L’accademia dei morti viventi, parte terza: i testi

[Segue da Parte seconda: il fantasma dell’autore]

Kevin Kelly, license CC-by-nc-saLa rete fa interagire i testi tramite i link. Li fa interagire fra loro ma soprattutto con il lettore e fra i lettori. Gli autori scrivono frasi, i tipografi stampano pagine, mentre i libri sono fatti dai rilegatori. Le loro proprietà formali non derivano dalla stampa, ma dalla loro organizzazione in forma di codice, che condiziona il modo in cui essi comunicano – tanto è vero che lo scrolling dei documenti sul web ci fa regredire all’esperienza del rotolo

Le tecnologie digitali, con gli ebook e i documenti PDF, hanno trasformato la stampa su carta in pixel sullo schermo, ma non sono andate oltre l’intento, retrospettivo, di rifare il libro con altri mezzi, senza indagare sulla possibilità di accrescere le funzionalità della comunicazione scritta. Per non restare prigionieri dell’età della stampa non basta copiare sul web l’organizzazione del codice aggiungendovi  la flessibilità e riproducibilità del digitale: occorre allargare il nostro senso del testo.

Lipertesto è uno dei pochi esperimenti  radicali finora prodotti dalle tecnologie digitali, con la sua capacità di mettere i testi in rete, liberandoli dalla schiavitù della sequenza, collegandoli internamente ed esternamente e rendendo finalmente chiaro che la loro vita dipende dall’attività del lettore. Gli ipertesti, però, disorientano gli utenti e non sono veramente interattivi, perché, pensati in origine come strumenti di ricerca, rappresentano le associazioni dell’autore e non le loro. Occorre trovare il modo di inserirli in una rete sociale che sia davvero interattiva, permettendo comunicazioni  multidirezionali non solo fra autore e lettore, bensì anche fra lettori.

I media digitali sono modulari, possono essere connessi tramite procedimenti automatici e la loro combinazione produce oggetti di natura variabile. A partire dal progetto Gutenberg, gli informatici umanisti hanno creato grandi database, e, per superare il loro carattere atomico, sistemi di contestualizzazione, revisione ed esposizione come quelli del progetto Nines. Questi strumenti, però, sono usati, di solito, da ben pochi studiosi al di là del gruppo che li ha promossi. Se rimaniamo in una prospettiva centrata sull’autore,  non si capisce perché ci si debba affaticare a cooperare, condividere e annotare.

L’atto della lettura si è spostato dagli spazi aperti dell’antichità a quelli chiusi del medioevo, in una progressiva privatizzazione. Per quanto si siano conservati – nella sfera pubblica moderna – momenti comunitari, la tecnologia del libro favorisce l’idea di un testo come un prodotto unico, discreto, autentico di un singolo individuo e suggerisce una lettura isolata, in particolare quando compiuta da studiosi. Nel loro isolamento, però, gli studiosi partecipano a una conversazione lentissima con gli autori di altri libri e ad altre forme di interazione, dalle lezioni alle conferenze. La fortuna dei blog accademici testimonia il desiderio di alcuni di uscire dalla propria stanzetta, o dalla biblioteca-silos della propria istituzione, rivitalizzando la conversazioni fra pari.

“Le nostre nuove tecnologie testuali ed editoriali devono riconoscere da una parte che pubblicare semplicemente i testi on-line e riuscire a riprodurre le strutture del libro in forma digitale non basta, in quanto la rete non può e non deve replicare il codice; e,  dall’altra, che spostarsi semplicemente a una forma editoriale più connessa internamente non rivoluzionerà parimenti la circolazione dei testi, perché l’accento resta sul testo individuale, l’autore individuale, la mente individuale.

Commentpress è un plugin di WordPress che divide i testi in porzioni linkabili fra loro e dall’esterno, e li rende puntualmente e paritariamente commentabili.  E’ stato usato per scrivere l’opera di cui sto parlando. Sto approfittando delle sue potenzialità per diffondere idee affini alle mie arricchendole di nuovi nessi, esponendole in modo che il loro senso sia comprensibile a un lettore di lingua italiana, ma aperto all’approfondimento di chi conosce l’inglese. Una traduzione integrale pubblicata in forma di codice,. digitale o cartaceo, non potrebbe fare niente di simile: tradizionalmente, i traduttori sono traditori perché scrivono – come aveva capito bene Kant – un nuovo libro completamente separato dal testo originale. Naturalmente, perché tutto questo funzioni, io devo essere più interessata a discutere e diffondere delle idee che a far sfoggio della mia originalità, o del prestigio dell’editore a cui ho scelto di regalare i miei diritti rendendo il  mio lavoro inaccessibile.

“Ogni pubblicazione è parte di una serie progrediente di conversazioni pubbliche, condotte  in molteplici registri temporali e attraverso molteplici testi. Rendere questo conversazioni il più possibile accessibili e invitanti dovrebbe essere lo scopo di chi immagina il corso delle comunicazioni testuali del futuro.

[continua in Parte quarta: la conservazione]

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Lawrence Lessig, The architecture of access to scientific knowledge: just how badly we have messed this up

E’ una conferenza tenuta da Lawrence Lessig al Cern di Ginevra il 18 aprile di quest’anno. Il suo video è disponibile presso il Cern Document Server; a partire da qui si possono trovare i sottotitoli in inglese e in altre lingue, compresa quella italiana.

Lessig esordisce proponendo due impressioni. La prima è un effetto chiamato White, dal cognome del giudice della Corte Suprema Byron White che, nominato da Kennedy nel 1962, iniziò la sua carriera come progressista e la concluse, votando con la maggioranza nel caso Bowers vs. Hardwick, come un conservatore, non perché avesse cambiato le sue idee ma perché non le aveva mai cambiate. La seconda è offerta dagli scaffali vuoti dello studio dell’economista di Harvard Gita Gopinath: “Tutto quello che mi serve ora è in rete”.

Fra Gopinath e la maggior parte di noi c’è però una differenza, che si chiama copyright – una norma di diritto positivo, volta a correggere un fallimento del mercato. Il monopolio temporaneo della distribuzione e dello sfruttamento economico delle opere concesso da questa norma dovrebbe incoraggiare la creatività degli artisti. Ma, a dispetto della sua giustificazione, sancita giudizialmente dalla sentenza Donaldson vs. Beckett del 1774, esso, quando lo incontriamo in rete, ha per lo più a che fare con gli editori e con i loro interessi.

Per la scienza, c’è davvero bisogno di un copyright?

Un politologo che cercasse campaign finance su Google Scholar scoprirebbe che i primi 10 risultati – che coinvolgono siti di editori commerciali o l’archivio non a scopo di lucro Jstor – sono tutti ad accesso riservato e a pagamento. Tutto è in Internet per Gita Gopinath, in un’università d’élite, ma non per molti suoi colleghi, e certamente non per il pubblico in generale. Gli unici a trarre profitto dall’accesso riservato sono gli editori: gli autori scientifici, che lavorano gratis, avrebbero infatti interesse alla massima disseminazione delle loro opere. Jstor, che nel 1994 sembrava una cosa bellissima, sconta ora un effetto White talmente intenso da apparire moralmente oltraggioso: come può una sedicente organizzazione senza scopo di lucro far pagare 20 dollari per un articolo di sei pagine?

Il movimento per l’accesso aperto, che risponde a questo scandalo, è ispirato sia da motivazioni economiche, la crisi dei prezzi dei periodici, sia dall’indignazione: che senso ha lavorare gratis perché altri guadagnino? La fonte di Lessig sulla serial price crisis è questo studio, e in particolare il grafico della figura 1, che mostra quanto spropositatamente siano aumentati i costi delle riviste in raffronto a un prodotto tecnicamente analogo come le monografie.

Naturalmente, perché l’accesso aperto sia pieno e permanente, la ricerca scientifica non deve essere solo accessibile, ma anche protetta da licenze libere. Questa, per esempio, è la scelta di Plos, che ha adottato la licenza Creative Commons meno restrittiva. E in questo senso lavora il ramo scientifico di Creative Commons, Science Commons.

Da questo studio sulle riviste ad accesso aperto, risulta che una buona metà dei grandi editori che lo praticano adotta licenze Creative Commons. Quanto agli altri editori, per il 27% non danno informazioni sul copyright adottato, oppure si fanno cedere i diritti; le licenze Creative Commons (21%) e la conservazione del copyright da parte degli autori (10%) sono casi minoritari. Qui c’è una zona grigia particolarmente interessante: quella delle riviste legate a società per lo studio di un particolare settore, che usano il copyright per sostenere le società stesse, riservando l’accesso a una minoranza di privilegiati. Questo non è Enlightenment (illuminismo): è Elite-ment (esclusivismo). La scienza si attacca alla tradizione per non venir travolta da mode passeggere: ma è tempo di riconoscere che l’accesso aperto è molto più di una moda, perché concerne l’essenza stessa della discussione scientifica.

La condivisione non è essenziale solo per la scienza, ma per la creatività in generale. Al tramonto del XX secolo, Internet, grazie a siti come You Tube, è stata arricchita dall’imporsi di una cultura che non è più read only (di sola lettura), ma read/write (di lettura/scrittura). Ma il sistema attuale del copyright è tale che perfino il quindicenne che remixa un brano musicale per il piacere di farlo viene investito da una normativa complessa e criminalizzante, come si vede dal minaccioso video The Copyright School con il quale YT cerca di erudire i suoi utenti più giovani.

Lessig propone una riforma del diritto d’autore per liberare dalla regolamentazione lo spazio della cultura che non ha scopi commerciali, secondo questo schema:

Riforma del copyright proposta da Lessig

e porre fine all’inutile e sanguinosa guerra contro la cosiddetta pirateria tramite strumenti come le licenze obbligatorie e le licenze collettive volontarie.

Chi conosce il pensiero di Lessig sa che queste tesi, qui riportate in modo molto succinto, non sono delle novità. Quello che merita una riflessione, pratica prima che teorica, sono le sue parole conclusive, dedicate di nuovo al mondo dell’accademia.

Si deve riconoscere l’accesso universale alla conoscenza come un’obbligazione morale. Qui per accesso non si intende una mera accessibilità fisica, bensì la libertà delle licenze, così da rendere rielaborabile e riutilizzabile ogni prodotto della ricerca. La scienza non vive di conformismo e di esclusivismo, ma di innovazione non prevista, non progettata e in controtendenza.

Dovremmo avere il coraggio di dire che quanti praticano o accettano la pubblicazione ad accesso chiuso si comportano ingiustamente e sono incoerenti con l’etica del lavoro scientifico. E gli accademici in posizione di potere, che valutano la ricerca e decidono le carriere altrui, dovrebbero semplicemente smettere di considerare come titoli gli articoli privatizzati su riviste ad accesso chiuso, per quanto prestigiose.

Ho segnalato questa conferenza non tanto per la sua originalità, quanto perché ha il pregio di esporre in modo netto delle tesi importanti sul senso dell’accesso aperto e sul suo nesso – niente affatto ideologico – con l’essenza del nostro lavoro. Una ricerca che trovi il suo senso non nella discussione pubblica, ma nell’ammissione concorrenziale a un club sedicente esclusivo merita ancora di essere chiamata scienza?

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Andrea Capra, Platone e la storia. La fine di Protagora e lo statuto letterario dei dialoghi socratici

Secondo alcune fonti antiche il sofista Protagora, ormai anziano, fu accusato, come Socrate, di empietà e trovò la morte lasciando Atene, forse per sfuggire al processo o forse perché bandito dalla città. Contro questa tradizione sembra militare la testimonianza di Platone, secondo la quale, almeno in apparenza, Protagora, a differenza di altri intellettuali, non si imbatté mai in questo tipo di difficoltà. L’autore, però, osserva che Platone disponeva e padroneggiava degli strumenti letterari dell’antifrasi ironica e dell’allusione mitologica malevola, e poteva presupporre un pubblico in grado di raccogliere i suoi spunti perché ben informato dei fatti. Se leggiamo il testo platonico secondo questo registro, otteniamo una conferma – e non una smentita – della tradizione.

L’articolo, uscito su “Acme” (53:2, 2000, pp. 19-37), è disponibile ad accesso aperto e pieno presso l’archivio istituzionale dell’università di Milano. Il problema interpretativo che affronta può essere letto come una conseguenza di una caratteristica del testo scritto che lo stesso Platone aveva messo in luce nel Fedro: quella stessa rigidità e mancanza di interattività che gli consente di superare i limiti spaziali e temporali della comunicazione orale, può farlo sopravvivere senza il suo contesto, cioè senza la comunità di conoscenza nella quale e per la quale era stato composto. Quanto per gli ascoltatori di Platone era o un ovvio riferimento a un dato storico, o un’ironia altrettanto evidente, per noi è solo l’esito di una congettura filologica, che non può andare oltre la verosimiglianza, perché non possiamo più accedere alle conversazioni quotidiane dell’Atene di due millenni e mezzo fa.

Quanto più i testi sono slegati dai contesti, tanto più diventano rigidi, enigmatici, e sostanzialmente inutili. Chi pubblica ad accesso aperto offre il suo lavoro alla rete, cioè a una molteplicità di interazioni e legami (link), e quindi alla possibilità di far vivere il senso del suo testo più intensamente e più a lungo.

Ho voluto che la prima segnalazione del nuovo Btfp fosse quella di un articolo uscito e depositato altrove per rendere chiara la differenza fra una rivista tradizionale – anche ad accesso aperto, anche in rete – e questa nuova impresa. Un overlay journal non è una cassaforte, né una vetrina, ma uno spazio aperto di legami, di interazioni e di contesti che danno sensi ai testi.

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