Il pericolo degli ebook

tuxI libri stampati:

  • si possono acquistare anonimamente in contanti;
  • quindi se ne è proprietari:
  • non dobbiamo firmare una licenza che ne restringe l’uso:
  • il loro formato è noto e per leggerli non occorrono tecnologie proprietarie;
  • si possono dare, prestare o vendere ad altri;
  • si possono fisicamente scansionare e copiare, talvolta legalmente dal punto di vista del copyright;
  • nessuno ha il potere di distruggere un libro che appartiene a qualcuno.

Gli ebook, però, possono essere diversi. Ecco, per esempio, il caso di Amazon:

  • Amazon ci richiede di identificarci per ottenerne uno.
  • In alcuni paesi, USA compresi, Amazon afferma che l’utente non può esserne proprietario.
  • Amazon pretende che l’utente accetti una licenza restrittiva sul loro uso.
  • Il loro formato è segreto, e solo programmi proprietari che limitano l’utente riescono a leggerli.
  • Per alcuni libri è concesso un surrogato di prestito, per un periodo limitato, ma solo indicando per nome un altro utente del medesimo sistema. Non si possono né regalare né vendere.
  • Copiarne uno è impossibile a causa dei DRM (Digital Right Management o Digital Restrictions Management) del riproduttore e proibito da una licenza che è più restrittiva della legge sul diritto d’autore
  • Amazon può cancellarli da remoto tramite una backdoor. L’ha usata nel 2009 per cancellare migliaia di copie di 1984, di George Orwell.

Questi passi appartengono a un manifesto di Richard Stallman, The Danger of Ebooks, la cui traduzione italiana  è liberamente disponibile presso l’archivio Marini.

I clienti di Amazon non sono più proprietari dei loro libri. Ne sono solo custodi, al servizio di un’azienda privata. I loro molti doveri, i loro pochi diritti sono incorporati in un oggetto che acquistano,  il lettore di ebook di Amazon, e in accordi di licenza definiti unilateralmente e firmati per lo più distrattamente.

Nel 1785, all’inizio del suo saggio sull’illegittimità della ristampa dei libri, Kant escludeva che l’acquisto di libro cartaceo potesse gravare il lettore dell’obbligo di custodirlo, impedendone la riproduzione. Nessun acquirente accetterebbe mai un contratto  che lo rendesse corresponsabile se, per esempio,  dimenticasse il suo libro su una panchina alla mercé dei ristampatori di passaggio. La proprietà va presa sul serio: se il volume è solo un oggetto materiale, è ben ovvio che chi  ne diviene proprietario può farne ciò che vuole  – perfino copiarlo.

A Kant non stava a cuore l’interesse economico dell’editore, bensì l’autonomia dell’autore nel presentarsi, essendo responsabile dei suoi discorsi, a un pubblico all’epoca accessibile solo tramite la mediazione di un editore. In un ambiente in cui ristampare era facile e per lo più formalmente legale – Nachdruck significava “ristampa” prima che “edizione pirata” – era anche abbastanza facile avere la propria opera propagata e alterata da mediatori in più di un senso abusivi. Per questo Kant allontanò il suo diritto d’autore dallo spazio della proprietà e degli oggetti inanimati per farlo entrare nel mondo delle persone e delle loro azioni.

Gli ebook di Amazon, con i loro diritti e doveri incorporati negli oggetti, ottengono dal lettore un consenso, tramite un semplice atto d’acquisto, su vincoli che Kant riteneva inaccettabili.  Dove prima c’era il diritto – e quindi la libertà e la responsabilità – ora sembra esserci la gabbia d’acciaio dell’ordine delle cose.

Chi non domina una nuova tecnologia si sente espropriato da quanto prima gli apparteneva “naturalmente”,  ma ora è delegato ai “segni alieni” del mito di Theuth – il cui ruolo è recitato di volta dalla scrittura, dalla stampa, dai dispositivi elettronici. Collettivamente, però, la cultura sa assimilare le novità:  la nostra seconda natura sta nell’intelligenza ossificata del mondo delle cose, nell’architettura che, pur riducendo la nostra libertà, ci esonera dallo studio e dalla scelta. Se intesa come una collezione di routine e di istituzioni che ci risparmiano di deliberare su quanto sappiamo già, la cultura in generale non è meno meccanica  del software di Amazon. E analogamente, il software di Amazon, perché si presenta come uno strumento per eseguire quanto sappiamo già, è culturale come il più etereo dei paradigmi scientifici.

Kant riteneva inaccettabile imporre al lettore, in virtù del semplice acquisto, i vincoli ora incorporati nel software di Amazon non tanto perché non disponeva della tecnologia per applicarli, quanto perché credeva che la cosiddetta proprietà intellettuale non fosse “una cosa che sappiamo già”. Per questo motivo considerava intollerabile l’adozione di un dispositivo – anche semplicemente giuridico – che desse per scontata la limitazione dei diritti del lettore su un oggetto fisico da lui regolarmente acquistato.

Oggi si possono far passare come scontate, e dunque meritevoli di essere imposte meccanicamente, idee che non lo sono affatto, con un mezzo nuovo e specializzato rispetto a quelli impiegati dai saperi istituzionali che contribuivano a tenerci in condizione di minorità nel saggio di Kant sull’Illuminismo. Chi vorrebbe che la cultura fosse qualcosa di più di un meccanismo può criticarne i pregiudizi senza occuparsi del software che contribuisce a cristallizzarli? Può separare i mezzi dai fini?

Kant non conosceva il codice del software. Conosceva, però, il codice del diritto, e non lo trattava come una questione tecnica, d’interesse solo specialistico: rivendicava, anzi, contro i giuristi di mestiere, il ruolo dei filosofi come docenti di diritto liberi. Una critica al meccanismo della cultura che separi i mezzi dai fini si riduce a retorica, se non a ipocrisia: i pregiudizi  sono pregiudizi non in primo luogo perché i singoli li danno per indiscutibili, ma soprattutto perché le organizzazioni sociali si valgono di strumenti, che, assumendoli come tali, li impongono meccanicamente.

Per questo il manifesto di Stallman merita d’essere segnalato qui.

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