Anonimo scientifico

Un numero recente di “Current science”  (111/2, 25 luglio 2016) ospita un testo di un ignoto, presumibilmente indiano, con una proposta apparentemente ingenua: rendere anonimi gli articoli scientifici e valutare i ricercatori non più per le loro pubblicazioni, ma per i loro discorsi e le loro azioni.

Non è però ingenua l’analisi che le sta alle spalle. Secondo Richard Horton, editor di “The Lancet”, una buona metà della letteratura scientifica potrebbe essere falsa.

Afflitta da studi con campioni piccoli, effetti minuscoli, analisi esplorative dei dati invalide e flagranti conflitti d’interesse, combinati con l’ossessione di inseguire tendenze alla moda di dubbia importanza, la scienza si è avviata su una cattiva strada.

Questi vizi nel metodo e nella selezione dell’oggetto sono esaltati da una valutazione della ricerca che spinge a un’“insana competizione” a pubblicare in alcune riviste selezionate sulla base del fattore d’impatto e a una produttività pletorica, che ha ormai ben poco a che vedere con lo scopo di offrire scoperte e teorie rigorose all’uso pubblico della ragione. Lo spirito competitivo preso nella sua purezza – non da ora, non da oggi – è nemico della ricerca della verità.  Chi fa ricerca deve riconoscere che saper accettare la confutazione e il superamento è una parte importante del gioco della scienza. Così, per esempio, scriveva Max Weber all’inizio del secolo scorso:

Ogni lavoro scientifico ‘compiuto’ comporta nuovi ‘problemi’ e vuol invecchiare ed esser ‘superato’. A ciò deve rassegnarsi chiunque voglia servire la scienza [corsivo mio].

Contro la crisi sono stati suggeriti rimedi amministrativi, deontologici e comunicativi, quali l’auto-pubblicazione e qualche forma di revisione paritaria aperta, allo scopo di riavvicinare la pubblicazione al fine implicito nel suo nome. Nel 2006, tuttavia, “Nature” provò a sperimentare la revisione paritaria aperta – ora oggetto anche di qualche progetto finanziato dell’Unione Europea – ottenendo una partecipazione poco numerosa e poco significativa.

Perché meravigliarsene? In un sistema competitivo di “pubblicazione” proprietaria partecipare a una discussione genuinamente pubblica – perfino sul sito di “Nature” – è ozioso.  In un mondo in cui la “competitività” – o vogliamo chiamarla pleonexia? – è favorita e spesso imposta in quanto incentivo unico alla “produttività” scientifica,  il proprio tempo va investito nella confezione di articoli da regalare a editori bibliometricamente significativi.  Finché le pubblicazioni non recupereranno il loro scopo originario – condividere e registrare teorie e scoperte, non prevalere in una gara eterodiretta fondata sul feticismo bibliometrico – iniettare regolamenti, protocolli e codici etici rischia di avere solo un effetto palliativo.

Le teorie e le scoperte diventano scientifiche se e quando si emancipano dall’inintelligibile genio individuale e si fanno patrimonio comune. Perché una teoria o una scoperta venga riconosciuta come scientificamente solida non occorre – dal punto di vista oggettivo – che sia firmata con un nome e un cognome. Dal punto di vista soggettivo, però, almeno per chi è influenzato da Thomas Hobbes o dall’astrazione dell’homo oeconomicus, le cose sembrano stare differentemente: se non fossimo posti in una competizione che ha variamente a oggetto gli onori accademici, o la misura degli indici H, o, più semplicemente, la sopravvivenza, non avremmo – così si crede – nessuna motivazione per dedicarci alla ricerca.

Eppure, di molti patrimoni artistici e culturali dell’umanità – dalle piramidi egiziane, al tempio di Thanjavur, alle caverne di Ajanta ed Ellora, all’epopea di Gilgamesh, a buona parte delle Sacre Scritture – non conosciamo gli autori, che si sono interamente risolti nelle opere. A maggior ragione, dall’altro lato, sono condannati all’impermanenza i nomi degli autori dell’inflazione di pubblicazioni in riviste proprietarie al servizio della causa della bibliometria più che di quella della scienza.

Anche in occidente la scienza è nata ed è fiorita indipendentemente dell’invenzione delle carriere accademiche e dell’enfasi sulla misura della loro “produttività”, per esempio – individualmente – nella vocazione di chi pensava che una vita senza indagine non fosse degna di essere vissuta, o – socialmente – nella ricerca pura sostenuta dal mecenatismo fiorita nell’Europa protomoderna.

Il concetto di nishkam karma – o azione disinteressata – appartiene alla cultura indiana. Così lo esprime, per esempio, la Bhagavad Gita:

È tuo dovere e competenza solo l’agire, ma che questo non sia motivato dal desiderio dei frutti dell’azione. E non sorga neanche in te l’adesione al non agire. (Bhagavad Gita, 2.47)

Ma qualcosa di simile si ritrova anche in luoghi per noi meno esotici – per esempio nella teoria morale di Kant  – ed è originariamente intrinseco allo stesso ethos scientifico, come può mostrare una lettura mirata della confutazione di Trasimaco nel I libro della Repubblica di Platone. Se ci si facesse beffe del poco realistico ideale della ricerca disinteressata e si misurasse la qualità dei medici sulla loro capacità di farsi pagare, otterremmo esattamente quello i nostri pregiudizi hanno predeterminato: non più medici valenti, ma esperti nell’arte mercenaria.

Si può obiettare che l’anonimato delle pubblicazioni deresponsabilizza gli autori. Il sistema attuale, però, accetta l’anonimato in una funzione più delicata: quella della revisione paritaria, per la quale una critica simile potrebbe avere una forza ancora maggiore. Così, per esempio, scriveva il matematico Giorgio Israel:

L’anonimità dell’esaminatore è invece un’idea sciocca e scandalosa. Chi deve firmare un giudizio e quindi mettere in gioco la propria rispettabilità sta bene attento a quel che scrive, mentre – e si potrebbe produrre un gran numero di esempi al riguardo – un recensore anonimo può permettersi il lusso di emettere giudizi affrettati, superficiali o anche di fare affermazioni palesemente sbagliate, con gli intenti più disparati, senza dover pagare alcun prezzo per questo. Il diffondersi delle procedure di selezione mediante il ricorso a valutatori anonimi, lungi dal garantire la serietà e l’obbiettività del giudizio – si sostiene che il valutatore anonimo sarebbe libero di esprimersi senza le reticenze dettate dai suoi eventuali rapporti di conoscenza o amicizia con il valutato o dal timore di rappresaglie – induce comportamenti poco etici se non addirittura scorretti. Che bisogno c’è dell’anonimato? Una persona che appartiene al mondo della ricerca e dell’università dovrebbe essere capace di conformarsi a criteri di “scienza e coscienza” e non avere il timore di difendere le scelte compiute su tali basi. L’anonimato rischia invece di offrire coperture a comportamenti intellettualmente superficiali o eticamente scorretti (Chi sono i nemici della scienza?, 2013, grassetti miei).

Il sistema di valutazione basato sulle pubblicazioni è un modo per sottrarsi alla responsabilità di giudicare la ricerca spostandola su revisori paritari a loro volta protetti dall’anonimato. Si costruisce così una gabbia d’acciaio apparentemente impersonale in cui nessuno fra coloro che determinano le vite degli altri è davvero disposto a rendere conto delle decisioni – pur molto personali – che si trova a prendere.

Eclissi di soleL’anonimo indiano propone di sovvertire il sistema attuale, oscurando quanto oggi illuminiamo e illuminando quanto oggi oscuriamo. Non è neppure necessario che il nome dell’autore sia un segreto custodito meglio di quello che protegge la revisione paritaria: gli autori potrebbero anche essere contrassegnati da una sorta di ORCID anonimo, e potrebbe esser reso possibile corrispondere con loro tramite le piattaforme di pubblicazione, come si fa attualmente, per interposta persona, con i referee anonimi. Sarebbe sufficiente che l’anonimato fosse un accessorio in un combinato disposto che eliminasse dai criteri per valutare la ricerca e determinare le carriere il numero delle pubblicazioni e il loro peso bibliometrico.  Nelle varie fasi della carriera accademica si dovrebbero invece considerare le persone in luogo dei prodotti, tramite relazioni scritte e colloqui che abbiano a oggetto la tesi di dottorato, la capacità di insegnare e di guidare altri nella ricerca, le attività passate e gli interessi presenti e futuri.

I ricercatori non smetterebbero di pubblicare:  scriverebbero meno e meglio, perché sarebbero motivati solo dallo scopo di condividere la memoria di teorie e scoperte a loro giudizio meritevoli di attenzione. Allo stesso tempo, questa valutazione della ricerca alternativa, fondata sulla cultura delle persone e sulla loro capacità di selezionarla, trasmetterla e discuterla, farebbe emergere, fra i testi anonimi, quelli meritevoli di essere esaminati e studiati. Il denaro sottratto alle multinazionali editoriali e bibliometriche potrebbe essere meglio speso in un’infrastruttura di ricerca pubblica e accessibile a tutti che aiuti gli studiosi nella loro conversazione.

Utopia? Per niente: questa è semplicemente la soluzione antica di un problema altrettanto antico, che si ritrova nel Fedro di Platone. L’invenzione della scrittura – così racconta il mito di Theuth – è alla radice del feticismo della pubblicazione, perché rende possibile separare il prodotto dal processo, il risultato messo per iscritto dalla sperimentazione, dalla dimostrazione e dalla discussione. Si è così esposti alla tentazione di confondere il medium col messaggio: sono un valente scienziato non perché sono in grado di dimostrare le mie ipotesi e scoperte in una discussione pubblica, bensì perché le mie ipotesi e scoperte sono pubblicate in testi a cui si attribuisce variamente autorità scientifica.

Se questa confusione è socialmente e amministrativamente rinforzata, il ricercatore sarà a suo volta esposto alla tentazione di abbandonare la via della sophia per imboccare quella della doxosophia o apparenza di sapienza la quale, nel sistema attuale, equivale a perseguire non l’approssimazione alla verità, bensì la pubblicazione e il successo nella competizione bibliometrica.

Platone, per sottrarsi a questa tentazione, escogitò un rimedio molto simile a quella immaginata dall’anonimo del XXI secolo: non prendere i testi – i nostri figli illegittimi – troppo sul serio, se non come ausilio per la memoria, e dedicarsi invece alla costruzione di comunità di conoscenza che li facciano vivere scientificamente, selezionandoli, curandoli, discutendoli e confutandoli – in una parola, prendendosi la responsabilità di valutarli. Coerentemente, non si presentò mai come autore, ma, similmente al suo Socrate,  come un curatore al servizio di una verità che trascende le persone e le loro gare.

La scienza oggettivamente intesa può permettersi di essere anonima. Che la teoria eliocentrica sia di Copernico o di Aristarco da Samo ne influenza, forse, la plausibilità? Che importa chi parla? Però, soprattutto in un mondo di informazione sovrabbondante, la cura e la selezione dei testi – se vale la pena leggere, discutere e linkare articoli eliocentrici o geocentrici – è frutto di scelte personali. Proprio per la sua soggettività, essa richiede una assunzione di responsabilità con nome e cognome: in una valutazione scientifica della ricerca, chi sceglie deve render pubblicamente conto delle sue decisioni. Il suo stesso logon didonai è parte di quella discussione scientifica che ritrasforma la lettera morta in un vivo processo d’indagine.

Questo prassi desueta può sembrare aleatoria e bizzarra. Ma non è altrettanto bizzarro considerare normale – e non semplicemente normalizzante – un sistema in cui le scelte sociali sulla ricerca sono compiute irresponsabilmente da giudici che non osano mostrare la faccia e da algoritmi proprietari rappresentati come impersonali? Prima di concludere che non ci sono alternative forse vale la pena chiedersi se non siamo talmente abituati alla gabbia che nessuno vuol assumersi la responsabilità di cominciare a crearle.

Il testo mi è stato segnalato da Paola Galimberti.

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RFC: Brunella Casalini, Care e riproduzione sociale. Il rimosso della politica e dell’economia

Brunella Casalini ha depositato sull’archivio Marini l’articolo Care e riproduzione sociale. Il rimosso della politica e dell’economia, destinato ad essere incluso in una raccolta di saggi ancora in fieri.  Sarà grata a chi troverà il tempo di leggerlo e, soprattutto, di criticarlo e commentarlo approfittando dello spazio dedicato qui sotto.

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Dopo le riviste: il futuro dell’accesso aperto

nordic logoIl numero d’esordio della rivista Nordic Perspectives on Open Science ospita un dialogo sulla scienza aperta nelle discipline umanistiche fra Jean-Claude Guédon e Thomas Wiben Jensen.

  1. Secondo The Open Access Citation Advantage Service di SPARC Europe la maggioranza degli studi finora condotti indica che la pubblicazione ad accesso aperto  produce un vantaggio non irrilevante per quanto concerne il numero di citazioni.  L’accesso aperto, dunque, dovrebbe essere molto appetibile per ricercatori che i sistemi di valutazione stanno trasformando in massimizzatori – razionali? – di citazioni: ma la percentuale di pubblicazioni scientifiche ad accesso aperto sembra essere al di sotto del 50%. Come mai, specie in campo umanistico,  questo tipo di pubblicazione è ancora percepito come l’alternativa oscura, piuttosto che come la strada maestra?
  2. Molte riviste di scienze umane, pur avendo un numero di abbonati “di nicchia” che deve essere soccorso dal finanziamento pubblico, non passano all’accesso aperto perché temono di sparire. Come mai questa convinzione è così diffusa?

Secondo Guédon, per rispondere a queste domande dobbiamo smettere di costringere la discussione nella prospettiva dell’emulazione, nel mondo della rete, di forme elaborate nel mondo della stampa quali le riviste e gli articoli.

La comunicazione scientifica a stampa si basa su riviste e articoli: dobbiamo fare nello stesso modo anche in rete?

Prima dell’invenzione della stampa il sistema degli scriptoria elaborava manoscritti che erano opere d’alto artigianato, pensate per un’élite di committenti e vocate alla conservazione di testi per loro natura rari e costosi. La stampa non si limitò a rimpiazzare l’artigianato d‘élite con la produzione di massa e a proporre un sistema nuovo e incognito rispetto all’antico e alla sua reputazione, ma inventò nuovi oggetti testuali e trasformò i valori culturali e le relazioni interpersonali. Quando la copia è difficile, la cultura deve preoccuparsi in primo luogo della conservazione: quando invece la riproduzione, meccanizzata, diventa più facile, si può permettere di perseguire e valorizzare il nuovo.

Anche oggi la rivoluzione digitale sta producendo oggetti inusitati: mega-journal,  piattaforme come Research Ideas & Outcomes che seguono l’intero processo della ricerca dal principio alla fine, e addirittura sistemi, come Wikipedia, che funzionano a dispetto dell’idea romantica di autore.

Anche se – osserva Jensen –  la rete sta trasformando la conoscenza e il pensiero in processi sempre più socialmente distribuiti e condivisi, la discussione scientifica ha bisogno di elementi stabili: interlocutori identificabili e affidabili – cioè autori – e teorie riconosciute da cui prendere le mosse – cioè articoli pubblicati in riviste -. Possiamo ben riconoscere – risponde Guédon – il valore di una forma di revisione paritaria come passaporto d’ingresso alla conversazione della scienza, e possiamo ben usare identificatori come l’ORCID per le persone e il DOI per i testi; ci dobbiamo, però, chiedere, se tutto ciò debba necessariamente ridursi nel letto di Procruste dell’articolo.

Lo sviluppo del software libero: un modello per le riviste del futuro?

I progetti di sviluppo di software libero producono codice intersoggettivamente controllabile grazie al contributo di numerosi volontari, su piattaforme che rendono possibile il versioning, il riconoscimento della paternità, la discussione e l’archiviazione. Questi progetti, a differenza delle riviste scientifiche tradizionali, non sono genericamente disciplinari, bensì ispirati da uno scopo specifico che un gruppo fluido di persone si trova ad avere in comune. Anche per questo – per creare e conservare il gruppo e per offrire all’intrapresa la velocità che la rete rende possibile – hanno bisogno dell’accesso aperto strutturalmente e non accessoriamente. Non è questione di comunicazione: è questione di scienza. Le “riviste” del futuro, se si emancipassero dai vincoli dell’età della stampa, potrebbero essere qualcosa di simile.

Let us envision a platform – i.e. a website – with certain rules about accountability and identification which are actually close to those used in running a journal. Let us add further a starting set of problems that roughly correspond to the kinds of topics that the “journal” has been encompassing in the last few years of its existence (e.g. 5–7 years). In short, we have something that starts looking like an “electronic journal”, to use this familiar, yet fuzzy, term.

Ci sarebbero, però, delle differenze: la stampa ci ha abituato a produrre testi lunghi e in sé conchiusi, come piccole astronavi concepite per sopravvivere negli spazi vuoti di una conversazione che la stampa con i suoi filtri anteriori alla pubblicazione rendeva lenta e costellata di lunghissimi intervalli di silenzio.  Il nuovo sistema, di contro, richiederebbe interventi brevi e disposti ad arricchirsi non più in virtù della loro autosufficienza, ma della loro connessione: chi non ha più nulla da guadagnare dalla carriera accademica potrebbe perfino cominciare a sperimentarlo – anche perché è molto meno nuovo di quanto sembri.

Quando Socrate, nel Protagora,  si alza per abbandonare la discussione dopo che il suo interlocutore ha rifiutato la brachilogia,  sta facendo una battaglia di retroguardia a favore di una conversazione scientifica che l’affermarsi della scrittura andava cristallizzando nella macrologia e nell’alienazione del testo, e della quale resta enigmatica e inadeguata traccia nei dialoghi platonici. Ma i Socrate del futuro,  congedandosi dalla stampa, combatteranno all’avanguardia,  perché avranno finalmente dalla loro parte una scrittura divenuta fluida e immediatamente interattiva grazie alle possibilità offerte dalla rivoluzione digitale.

It may be a surprise to discover that the very notion of “journal” may act as a form of blockage, but this is the case if the journal is taken as a proxy of the Great Conversation. The same would have been true, at the end of the Middle Ages, if scriptoria had been taken as a proxy of the copy-function.

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