Cambiamo stile? La citazione accademica nell’età della rete

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Il nostro stile di citazione canonico risale all’età della stampa e consiste nell’elencazione ordinata dei metadati che identificano univocamente un’opera indicata come riferimento, per poterla chiedere in biblioteca o acquistare in libreria. L’accesso ai testi di riferimento, non immediato, impone al lettore un dispendio di tempo e talvolta di denaro.

In rete l’accesso potrebbe essere immediato, se l’inclusione dell’indirizzo che rende disponibile il testo completo diventasse parte del nostro canone.  Lo scopo non bibliometrico delle citazioni – rendere universalmente controllabili le basi degli argomenti scientifici e riconoscere i meriti o i demeriti altrui –  sarebbe in questo modo più agevolmente soddisfatto.

Si era già parlato, in  italiano e in inglese,  delle citazioni nei e dei testi ad accesso aperto in un ambiente accademico che privilegia l’accesso chiuso, per proporre un sistema che minimizzasse l’asimmetria fra chi colloca il dibattito scientifico nell’uso pubblico della ragione e chi invece si adatta al suo uso privato.   Patrick Dunleavy, in un articolo ospitato dal blog Impact of Social Sciences, affronta la questione in un orizzonte più ampio: alcuni parametri che nell’età della stampa erano essenziali, perché i testi si potevano reperire solo nelle biblioteche pubbliche o sul mercato librario, ora divengono secondari.  Il cuore della citazione deve essere l’accessibilità al testo completo:

  • se il testo è un volume ad accesso aperto, o un articolo uscito in una rivista ad accesso aperto, occorre includere un link al suo url;
  • se il testo è un articolo uscito ad accesso aperto in una rivista ad accesso generalmente chiuso, occorre includerne il link, ma con l’indicazione [Open access] in modo da non fuorviare il lettore:
  • se il testo è un articolo uscito in una rivista ad accesso chiuso, occorre includere il link della versione liberamente disponibile presso l’archivio elettronico istituzionale dell’autore, o presso un archivio disciplinare della sua comunità scientifica di riferimento,  anche qualora sia difforme dalla versione dell’editore. La versione ad accesso chiuso deve essere trattata come secondaria: il link al suo url deve essere contrassegnato dal simbolo ($) in modo da non far perdere tempo al lettore;
  • rispettivamente per una maggior comodità di citazione e per una maggiore tracciabilità bibliometrica, si può inoltre inserire una abbreviazione dell’url tramite un servizio affidabile di url shortening  e un digital object identifier.

Questi indicazioni sono frutto di una rielaborazione delle proposte di Dunleavy, che non menziona gli archivi disciplinari e suggerisce di citare,  in mancanza di meglio,  i testi caricati in reti sociali, anche accademiche,  sulle quali converrebbe nutrire una certa diffidenza  –  soprattutto in considerazione del fatto che i ricercatori, anche indipendenti, possono approfittare del bellissimo Zenodo.  Sarebbe anzi opportuno aggiungere al simbolo ($) un simbolo proprietary social media (PSM) per avvisare il lettore che il testo citato è accessibile solo a utenti che accettano di registrarsi e di regalare i propri dati a un medium sociale proprietario.

È invece molto interessante l’idea di sostituire i riferimenti alle pagine con una brevissima porzione del punto del testo che si intende citare, ottenibile facilmente con un copia-e-incolla. Questa soluzione assicurerebbe uno stile uniforme e metterebbe le versioni ad accesso aperto di articoli usciti ad accesso chiuso allo stesso livello della loro incarnazione  editoriale:  il lettore, per ritrovare la parte dell’opera a cui la citazione si riferisce, non avrebbe più bisogno di dipendere dall’impaginazione dell’editore.

Se uno stile di citazione di questo genere venisse affinato e codificato, otterremo una rete della scienza i cui nodi sarebbero testi ad accesso aperto e in cui le opere ad accesso chiuso sarebbero messe – giustamente – ai margini. Vale la pena di discuterne.

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