Classificazione delle riviste: un breve confronto fra l’ANVUR e la Directory of Open Access Journals

La Cassazione a Sezioni Unite, con una recentissima sentenza (Cass., sez. un., 28 febbraio 2017, n. 5058), analizzata su “Roars“, a conferma di quanto già stabilito dal Consiglio di Stato, indica con chiarezza qual è il vizio giuridico delle classificazioni ANVUR:

la mancata predeterminazione di criteri ex ante da porre a fondamento delle determinazioni dell’amministrazione.

In altre parole, le decisioni classificatorie dell’ANVUR in merito alle riviste, a dispetto dell’importanza che hanno per la valutazione della ricerca e l’accesso all’abilitazione scientifica nazionale, sono, eufemisticamente, arbitrarie. Per essere più chiari – si tratta pur sempre di deliberazioni amministrative in uno stato che vorrebbe essere di diritto – possiamo anche dire: le decisioni classificatorie dell’ANVUR sono, francamente,  dispotiche.

Immagine: bilancia della giustiziaIl DOAJ, da parte sua, pur non essendo un indice stilato da un’autorità amministrativa e non danneggiando chi preferisce percorrere altre strade, predetermina i suoi criteri ex ante. Qui, per esempio, uno dei redattori italiani del DOAJ li spiega in modo chiaro e dettagliato. Anche se non si tratta di un giudizio, chi fa domanda d’inclusione sa con quale metro la sua rivista verrà misurata.

Il DOAJ è debole, perché tiene in mano solo una bilancia mentre l’ANVUR è armata della spada del potere amministrativo. Chi ha l’onore di contribuirvi come redattore volontario sa che, per quanto i criteri siano stati affinati nel tempo, non potranno mai interamente catturare, nel bene e nel male, le molte cose in cielo e in terra che non riusciamo a sognare con  la nostra filosofia. Ma proprio questo è il suo pregio: il suo tentativo di costruire e di argomentare collettivamente una catalogazione di una parte del mondo della comunicazione scientifica non può diventare dispotico. A sostenerlo, infatti, c’è la debolezza di una bilancia e non la forza di una spada che fatica, a quanto pare, a contenersi  nei limiti del diritto.

Tags:

Accessi: 123

Doaj: il piacer d’essere in lista

DOAJ SealSiamo felici di annunciare che il “Bollettino telematico di filosofia politica” non solo continua a essere incluso nella Directory of Open Access Journals, ma è anche fra le riviste insignite del DOAJ Seal.

La lista offerta dal DOAJ non è un indice stilato da un’autorità governativa, che impone con la spada il suo modello d’eccellenza; è l’esito della selezione di un gruppo di redattori,  che controllano, per quanto sta nelle loro competenze e possibilità, la conformità di chi lo chiede agli ideali della scienza aperta, senza nulla pretendere da chi sceglie di percorrere altre strade. Per questo, appunto, ci piace farne parte.

In questa occasione, il nostro comitato scientifico si è arricchito di un nome nuovo: quello del giurista trentino Roberto Caso, la cui competenza e il cui impegno per la scienza aperta si intendono da sé, senza bisogno di sigillo.

Tags:
Categories:

Accessi: 45

Dodici comandamenti per l’accesso aperto

open access logoCome può comportarsi un ricercatore che desidera diffondere l’accesso aperto non solo a parole, ma anche nei fatti? Avevo provato a rispondere, limitatamente all’arte della citazione. Mi hanno allora chiesto una guida che abbracciasse tutta l’attività di ricerca. Danah Boyd ha già prodotto qualcosa di simile: ecco un adattamento del suo lavoro per  l’uso degli studiosi italiani.

1. Professori ordinari o ricercatori assunti stabilmente nell’industria: pubblicate solo in riviste ad accesso aperto. Non avete concorsi da superare. Usate il vostro privilegio per fondare riviste ad accesso aperto, libere dal vecchio modello economico. Aiutatele a costruirsi una reputazione. Fatevi una home page e metteteci i vostri articoli ad accesso aperto. Sarete citati molto di più, specialmente dagli studiosi più giovani che fanno ricerca su Google prima che in biblioteca. E se volete contribuire a cambiare il sistema per le generazioni future, non eludete le regole mettendo on-line testi ad accesso chiuso di cui avete ceduto i diritti.

2. Associazioni disciplinari: aiutate le riviste ad accesso aperto a guadagnare attrattiva. Incoraggiate i vostri membri a pubblicare su riviste ad accesso aperto; bandite dei premi per i migliori articoli ad accesso aperto e chiedete ai vostri soci che in tutti i giudizi sugli studiosi più giovani riconoscano loro il merito di aver pubblicato ad accesso aperto, anche in sedi non convenzionali. E smettete di raccontare che le scelte degli editori che pubblicano le vostre riviste e gli atti dei vostri congressi  non vi riguardano. I loro profitti dipendono da voi, e voi a vostra volta usate il prestigio dell’editore come criterio di valutazione della ricerca, per costruirci e distruggerci carriere: tornate a bordo, per favore!

 3. Commissioni di concorso: riconoscete le sedi di pubblicazione alternative e aiutate le università a seguirvi. Gli studiosi giovani non possono permettersi di pubblicare in luoghi alternativi finché voi non ne riconoscete il valore. Promuovete questo processo e inducete le vostre facoltà a fare lo stesso. La meta è quella indicata da Lessig: i testi ad accesso chiuso non contribuiscono all’uso pubblico della ragione e non possono essere considerati titoli scientifici validi.

4. Giovani studiosi trasgressivi: pubblicate solo in riviste ad accesso aperto per protesta, specialmente se la vostra disciplina è nuova. Vi può costare una carriera o una cattedra – che in ogni caso non vi daranno – ma è la cosa giusta da fare. Se siete  studiosi interdisciplinari o di un ambito di studi nuovo, non  disponete di riviste “autorevoli”: dovete trovare il modo per difendervi. Potete approfittare dell’occasione per rendere autorevoli proprio le riviste ad accesso aperto.

5. Giovani studiosi più conservatori: fate uscire quel che vi serve per vincere il concorso e, dopo aver preso servizio, smettete immediatamente di pubblicare in sedi ad accesso chiuso.  Il vostro comportamento è comprensibile: ma lo diventa molto meno se persistete anche quando non vi serve.

5a. Se pubblicate su riviste ad accesso chiuso, controllate le politiche dei loro editori su Sherpa / Romeo e selezionate quelle che permettono l’auto-archiviazione di una versione del vostro manoscritto su un archivio aperto (via verde). Evitate la via rossa all’accesso aperto, sia nella sua versione predatoria, sia in quella in apparenza più rispettabile, ma analogamente rapace. E prima di cedere i vostri diritti, chiedete consiglio al vostro bibliotecario. Probabilmente è in grado di darvi un parere competente o di indirizzarvi da chi lo saprà fare.  

6. Tutti gli studiosi: leggete riviste ad accesso aperto e citatele. Il numero di citazioni migliora la reputazione di una rivista. Se non potete fare a meno di citare testi ad accesso chiuso in opere ad accesso aperto, adottate accorgimenti per non aumentarne unilateralmente l’impatto. E citate vivi invece che morti: il giovane studioso di Sassari che sta estendendo un argomento di Weber ha bisogno di essere citato più di lui.  Le citazioni hanno una politica: le vostre scelte sono un voto per il futuro.

7. Tutti gli studiosi: cominciate a fare da revisori per riviste ad accesso aperto. Contribuite a farle prendere sul serio. Curatene dei numeri per migliorare la loro qualità. E lasciate perdere le riviste ad accesso chiuso, in modo che facciano fatica a trovare revisori di qualità.

8. Biblioteche: abbonatevi a riviste ad accesso aperto e includetele nel vostro catalogo. Vi costa un po’ di lavoro in più, ma aiuta gli studiosi e aiuterà anche voi quando comincerete a liberarvi dalla dipendenza dalle riviste più care con una terapia a scalare.

9. Università: sostenete le facoltà nella creazione di riviste ad accesso aperto. Usate la vostra autorevolezza per promuovere vostre riviste ad accesso aperto. Se ci  riuscirete, miglioreranno anche la vostra reputazione.

10. Editori accademici: svegliatevi o levatevi di mezzo. State ostacolando gli studiosi e la ricerca scientifica, rendendola inaccessibile. Trovatevi un nuovo modello d’impresa: anche se ora ricavate profitti, i ricercatori vi abbandoneranno nel giro di un paio di generazioni.

11. Enti finanziatori: pretendete che i ricercatori da voi finanziati pubblichino in riviste ad accesso aperto o depositino i preprint in archivi disciplinari. Oppure finanziate direttamente le riviste per farle passare all’accesso aperto.

12. Prima di dire che non ci sono riviste ad accesso aperto nella vostra disciplina, guardate http://www.doaj.org/. E non dimenticatevi degli archivi (http://archives.eprints.org/ http://www.opendoar.org/).

12b. Archiviate tutto sempre!

Tags:

Accessi: 171