Ciò che non siamo: una conversazione sulle riviste scientifiche

Bozzetto per la copertina del volume Ossi di seppia di Eugenio Montale Einaudi Torino L’articolo di Marcello Vitali-Rosati Qu’est-ce qu’une revue scientifique? Et…qu’est-ce qu’elle devrait être?, in un ambiente più libero di quello italiano e forse anche con interlocutori migliori, si interroga sulla necessità e sulla funzione delle riviste scientifiche nell’ambiente digitale.

Secondo un modello che soltanto eufemisticamente possiamo chiamare ingenuo i ricercatori prima ricercano, poi scrivono e, concluso il loro lavoro, passano il cosiddetto prodotto della ricerca alle riviste, le quali hanno, in primo luogo, il compito di valutarlo scientificamente e di dargli una forma degna e, in secondo luogo, quello di diffonderlo.  Così, finalmente, si ottengono delle “pubblicazioni”. I ricercatori, è noto, se non pubblicano muoiono.

Chiunque, però, abbia una familiarità anche remota con la cosiddetta pubblicazione scientifica sa che:

  1. le riviste non si occupano affatto della valutazione e raramente dell’editing – lavori, questi, svolti graziosamente e gratuitamente da redattori e revisori di solito stipendiati, se lo sono, dalle università e non dagli editori;
  2. le riviste tradizionali non sono vocate a diffondere i testi, ma a prenderli in ostaggio, limitandone la circolazione: quanto nel mondo della stampa era un passaggio tecnologicamente ed economicamente obbligato ora è divenuto un ostacolo che non viene scavalcato solo grazie al feticismo della collocazione editoriale.

Come mai questo modello economico aberrante, nel quale chi lavora paga il datore di lavoro per l’onore di esserne sfruttato e trattenuto lontano dal pubblico, continua a sopravvivere? Se gli accademici fossero battitori liberi, smettere di mandare articoli alle riviste o – ancor meglio, smettere di scrivere articoli per comporre piuttosto ipertesti sezionabili, commentabili e linkabili – non apparirebbe eroicamente anticonformista, ma semplicemente razionale.

Allo stato, però, a causa di sistemi di valutazione della ricerca fondati sulla lettura delle testate delle riviste in cui gli articoli sono privatizzati,

è preferibile pubblicare un articolo stupido e inutile in una rivista che nessuno legge, ma dal nome noto, piuttosto che un testo intelligente e che sarà  letto da molti ricercatori, ma in un blog privo di valore simbolico.

Le prima età moderna, tuttavia, non ha inventato le riviste per questo. Le ha inventate per la comunicazione scientifica, cioè per formare comunità  in grado di conversare e di cooperare nella ricerca. La causa dell’aberrazione attuale è l’attaccamento a una soluzione ormai tecnologicamente ed economicamente inadeguata a rispondere al problema per il quale era stata pensata. Per uscirne occorrerebbe risalire, a ritroso, dall’atto alla potenza per riflettere sugli scopi originali delle riviste, e cioè:

  1. costruire comunità, cioè spazi organizzati tramite la comunicazione;
  2. mettere la conversazione al centro, cioè creare zone di dialogo: la diffusione è un compito ormai banale, ma la discussione attenta dei testi lo è sempre meno;
  3. creare modelli di semi-stabilizzazione della conoscenza.

Queste tre fasi sono distinguibili soltanto analiticamente, perché sono reciprocamente interconnesse in un processo che chi prendesse sul serio il lavoro della ricerca dovrebbe considerare. Le tecnologie digitali – e in particolare il web semantico – consentono di costruire strumenti di indicizzazione e di ricerca che si estendono al di sopra e al di là dei singoli siti, aprendo spazi di discussione e comunicazione decentralizzati, nei quali risulta manifesto che fare ricerca – discutere, connettere, rivedere – è molto più che “pubblicare”.

L’articolo di Marcello Vitali-Rosati, sebbene il suo tema non sia nuovo, mette in luce con chiarezza quanto una valutazione della ricerca incentrata sui prodotti invece che sui processi impedisce, anche quando pretende di esserne un distillato: la formazione di comunità di conoscenza  che sanno valutare la propria ricerca facendola. A noi resta soltanto da chiederci se la distopica alleanza di Big Business e Big Government, con i suoi interessi di lucro e di potere, si adoperi per disgregare le comunità e impedire le conversazioni che hanno edificato la scienza moderna per imperizia, per caso o per deliberato progetto. 

Testo segnalato da Elena Giglia

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Valutazione di stato e libertà della ricerca: una riflessione filosofico-giuridica

Particolare della Scuola di Atene di RaffaelloLa revisione paritaria (peer review) è una parte importante della procedura che conduce alla pubblicazione di un articolo in una rivista scientifica tradizionale, costruita e pensata per la tecnologia della stampa. A due o più studiosi di campi disciplinarmente pertinenti, selezionati discrezionalmente dalla redazione della rivista e protetti dall’anonimato, viene chiesto di pronunciarsi ex ante sulla pubblicabilità di un articolo. Quanto i revisori scartano non vede la luce; e, analogamente, rimangono nell’ombra i loro pareri e la loro eventuale conversazione con gli autori, che ha luogo solo per interposta persona. La revisione paritaria aperta ed ex post consente invece di rendere pubblica l’intera discussione e di riconoscere il merito dei revisori, i quali, come gli autori, rinunciano all’anonimato.
In questo spirito, il Bollettino telematico di filosofia politica propone due articoli:

Il primo testo critica la tesi esposta da Andrea Bonaccorsi nel recente La valutazione possibile. Teoria e pratica nel mondo della ricerca, Il Mulino, 2015, condensabile nella seguente affermazione: la valutazione è espressione degli imperativi istituzionali della scienza così come teorizzati da R.K. Merton. Per Roberto Caso, l’autore legge l’opera mertoniana in modo distorto e parziale e trascura la dimensione giuridica del rapporto tra norme formali poste dallo Stato nel processo valutativo e regole informali della scienza: è difficile trasformare quanto in Merton era l’ethos condiviso di una comunità scientifica autonoma in norme di diritto amministrativo senza alterarne profondamente la natura.  Infatti, il disegno della valutazione che Bonaccorsi rappresenta  come democratico, dialogico, condiviso e trasparente collide frontalmente con la prassi italiana dell’ANVUR, motore immobile di orrori giuridici nonché di un gigantesco contenzioso che consegna la vera e ultima valutazione ai giudici.

Il secondo testo si interroga sulle radici filosofiche di questi orrori. Per distinguere la riflessione della ragione teoretica e pratica dagli elementi empirici, prende le mosse da una concessione: fa finta  che il sistema di valutazione teorizzato da Bonaccorsi sia una fotografia – mertonianamente – fedele del modo in cui la comunità scientifica valuta se stessa. Ma, perfino con questa assunzione, la sua costruzione ha come esito un sistema di valutazione praticamente dispotico e teoreticamente retrogrado. Il sistema è dispotico perché trasforma un ethos informale e storico in una norma di diritto amministrativo fissa, che cessa di essere oggetto di scelta da parte della comunità scientifica; ed è retrogrado perché, stabilendo questa norma, cristallizza, come nel castello incantato della Bella addormentata nel bosco, l’evoluzione in un fermo-immagine non più superabile senza ulteriori interventi amministrativi. A questo argomento principale si aggiungono alcune parti accessorie: la prima si occupa della questione, proposta da Bonaccorsi, della verificabilità empirica di alcune tesi dei suoi critici; la seconda prende in esame un campione di citazioni addotte dall’autore a sostegno di alcuni passaggi argomentativi importanti.

Entrambi i contributi sono ispirati dalla prospettiva ideale e critica della scienza aperta, che è già in grado di orientare, perfino con gli strumenti attualmente esistenti, un sistema di valutazione più conforme al principio costituzionale della libertà  delle arti, delle scienze e del loro insegnamento.

Le istruzioni per chi desidera partecipare alla revisione paritaria aperta si trovano qui.

È ora possibile commentare entrambi gli articoli anche su SJScience.org, qui e qui.

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Anonimo scientifico

Un numero recente di “Current science”  (111/2, 25 luglio 2016) ospita un testo di un ignoto, presumibilmente indiano, con una proposta apparentemente ingenua: rendere anonimi gli articoli scientifici e valutare i ricercatori non più per le loro pubblicazioni, ma per i loro discorsi e le loro azioni.

Non è però ingenua l’analisi che le sta alle spalle. Secondo Richard Horton, editor di “The Lancet”, una buona metà della letteratura scientifica potrebbe essere falsa.

Afflitta da studi con campioni piccoli, effetti minuscoli, analisi esplorative dei dati invalide e flagranti conflitti d’interesse, combinati con l’ossessione di inseguire tendenze alla moda di dubbia importanza, la scienza si è avviata su una cattiva strada.

Questi vizi nel metodo e nella selezione dell’oggetto sono esaltati da una valutazione della ricerca che spinge a un’“insana competizione” a pubblicare in alcune riviste selezionate sulla base del fattore d’impatto e a una produttività pletorica, che ha ormai ben poco a che vedere con lo scopo di offrire scoperte e teorie rigorose all’uso pubblico della ragione. Lo spirito competitivo preso nella sua purezza – non da ora, non da oggi – è nemico della ricerca della verità.  Chi fa ricerca deve riconoscere che saper accettare la confutazione e il superamento è una parte importante del gioco della scienza. Così, per esempio, scriveva Max Weber all’inizio del secolo scorso:

Ogni lavoro scientifico ‘compiuto’ comporta nuovi ‘problemi’ e vuol invecchiare ed esser ‘superato’. A ciò deve rassegnarsi chiunque voglia servire la scienza [corsivo mio].

Contro la crisi sono stati suggeriti rimedi amministrativi, deontologici e comunicativi, quali l’auto-pubblicazione e qualche forma di revisione paritaria aperta, allo scopo di riavvicinare la pubblicazione al fine implicito nel suo nome. Nel 2006, tuttavia, “Nature” provò a sperimentare la revisione paritaria aperta – ora oggetto anche di qualche progetto finanziato dell’Unione Europea – ottenendo una partecipazione poco numerosa e poco significativa.

Perché meravigliarsene? In un sistema competitivo di “pubblicazione” proprietaria partecipare a una discussione genuinamente pubblica – perfino sul sito di “Nature” – è ozioso.  In un mondo in cui la “competitività” – o vogliamo chiamarla pleonexia? – è favorita e spesso imposta in quanto incentivo unico alla “produttività” scientifica,  il proprio tempo va investito nella confezione di articoli da regalare a editori bibliometricamente significativi.  Finché le pubblicazioni non recupereranno il loro scopo originario – condividere e registrare teorie e scoperte, non prevalere in una gara eterodiretta fondata sul feticismo bibliometrico – iniettare regolamenti, protocolli e codici etici rischia di avere solo un effetto palliativo.

Le teorie e le scoperte diventano scientifiche se e quando si emancipano dall’inintelligibile genio individuale e si fanno patrimonio comune. Perché una teoria o una scoperta venga riconosciuta come scientificamente solida non occorre – dal punto di vista oggettivo – che sia firmata con un nome e un cognome. Dal punto di vista soggettivo, però, almeno per chi è influenzato da Thomas Hobbes o dall’astrazione dell’homo oeconomicus, le cose sembrano stare differentemente: se non fossimo posti in una competizione che ha variamente a oggetto gli onori accademici, o la misura degli indici H, o, più semplicemente, la sopravvivenza, non avremmo – così si crede – nessuna motivazione per dedicarci alla ricerca.

Eppure, di molti patrimoni artistici e culturali dell’umanità – dalle piramidi egiziane, al tempio di Thanjavur, alle caverne di Ajanta ed Ellora, all’epopea di Gilgamesh, a buona parte delle Sacre Scritture – non conosciamo gli autori, che si sono interamente risolti nelle opere. A maggior ragione, dall’altro lato, sono condannati all’impermanenza i nomi degli autori dell’inflazione di pubblicazioni in riviste proprietarie al servizio della causa della bibliometria più che di quella della scienza.

Anche in occidente la scienza è nata ed è fiorita indipendentemente dell’invenzione delle carriere accademiche e dell’enfasi sulla misura della loro “produttività”, per esempio – individualmente – nella vocazione di chi pensava che una vita senza indagine non fosse degna di essere vissuta, o – socialmente – nella ricerca pura sostenuta dal mecenatismo fiorita nell’Europa protomoderna.

Il concetto di nishkam karma – o azione disinteressata – appartiene alla cultura indiana. Così lo esprime, per esempio, la Bhagavad Gita:

È tuo dovere e competenza solo l’agire, ma che questo non sia motivato dal desiderio dei frutti dell’azione. E non sorga neanche in te l’adesione al non agire. (Bhagavad Gita, 2.47)

Ma qualcosa di simile si ritrova anche in luoghi per noi meno esotici – per esempio nella teoria morale di Kant  – ed è originariamente intrinseco allo stesso ethos scientifico, come può mostrare una lettura mirata della confutazione di Trasimaco nel I libro della Repubblica di Platone. Se ci si facesse beffe del poco realistico ideale della ricerca disinteressata e si misurasse la qualità dei medici sulla loro capacità di farsi pagare, otterremmo esattamente quello i nostri pregiudizi hanno predeterminato: non più medici valenti, ma esperti nell’arte mercenaria.

Si può obiettare che l’anonimato delle pubblicazioni deresponsabilizza gli autori. Il sistema attuale, però, accetta l’anonimato in una funzione più delicata: quella della revisione paritaria, per la quale una critica simile potrebbe avere una forza ancora maggiore. Così, per esempio, scriveva il matematico Giorgio Israel:

L’anonimità dell’esaminatore è invece un’idea sciocca e scandalosa. Chi deve firmare un giudizio e quindi mettere in gioco la propria rispettabilità sta bene attento a quel che scrive, mentre – e si potrebbe produrre un gran numero di esempi al riguardo – un recensore anonimo può permettersi il lusso di emettere giudizi affrettati, superficiali o anche di fare affermazioni palesemente sbagliate, con gli intenti più disparati, senza dover pagare alcun prezzo per questo. Il diffondersi delle procedure di selezione mediante il ricorso a valutatori anonimi, lungi dal garantire la serietà e l’obbiettività del giudizio – si sostiene che il valutatore anonimo sarebbe libero di esprimersi senza le reticenze dettate dai suoi eventuali rapporti di conoscenza o amicizia con il valutato o dal timore di rappresaglie – induce comportamenti poco etici se non addirittura scorretti. Che bisogno c’è dell’anonimato? Una persona che appartiene al mondo della ricerca e dell’università dovrebbe essere capace di conformarsi a criteri di “scienza e coscienza” e non avere il timore di difendere le scelte compiute su tali basi. L’anonimato rischia invece di offrire coperture a comportamenti intellettualmente superficiali o eticamente scorretti (Chi sono i nemici della scienza?, 2013, grassetti miei).

Il sistema di valutazione basato sulle pubblicazioni è un modo per sottrarsi alla responsabilità di giudicare la ricerca spostandola su revisori paritari a loro volta protetti dall’anonimato. Si costruisce così una gabbia d’acciaio apparentemente impersonale in cui nessuno fra coloro che determinano le vite degli altri è davvero disposto a rendere conto delle decisioni – pur molto personali – che si trova a prendere.

Eclissi di soleL’anonimo indiano propone di sovvertire il sistema attuale, oscurando quanto oggi illuminiamo e illuminando quanto oggi oscuriamo. Non è neppure necessario che il nome dell’autore sia un segreto custodito meglio di quello che protegge la revisione paritaria: gli autori potrebbero anche essere contrassegnati da una sorta di ORCID anonimo, e potrebbe esser reso possibile corrispondere con loro tramite le piattaforme di pubblicazione, come si fa attualmente, per interposta persona, con i referee anonimi. Sarebbe sufficiente che l’anonimato fosse un accessorio in un combinato disposto che eliminasse dai criteri per valutare la ricerca e determinare le carriere il numero delle pubblicazioni e il loro peso bibliometrico.  Nelle varie fasi della carriera accademica si dovrebbero invece considerare le persone in luogo dei prodotti, tramite relazioni scritte e colloqui che abbiano a oggetto la tesi di dottorato, la capacità di insegnare e di guidare altri nella ricerca, le attività passate e gli interessi presenti e futuri.

I ricercatori non smetterebbero di pubblicare:  scriverebbero meno e meglio, perché sarebbero motivati solo dallo scopo di condividere la memoria di teorie e scoperte a loro giudizio meritevoli di attenzione. Allo stesso tempo, questa valutazione della ricerca alternativa, fondata sulla cultura delle persone e sulla loro capacità di selezionarla, trasmetterla e discuterla, farebbe emergere, fra i testi anonimi, quelli meritevoli di essere esaminati e studiati. Il denaro sottratto alle multinazionali editoriali e bibliometriche potrebbe essere meglio speso in un’infrastruttura di ricerca pubblica e accessibile a tutti che aiuti gli studiosi nella loro conversazione.

Utopia? Per niente: questa è semplicemente la soluzione antica di un problema altrettanto antico, che si ritrova nel Fedro di Platone. L’invenzione della scrittura – così racconta il mito di Theuth – è alla radice del feticismo della pubblicazione, perché rende possibile separare il prodotto dal processo, il risultato messo per iscritto dalla sperimentazione, dalla dimostrazione e dalla discussione. Si è così esposti alla tentazione di confondere il medium col messaggio: sono un valente scienziato non perché sono in grado di dimostrare le mie ipotesi e scoperte in una discussione pubblica, bensì perché le mie ipotesi e scoperte sono pubblicate in testi a cui si attribuisce variamente autorità scientifica.

Se questa confusione è socialmente e amministrativamente rinforzata, il ricercatore sarà a suo volta esposto alla tentazione di abbandonare la via della sophia per imboccare quella della doxosophia o apparenza di sapienza la quale, nel sistema attuale, equivale a perseguire non l’approssimazione alla verità, bensì la pubblicazione e il successo nella competizione bibliometrica.

Platone, per sottrarsi a questa tentazione, escogitò un rimedio molto simile a quella immaginata dall’anonimo del XXI secolo: non prendere i testi – i nostri figli illegittimi – troppo sul serio, se non come ausilio per la memoria, e dedicarsi invece alla costruzione di comunità di conoscenza che li facciano vivere scientificamente, selezionandoli, curandoli, discutendoli e confutandoli – in una parola, prendendosi la responsabilità di valutarli. Coerentemente, non si presentò mai come autore, ma, similmente al suo Socrate,  come un curatore al servizio di una verità che trascende le persone e le loro gare.

La scienza oggettivamente intesa può permettersi di essere anonima. Che la teoria eliocentrica sia di Copernico o di Aristarco da Samo ne influenza, forse, la plausibilità? Che importa chi parla? Però, soprattutto in un mondo di informazione sovrabbondante, la cura e la selezione dei testi – se vale la pena leggere, discutere e linkare articoli eliocentrici o geocentrici – è frutto di scelte personali. Proprio per la sua soggettività, essa richiede una assunzione di responsabilità con nome e cognome: in una valutazione scientifica della ricerca, chi sceglie deve render pubblicamente conto delle sue decisioni. Il suo stesso logon didonai è parte di quella discussione scientifica che ritrasforma la lettera morta in un vivo processo d’indagine.

Questo prassi desueta può sembrare aleatoria e bizzarra. Ma non è altrettanto bizzarro considerare normale – e non semplicemente normalizzante – un sistema in cui le scelte sociali sulla ricerca sono compiute irresponsabilmente da giudici che non osano mostrare la faccia e da algoritmi proprietari rappresentati come impersonali? Prima di concludere che non ci sono alternative forse vale la pena chiedersi se non siamo talmente abituati alla gabbia che nessuno vuol assumersi la responsabilità di cominciare a crearle.

Il testo mi è stato segnalato da Paola Galimberti.

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Richard Poynder: lo stato dell’accesso aperto

open access logo“La storia dell’accesso aperto, quando verrà scritta, narrerà la vicenda di un gruppo di spiriti nobili che, contro l’aspra resistenza degli editori, hanno demolito le barriere economiche attorno alla ricerca a finanziamento pubblico? O riferirà di come un’industria editoriale altamente innovativa abbia sfruttato gli effetti benefici della rete per rendere la ricerca libera?”

Richard Poynder è un giornalista indipendente, autore di una serie di interviste sullo stato dell’accesso aperto. Nell’ultimo dialogo della raccolta assume il ruolo dell’intervistato, lasciando a Björn Brembs quello dell’intervistatore. Il colloquio si conclude con un prospettiva sulla storia futura,  come la scriveranno i vincitori.

Se l’accesso aperto è inevitabile perché – dopo un quarto di secolo – è ancora minoritario?

Nel gioco dell’accesso aperto gli editori commerciali, da un lato, e i bibliotecari e i ricercatori, dall’altro, professano  visioni antagoniste della scienza e del mondo. Almeno per l’opzione cosiddetta “aurea”,  cioè la pubblicazione su riviste nativamente ad accesso aperto (p. 2),  ora l’antagonismo è in via di attenuazione: ma questo,  per Poynder,  è un signum prognostikon ambiguo (pp. 3-4).

Non posso fare a meno di notare che sono passati venticinque anni da quando è stato inventato il web, ventitré  dalla creazione dell’archivio di preprint di fisica arXiv, venti da quando Stevan Harnad ha pubblicato la sua Subversive Proposal, quattordici dalla fondazione del primo editore OA (BioMed Central),  e dodici dalla conferenza BOAI a Budapest. Ma l’accesso aperto sta entrando nel mainstream soltanto ora, e resta da fare un’enorme quantità di lavoro.  Senza considerare nient’altro, moltissimi ricercatori devono ancora essere convinti ad abbracciare l’OA,  e un buon numero ne è implacabile oppositore, in particolare fra gli studiosi di scienze umane e sociali – come dimostra l’intervista a Robin Osborne

Credo ci siano anche motivi per sostenere che, per le debolezze che vedo nel modo in cui si è sviluppato il movimento. l’OA rischia di essere occupato dagli editori – e sarà improbabile che questo sviluppo abbia esiti che compiaceranno molti sostenitori dell’accesso aperto.

Così mi sento obbligato a chiedere: se l’accesso aperto è inevitabile perché si è attuato così poco nell’ultimo quarto di secolo, perché il dibattito è divenuto così confuso e perché si sta evidentemente permettono agli editori di sovvertire il processo di transizione all’open access?

Secondo Poynder, la frammentazione  del movimento per l’accesso aperto – il suo essere una collezione variopinta di individui e interessi (p. 5) – gli rende difficile agire come un gruppo di pressione unitario in grado di influenzare gli stati e le università  (p. 6)  per creare politiche istituzionali comuni.  Per questo motivo si è anche sottovalutato il fenomeno dell’editoria cosiddetta predatoria, che adotta come unico criterio di selezione dei testi la disponibilità degli autori a metter mano al portafoglio.   Il compito importante e rischioso di identificare e indicare i predatori non può essere abbandonato nelle mani di un singolo come Jeffrey Beall. Occorrerebbe uno sforzo organizzato  (p.7).

Cercare alleanze con gli editori, anche ad accesso aperto, si è rivelato controproducente:  nel gioco della pubblicazione scientifica, gli editori non sono animati dagli stessi interessi dei ricercatori e dei bibliotecari. Lo ha mostrato il Finch Report britannico, che ha condotto a patrocinare pubblicazioni accessibili gratuitamente ai lettori, ma a pagamento per gli autori, e a tutto vantaggio degli editori (p. 8),  che continuano a intercettare grandi quantità di denaro pubblico. Anzi, il modello pay-to-publish rischia di replicare la crisi dei prezzi dei periodici, questa volta dal lato dei ricercatori come autori e non più da quello dei ricercatori come lettori.  Secondo Peter Suber, circa il 70% delle riviste elencate nella Directory of Open Access Journals sono gratis sia per il lettore sia per l’autore: ma questo, secondo Poynder,  è un fenomeno localizzato per lo più nei paesi del cosiddetto Sud del mondo.

Per quanto la massa degli studiosi rimanga indifferente al problema della pubblicazione,  alcune iniziative spiccano perché hanno avuto origine fra i ricercatori e non fra i bibliotecari (p. 11):  lo sciopero organizzato tramite il sito The Cost of Knowledge, e alcune iniziative di pubblicazione e referaggio in proprio come Episciences.org e l’overlay journal Annals of Mathematics, il cui scopo è mettere fuori gioco l’editoria tradizionale  (p. 11).

In rete è possibile disaggregare le funzioni dell’editoria scientifica – la revisione paritaria e la pubblicazione – che nella stampa erano unite, e costruire sui testi liberamente disponibili una serie di servizi a valore aggiunto, incentrati non sui contenuti, ma sugli strumenti analitici che li ri-trasformano in dati. Le mosse di Elsevier,  da Scopus fino all’acquisto di Mendeley, indicano che gli editori più attenti, pur non rinunciando a spremere il copyright fino all’ultima goccia, prendono già sul serio questa prospettiva (p. 12).

Il fatto che la pubblicazione sia sempre più connessa alla tecnologia della rete rende possibili forme di disintermediazione che la rimettano sotto il controllo degli studiosi: non per caso Internet non è nata come una produzione dell’impresa privata, ma come una creazione della ricerca pubblica. Fra i compiti che dovrebbero tornare nelle mani degli studiosi c’è anche l’amministrazione della revisione paritaria. Gli editori, però, sono una parte terza, anche se commercialmente ispirata, che media fra attori spesso aspramente rivali (p. 13):  gli autori, lasciati a se stessi, sono davvero in grado di cooperare?

La trasformazione degli enti di ricerca in revisori ed editori di se stessi è già ampiamente sperimentata, sia nelle riviste ad accesso aperto offerte dai servizi bibliotecari, in associazione ai loro archivi istituzionali, sia in iniziative di più ampio respiro, come Digital Commons, o l’incoraggiamento a fondare overlay journal  che insistono su un archivio istituzionale   (p. 14), secondo un’idea già praticata anche qui  in Italia –  in uno stato che, dal punto di vista della politica della ricerca, è indirizzato con decisione verso il Sud del mondo.  Rispetto al Nord c’è solo una differenza:  in un paese in via di sottosviluppo le iniziative restando individuali e difficilmente  sono raccolte da istituzioni impoverite non solo economicamente, ma soprattutto culturalmente e moralmente.  Offrono maggiore speranza i paesi emergenti SciELORedalyc e AJOL  sono molto più piattaforme di pubblicazione che archivi (p.  19) – e sono economicamente sostenibili perché  finanziate dal pubblico come parte dell’infrastruttura di ricerca.

Chi orienterà l’accesso aperto del futuro? I ricercatori o gli editori?

In questa prospettiva la via del deposito in archivi istituzionali e disciplinari di testi pubblicati altrove rimane quella più interessante, perché non replica in rete la rivista cartacea, ma,  separando l’accessibilità dell’articolo dalla sua pubblicazione ufficiale,  è un passo verso la disgregazione del monolito editoriale e l’emancipazione degli autori e delle biblioteche universitarie  (p. 16).

Siamo, dunque,  a un punto di svolta:  l’accesso aperto del futuro sarà indirizzato dalla ricerca o gestito e organizzato dagli editori (pp.17-20)? Secondo Poynder,  è essenziale che il movimento per l’accesso aperto prenda le distanze dagli editori:  lasciare a loro il controllo della pubblicazione significa non solo continuare permettergli di drenare una quantità sproporzionata di denaro pubblico, ma soprattutto limitare l’accessibilità alla prospettiva di chi legge senza considerare quella di chi scrive e quella delle istituzioni che finanziano la pubblicazione (pp. 21-25).   La scienza, come afferma  Jean-Claude Guédon,  è una grande conversazione, che richiede la libertà dell’uso pubblico della ragione entro una società cosmopolitica:  se offriamo un accesso passivo ai lettori,  ma permettiamo solo ai ricchi  di essere “scrilettori”,  avremo una scienza di ricchi  per i ricchi, con  tutti gli altri ad assistere in silenzio.

Soprattutto in paesi,  come l’Italia, in cui la legislazione è ancipite e in cui la valutazione della ricerca non solo ha un impianto autoritario, ma è costruita prevalentemente sugli interessi degli editori,  il momento decisivo è ora:  se università ed enti di ricerca non riusciranno a passare dalle parole ai regolamenti,  se il movimento per l’accesso aperto non riuscirà a svegliare le coscienze dei ricercatori, la storia del futuro sarà scritta nel modo peggiore. Vinceranno i feudatari e i burocrati, perderemo noi.

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