda di Simmia guardando il suo ritratto potrà rendersi conto che non è perfettamente identico all'originale.
Per dire che due pietre o due pezzi di legno sono uguali, dobbiamo presupporre l'uguale in sé (auto to ison) (74a) e dobbiamo sapere che cos'è. Dobbiamo, in altre parole, avere un paradigma astratto di uguaglianza.
Da dove ci viene la sua conoscenza? Dall'osservazione empirica di due pezzi di legno o di due pietre uguali?
Gli oggetti dell'esperienza - due pezzi di legno o due pietre - possono apparire uguali a uno e disuguali a un altro (74b).
Non si può invece dire che l'uguale in sé appaia disuguale, o che l'uguaglianza sia disuguaglianza. Si violerebbe, infatti, il principio di non-contraddizione.
Dunque l'uguale in sé è diverso dagli oggetti empirici che ci sembrano uguali.
III. Esperienza, comparazione e conoscenza
Però noi concepiamo e afferriamo la conoscenza dell'uguale in sé tramite l'esperienza di oggetti particolari uguali. 28
È indifferente il grado di similitudine di questi oggetti rispetto al nostro concetto (74c), perché l'anamnesis risulta sia da cose simili sia da cose dissimili .
Tuttavia il modo in cui oggetti particolari sono reciprocamente uguali è manchevole rispetto all'uguaglianza in sé (74d).
Per poterci rendere conto del carattere difettoso dell'uguaglianza degli oggetti empirici rispetto all'uguale in sé dobbiamo averne una conoscenza precedente (74e) al momento in cui abbiamo fatto esperienza di quegli oggetti.
Questo pensiero - anche se ci viene in mente facendo esperienze - non ci può derivare dall'esperienza sensibile (75a): è una forma che imponiamo ad essa per renderla intelligibile. Per questo diciamo che gli oggetti sensibili uguali aspirano a essere come l'uguale ma gli si approssimano soltanto.
Quindi deve essere già presente in noi prima della nostra nascita, prima che cominciamo a usare i sensi: altrimenti le percezioni sensibili che riceviamo quando veniamo al mondo non potrebbero mai acquisire un significato intelligibile (75b).
Questa conoscenza anteriore riguarda tutte le idee, dal maggiore e minore al bello, al buono, al giusto, all'osion (75c), ossia tutto ciò a cui nel nostro interrogare e nel nostro rispondere poniamo il sigillo di ciò che è in sé (75d).
IV. Anamnesis
Questa conoscenza anteriore alla nascita potrebbe essere o sempre presente, o tale che è da noi dimenticata e la dobbiamo ricordare (76a).
Una persona che sa deve essere in grado di render ragione (logon didonai) di quanto sa, cioè di dimostrarlo razionalmente in un discussione libera. Ci riescono tutti?
Simmia risponde di no - aggiungendo cupamente che dal giorno dopo non ci sarà più nessuno in grado di farlo bene (76b). 29
Dunque quelli che riescono a render ragione di quanto sanno lo possono fare solo ricordando ciò che hanno imparato una volta, prima di nascere. La conoscenza delle idee non è sempre presente a tutti, altrimenti tutti sarebbero capaci di render ragione di quanto sanno; è piuttosto una potenzialità che solo alcuni sanno mettere in atto, riscoprendo quanto hanno dimenticato.
Ma questo implica che l'anima, con la sua intelligenza, possa esistere anche separata dal corpo umano (76c).
L'anima, dunque, c'è per la stessa necessità per la quale ci sono le idee (76e). Non si dà scienza senza coscienza - o, meglio, senza una coscienza capace di superare l'individualità e la sua collocazione nello spazio e nel tempo.
Simmia si dice convinto sia dell'esistenza dell'anima prima della nascita, sia dell'essere, nel senso più forte del termine, di essenze come quella di bello e di buono (77a). Ma si chiede se Cebete sia altrettanto convinto: infatti, anche se fosse vero che l'anima esista prima di incarnarsi di un corpo, non ne segue necessariamente che essa debba sussistere senza disperdersi dopo la morte (77b). Cebete, chiamato in causa, interviene a confermare il suo dubbio.
Socrate risponde richiamando l'argomento della ciclicità della vita (77c). Si rende conto, però, che se i suoi interlocutori nutrono la paura infantile che l'anima si dissolva dopo la morte, occorre offrir loro un supplemento di dimostrazione (77d). Infatti, dalla constatazione di un ciclo vitale non segue affatto che la protagonista di questo ciclo sia l'anima e non semplicemente la materia vivente. Cebete gli chiede di essere persuaso, o meglio di persuadere il bambino timoroso che c'è in lui.
Il carattere infantile dell'ascoltatore è una assunzione tipica della retorica: anche qui si sta parlando di persuasione nel senso della persuasione per pistis. Al bambino spaventato bisogna cantare un incantesimo per fargli passare la paura (77e). Nel Carmide, un presunto incantesimo per curare il mal di testa è l'espediente - retorico - con il quale Socrate induce il suo giovane interlocutore alla discussione filosofica.
Cebete si chiede dove mai riusciranno a trovare un buon cantore di incantesimi, quando il suo interlocutore li avrà lasciati. La Grecia è grande - risponde Socrate - e ci sono anche molti popoli stranieri fra i quali si potrà cercarlo, ma la cosa migliore è che lo trovino fra loro stessi (78a). Socrate, in quanto individuo, vuole essere pensato come superabile. 30
[ 27 ] Cebete orienta l'argomento di Socrate - di per sé compatibile anche con una biologia materialistica - con più precisione verso l'anima, in quanto l'anamnesis è un processo psichico - anzi, è il processo psichico che ci identifica.
[ 28 ] Non ci sono, dunque, altre idee se non quelle suggerite dall'esperienza sensibile. A.E. Taylor (Plato The Man And His Work, London, Methuen, 1949, p. 188) interpreta la posizione platonica kantianamente: «Senza sensibilità non sarebbe dato a noi nessun oggetto, e senza intelletto niente sarebbe pensato. I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche» (Kritik der reinen Vernunft, B 75). La nostra conoscenza comincia con l'immediatezza dell'intuizione sensibile, la quale da sola è cieca perché noi siamo in grado di dire che cosa stiamo percependo solo quando la pensiamo, cioè - in linguaggio platonico - ne scopriamo la partecipazione con le idee. Un pensiero composto soltanto di idee sarebbe però vuoto, perché non avrebbe nessun oggetto.
[ 29 ] L'anamnesis è in potenza per tutti, ma in atto per pochi: anche per questo Platone, quando si misura con la politica in atto, prende posizioni non democratiche.
[ 30 ] In questo senso anche i testi di Platone, via via che ci si allontana dall'Apologia, possono essere pensati a un tempo come un omaggio e un superamento di Socrate.
Il Fedone di Platone
by Maria Chiara Pievatolo is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.
Based on a work at http://btfp.sp.unipi.it/dida/fedone