L’università e le sue crisi: una riflessione storica

1. Universitas magistrorum et scholarium

UniversitasMentre molte ricette d’“eccellenza” per l’università si pretendono senza tempo, l’articolo di Jean-Luc De Meulemeester, economista, pubblicato recentemente su “Pyramides”, invita a pensare in una prospettiva storica ampia, disciplinarmente inconsueta.

Alle sue origini, nel Medioevo, l’università – come Universitas Magistrorum et Scholarium – era una corporazione dedicata all’insegnamento superiore (studium). Poteva organizzarsi come la Sorbona, con un legame lasco con la Chiesa e dei professori liberi di lasciare la cattedra o di astenersi dal lavoro che controllavano studenti giovani e poveri; oppure come Bologna, di origini laiche, con studenti più adulti e ricchi che governavano professori legati al loro posto. In ogni caso, sia che i docenti fossero stipendiati dalla Chiesa, come a Parigi, o dal Comune, come si finì per fare a Bologna, l’universitas non solo godeva della libertà dell’ambiente urbano, ma – dotata di un proprio sigillo – decideva sul reclutamento dei professori, aveva personalità giuridica e autonomia amministrativa e giurisdizionale interna. Così, in un mondo prevalentemente gerarchico, gli universitari riuscivano a far esperienza di relazioni orizzontali.

L’università medioevale produceva medici, teologi e giuristi. Era dunque professionalizzante, relativamente indipendente dai poteri politici ed ecclesiastici in virtù del suo diritto particolare, ma – in quanto monopolista dello studium – conservatrice e poco vocata alla ricerca. La ricerca era per lo più nascosta, o perché finanziata da privati per i loro interessi, o perché patrimonio di corporazione o perché – come nel caso dell’alchimia – proibita dalla Chiesa. A partire dal XV secolo l’affermazione dello Stato moderno, che mal tollerava i diritti particolari, spense l’autonomia dell’università, riducendola a centro di formazione professionale al suo servizio.

2. L’età moderna: la scienza aperta e la prima crisi dell’università

La scienza aperta basata sulla verifica e sulla discussione pubblica e finanziata senza scopo di lucro da mecenati privati o dallo stato s’impose prevalentemente fuori dalle università, tramite le accademie e le riviste. I finanziatori, dopo l’esplosione rinascimentale delle ricerca, non erano più in grado di valutare da sé che cosa fosse valido e che cosa no: le riviste e le accademie offrivano alla società – con la loro revisione paritaria e con la loro capacità di costruire una reputazione pubblica – criteri di giudizio più efficaci di quelli nascosti nel chiuso della ricerca segreta.

La fonte principale di De Meulemeester è il lavoro di Paul A. David, che esplora il nesso fra le strutture istituzionali e gli incentivi alla perseguimento della conoscenza pura. Quando la ricerca è proprietaria e segreta, ne traggono vantaggio solo alcuni; quando è libera e aperta, aumenta il patrimonio di conoscenza della società e la possibilità collettiva di applicarla in modo produttivo. Da un punto di vista funzionale, una ricerca pubblica aiuta a convalidare più rapidamente i risultati teorici, riduce i doppioni, facilita le indagini complementari e beneficia l’indagine altrui. Nella prima età moderna, in Europa, il passaggio alla scienza aperta appare in contrasto con la finzione dell’homo oeconomicus e del suo interesse a massimizzare l’utile proprio e a trascurare quello sociale: merita, dunque, di essere spiegato.

Questa transizione, storicamente eccezionale, è frutto di una convergenza della diffusione della stampa, della complessità del nuovo linguaggio matematico, della pluralità dei centri di potere religioso e civile con la pratica pre-capitalistica del mecenatismo, a fini utilitari o ornamentali. Quando il linguaggio del sapere diventa complesso, i mecenati desiderosi di selezionare beneficiati che diano loro prestigio traggono vantaggio da un sistema di validazione collettiva, e analogamente gli scienziati si costruiscono – grazie alle accademie e alle loro reti di conoscenze – una reputazione pubblica, che li rende interessanti per i potenziali finanziatori. Nella seconda metà del XVII secolo, quando le monarchie assolute vollero soppiantare i nobili nella competizione per il prestigio, dovettero solo istituzionalizzare l’esistente, che si era rivelato capace di progresso, sebbene d’élite sia per la pubblicazione, sia per la cooptazione accademica.

 A essere generosi si potrebbe concludere che questo sia un esito sociale sub-ottimale (o forse sub-sub-ottimale) – che assicura a chi riesce a entrare l’efficienza dello scambio di informazione scientifica come bene di club, ma perde la possibilità delle esternalità positive ancora più grandi che sarebbero derivate da una approssimazione maggiore a un regime scientificamente meritocratico e universalmente aperto nel perseguimento della conoscenza. (P. A. David, The historical origins of “open science”, p. 68)

3. Dall’Illuminismo a Humboldt: l’universitas scientiarum

Nel XVIII secolo si aggiunse alla concorrenza delle accademie nel campo della ricerca quella delle nuove scuole speciali, ispirate dall’interesse illuministico per un sapere applicabile, nella formazione professionale: la crisi delle università, che proponevano uno studium ormai ripetitivo e obsoleto, trovò soluzione solo all’inizio dell’Ottocento, con la riforma di Wilhelm von Humboldt.

Dopo la sconfitta di Jena (1806) i riformatori prussiani si resero conto dell’importanza del capitale umano per il progresso economico e tecnologico di una nazione e immaginarono un sistema che favorisse innovazione e progresso tramite una democratizzazione dell’accesso all’insegnamento, un incremento dell’istruzione generale e una convergenza culturale di élites e classi produttive. Il loro progetto, sebbene depotenziato per la caduta di Napoleone, ebbe come frutto un’universitas scientiarum che riuniva in sé la funzione dello studium e quella della ricerca, s’ispirava alla scienza aperta e s’incentrava sulla filosofia come facoltà “federativa”: il finanziamento statale e il posto fisso offrivano ai professori una prospettiva disinteressata e un orizzonte di ricerca ampio. Il successo del modello tedesco nella ricerca innovativa – negli anni compresi tra il 1901 e il 1933 la Germania ottenne 13 premi Nobel per la chimica, 10 per la fisica – lo rese oggetto d’imitazione in tutto il mondo.

4. La crisi del modello humboldtiano

Il sistema humboldtiano ha due limiti:

  • la combinazione di didattica e ricerca è stata pensata per un’università d‘élite e non di massa;
  • la protezione dal mondo esterno tende a creare un ambiente conservatore e socialmente inerte – come mostra l’acquiescenza della maggioranza dei docenti italiani e tedeschi di fronte alla soppressione fascista e nazista della libertà della ricerca.

Con la crisi economica del 1973, il modello humboldtiano incontra le prime difficoltà, mentre il finanziamento pubblico si riduce e le condizioni di lavoro dei professori si deteriorano Margaret Thatcher apre la strada a un orientamento favorevole al taglio dei fondi, alla concorrenza fra atenei, alla valutazione amministrativa della ricerca, alla licenziabilità dei professori, al perseguimento di obiettivi stabiliti dal governo e al finanziamento secondo la performance. Questi disegni rappresentano se stessi come ispirati a ideologie neoliberiste ma comportano pesantissimi interventi dello stato, che impone ai ricercatori obiettivi fissati dall’esterno e una gerarchia di accountability anch’essa esterna alla comunità scientifica. Il professore universitario diventa un lavoratore dipendente come gli altri, entro un’organizzazione che imita i valori di quella aziendale: non più la scienza disinteressata e libera, ma al vertice il desiderio di potere e di denaro e alla base l’ubbidienza. Lo smantellamento dello stato giuridico dei docenti e della struttura relativamente orizzontale delle università è il segno più chiaro di questo mutamento. La rivoluzione scientifica europea è fiorita in un mondo lontano dall’aziendalismo e dal burocratismo della fine del secolo scorso: cambiare così profondamente le sue condizioni istituzionali incide sulla qualità e sulla motivazioni della ricerca, a meno di non voler credere che la “cittadella della scienza” non abbia niente a che vedere con la città su cui insiste.

5. Oltre

Mentre la rete rende possibile ampliare il collegio invisibile dell’uso pubblico della ragione, anche la scienza inventata nell’età moderna sta vivendo una crisi che – economicamente – si manifesta nella forma di un aumento spropositato dei prezzi delle riviste a causa delle rendite da oligopolio lucrate da una manciata di multinazionali dell’editoria scientifica. Superati i vincoli tecnologici ed economici dell’età della stampa, il carattere sub-ottimale delle soluzioni moderne è ormai divenuto evidente: quanto pochi secoli fa appariva “scienza aperta” è ora oligopolio e oligarchia, in perfetta armonia con lo spirito gerarchico e burocratico dell’università neoliberista. Non a caso, un’operazione autoritaria come la valutazione amministrativa della ricerca italiana cerca d’imporre una lista esclusiva di riviste come marchio d’eccellenza anche fra discipline – come le scienze umane e sociali – di struttura e tradizione pluralista. Proprio quando la cittadella della scienza ha donato al mondo una tecnologia di disseminazione in grado di superare le limitazioni elitarie, la città che le ha dato origine sembra temere sempre di più la libertà dell’uso pubblico della ragione.

Di fronte a una rivoluzione mediatica, con un potere statale impaurito e impoverito, non è né utile né saggio rifugiarsi nella nostalgia e nel suo equivalente istituzionale, l’accademia dei morti viventi, o in un monopolio dello studium anch’esso esposto a mutamenti profondi.

Il gran signore che finanziava le arti e le scienze per amore della propria reputazione appartiene a un passato pre-capitalistico, che poco ha che fare con gli oligarchi del mondo contemporaneo. E’ però entrata nella sfera pubblica una moltitudine di piccoli signori che potrebbero e possono non solo offrire forme di mecenatismo diffuso, privato o statale, ma anche partecipare e contribuire alla discussione, come citizen scientists.

La scienza del passato ha giustificato se stessa rispondendo a due questioni fondamentali:

  • quella del valore della ricerca “inutile”: la ricerca ha senso in se stessa o serve solo a fini economici immediati? Dobbiamo orientare le nostre vite e le nostre società secondo l’utile o possiamo permetterci il lusso della filosofia, naturale e no?
  • quella dell’insegnamento: è trasmissione di informazioni e addestramento, oppure costruzione comunitaria di conoscenza e dunque parte integrante della ricerca? Se scegliamo la prima opzione, lo studium può concentrarsi in corsi di massa on-line; se adottiamo la seconda no, o non esclusivamente.

La prima questione ha ricevuto risposta più volte, nell’antichità, nel Medioevo e nella modernità. Quando, nel secolo scorso, si è tentato di separare la ricerca dal problema del suo valore, ne è risultata la proletarizzazione economica e spirituale dei ricercatori e lo smantellamento del modello istituzionale e culturale che aveva reso possibile la rivoluzione scientifica.

La seconda si è illustrata nell’esperienza delle accademie, a partire da quella di Platone. Entrambi le risposte, però, sono state d’élite, e come tali è stato ed è facile estinguerle: dovrebbero diventare risposte di massa. Questa è la sfida che oggi studium e ricerca si trovano variamente ad affrontare: il loro spirito sopravviverà all’economia aziendale soltanto se verrà fatto comprendere alla società nel suo complesso. Per questo la pubblicazione ad accesso aperto e la sperimentazione di nuove forme di revisione paritaria sono cause meritevoli di essere perseguite, indipendentemente dal destino dell’istituzione:

Un intervento in un forum che nel 2004 “Nature” aveva dedicato all’open access affermava che alla società non interessa la letteratura di ricerca, bensì la disponibilità sul mercato dei suoi risultati e che sarebbe economicamente insostenibile addossare l’onere del pagamento per la pubblicazione altrimenti che al lettore. Senza addentrarsi in un dibattito a cui l’esperienza degli anni successivi ha offerto ulteriore materia, rimane però interessante mettere in luce i presupposti taciti di queste tesi, che si vogliono fondate sul punto di vista spassionato dalla “triste scienza”:

  • la scienza è una specie di scatola nera o di stabilimento industriale chiuso che sforna “prodotti”, e non un processo cognitivo e sociale: al pubblico interessa solo consumare quanto gli è messo sul piatto, e non certo capire perché la pietanza è così e non altrimenti;
  • la pubblicazione scientifica può sostenersi solo nella forma di un procedimento industriale su larga scala, che richiede editori ben addentrati nello spirito del capitalismo.

Nell’età della stampa la pubblicazione scientifica aveva bisogno di un’organizzazione industriale. Ne ha ancora bisogno, nell’età della rete, quando una rivista riceve una quantità di manoscritti tale da non poter più essere gestita come attività collaterale da parte di un gruppo di studiosi. Quando ci sono riviste mainstream – riviste, cioè, che si trovano nella parte alta della curva che rappresenta una distribuzione a legge di potenza. Privilegiare riviste di questo tipo è stato per molto tempo inevitabile, per i limiti tecnici ed economici della stampa e per le dimensioni dei budget e degli scaffali delle biblioteche. Ma i core journals sono davvero indispensabili perché possa darsi una scienza degna di questo nome?

Gli umanisti sono abituati al pluralismo delle scuole, adagiate nelle code lunghe delle distribuzioni a legge di potenza e ai processi lenti, dolorosi ed erratici con i quali un autore si trasforma in un classico: per loro è facile rispondere di no. Ma una risposta similmente negativa viene anche da chi si occupa con consapevolezza di comunicazione della scienza: il suo flusso, scriveva Pietro Greco nel 2005, ha gli strumenti per diventare più simile a quello della laguna di Venezia che a quello del Rio delle Amazzoni. Nel fiume l’acqua del sapere scende dall’alto verso il basso, dalle vette delle Ande all’oceano dell’ignoranza; in laguna circola illuministicamente allo stesso livello per una miriade di canali e canaletti, di isole e isolette, di ponti e ponticelli. Ci sono, certo, isole e ponti e canali più importanti, o più piccoli e periferici, ma questo groviglio, questa complicazione è la vita del sapere quando è libero, in una biodiversità capace di ospitare una moltitudine d’interessi e di modi di fare ricerca, compresi quelli che, secondo alcuni, non dovrebbero esistere affatto.

ResearchBlogging.org
Jean-Luc De Meulemeester (2012). Quels modèles d’université pour quel type de motivation des acteurs ? Une vue évolutionniste Pyramides (21)

Tags:

Accessi: 194

2 thoughts on “L’università e le sue crisi: una riflessione storica”

  1. Gentile prof.ssa Pievatolo, ho scoperto da un po’ il suo blog e mi si è aperto un mondo. Trovo fra l’altro di grande interesse i suoi contributi in quanto trattano la conoscenza da un punto di vista politico, il che, nella mia piccola esperienza, è tutt’altro che frequente.
    Ora, vorrei chiederle se ha pubblicato qualcosa di organico e esaustivo sul tema. Possedendo io scarse conoscenze sia degli aspetti più tecnici della ricerca che delle regole della pubblicazione, traggo dai suoi articoli importanti informazioni che, per carenze mie, non riesco tuttavia a inquadrare in un discorso complessivo sicuro. Può segnalarmi eventuali suoi testi in tal senso?
    Grazie,
    un saluto
    Denise

  2. Credo che il libro di Francesca Di Donato del 2009 possa rispondere, almeno in parte, alla sua richiesta. Per leggerlo, segua semplicemente il link “Ebook” qui sopra.

    Grazie a lei.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *