Jacopo Foggi, Reddito minimo e piena occupazione. Note sull’idea dei “piani di lavoro garantito” e di “occupazione di ultima istanza”

Men Inside General Electric Motor 1928Questo articolo, ora disponibile sull’Archivio Marini, è un versione rielaborata di un testo già pubblicato qui. È stato oggetto di una revisione che, nata anonima, alla fine, proficuamente, non lo è stata, perché l’autore ha avuto una conversazione diretta col revisore. Ci siamo potuti permettere questo strumento eterodosso perché qui pubblichiamo per render pubblico e non per fornire pedigree accademici amministrativamente definiti.

La proposta dei piani di lavoro garantito, di cui Jacopo Foggi analizza pregi e difetti, invita a riflettere su quanti beni e servizi potremmo avere in più se, invece di far restare molte persone inoperose per effetto delle dinamiche di mercato, trovassimo, in quanto comunità politica, il modo per offrire ai disoccupati, elasticamente e anticiclicamente, delle occupazioni di ultima istanza su base individuale, volontaria, incondizionata. Questo progetto

parte dall’idea che una gran quantità di disoccupazione involontaria, fatta di persone che, a causa di mancanza strutturale di posti di lavoro, non riescono a trovare lavoro neanche abbassando le proprie pretese ben al di sotto del reddito medio prevalente, e che vi siano al contempo una gran quantità di bisogni sociali che non riescono a trovare una risposta efficace nell’ambito del mercato.

Lo stato, dunque, avrebbe

il compito di offrire un lavoro a tutte le persone disposte a lavorare al salario minimo stabilito.    L’obiettivo è duplice fin dall’inizio: ottenere la piena occupazione creando nuovi posti di lavoro, e di stabilire un pavimento vero ed efficace alla dispersione dei salari verso il basso, cioè alla presenza di posti di lavoro che danno stipendi inferiori alla soglia di povertà.

Lo stato, in questo modo, induce il mercato a comportarsi come se il lavoro avesse un valore non negoziabile e aiuta chi ripone la propria dignità a ritrovarla. Questi, del resto, sono gli strumenti dell’economista. A chi studia filosofia rimane da chiedersi se davvero la propria dignità e il proprio senso si ritrovino ancora, com’era per i protestanti che costruirono questa gabbia,  in un mercato, ancorché corretto, e in un lavoro, ancorché inventato.

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