Antoine Blanchard, Il buon ricercatore

Il ricercatore buono pubblica; il ricercatore cattivo pure.

Sorbonne

La bibliometria è l’insieme dei metodi e delle tecniche quantitative – di natura matematico-statistica – ausiliarie alla gestione delle biblioteche e di tutte le organizzazioni che trattano grandi quantità d’informazione.  Può essere usata per razionalizzare gli acquisti librari – con risorse limitate il bibliotecario deve selezionare quanto è più probabile gli venga chiesto dagli utenti – o, meno umilmente, per valutare la ricerca. Ben si capisce che i bibliotecari debbano considerare grandi quantità di testi senza poterli leggere tutti; meno chiaro, però, è perché la nostra ricerca andrebbe valutata senza leggere quello che scriviamo.

La Francia, che ha già affrontato l’esperienza della valutazione della ricerca, è un termine di confronto utile. In particolare, l’articolo Qu’est-ce qu’un bon chercheur?, pubblicato nel blog di Antoine Blanchard La science, la cité, è un buon punto di partenza, con la sua questione solo apparentemente semplice: che s’intende per “buon ricercatore”?

0. Prima della bibliometria il buon ricercatore era uno riconosciuto come tale dai suoi pari. Perché questa definizione rimanesse credibile, però, occorrerebbero pari perfettamente informati sulla ricerca di tutti gli altri, il cui giudizio non fosse influenzabile da altre considerazioni – dall’antipatia personale alle questioni concorsuali. Quanto era forse vagamente praticabile entro piccole comunità di conoscenza non lo può più essere in un mondo in cui la ricerca è iperspecializzata e l’informazione sovrabbondante. La rete – è vero – può costruire reputazioni e offrire strumenti efficienti per il fact-checking. Però, specialmente se la ricerca è innovativa, questa specie di chiara fama arriva, come la nottola di Minerva, soltanto sul far del crepuscolo, dunque troppo tardi per chi desidera valutarci di buon’ora, quando le carriere accademiche muovono i primi passi.

1. Il buon ricercatore è uno che pubblica molto. Il criterio, discriminante nel mondo della stampa, non lo più oggi. Inoltre, nei settori disciplinari in cui si usano articoli a firma collettiva, per chi è in alto nella gerarchia accademica è talvolta molto facile “pubblicare” lavori fatti e scritti interamente da altri.

2. La bibliometria nel suo uso scientometrico suggerisce che il buon ricercatore sia uno che è molto citato: la moneta della scienza, però, può rimanere libera da pratiche speculative solo se il suo conteggio non viene usato a scopi valutativi. E, in ogni caso, sono molto citate sia le grandi scoperte sia i celebri errori.  Né è decisivo selezionare un database composto da citanti eletti e presunti competenti senza ereditare i pregiudizi con cui è stato formato e – spesso inconsapevolmente – anche gli interessi commerciali  che l’ispirano.

3. Con più sofisticatezza, tramite l’indice h, possiamo combinare le due definizioni precedenti: il buon ricercatore è uno che pubblica molto ed è molto citato. Questo criterio fa ingiustizia ad autori di genio, come Wittgenstein, che, pur avendo pubblicato pochissimo, sono molto citati. Però. per un fenomeno noto ai sociologi come effetto San Matteo, è più facile ricevere la sessantesima citazione se si è citati 59 volte, che ottenere l’undicesima se si è citati 10. Se pesiamo ciascuna citazione di un testo con una frazione 1/n, ove n è il numero d’ordine della citazione, otterremo che la prima citazione vale 1 e le altre via via decrescendo con l’aumentare del denominatore. Se calcoliamo il valore di un articolo sommando gli 1/n delle sue citazioni otterremo una serie armonica divergente: il valore delle citazioni cresce sempre più lentamente, ma la loro somma aumenta con continuità, rendendo le cifre ottenute per i vari ricercatori comunque comparabili. Un simile calcolo, che tiene conto dell’effetto San Matteo,  mostra – controintuitivamente – che il ricercatore con 10 lavori citati 10 volte “vale” di più di quello con tre opere citate 60 volte. Se i due ipotetici ricercatori fossero scienziati umani e sociali, il primo profilo corrisponderebbe a quello di un fondista della ricerca, il secondo a quello di un velocista o di una academic star. Nelle gare di atletica, i velocisti sono più popolari dei fondisti: ma questo è un motivo sufficiente a farci credere che siano anche migliori e indurci a finanziare gli uni ma non gli altri?

4. L’ultima ipotesi, post-bibliometrica, è la più elusiva: il buon ricercatore è uno che non fa come gli altri. Quando guardiamo alla storia della scienza questa definizione si applica ottimamente ai grandi innovatori. Senza il senno del poi, però, ci lascia in imbarazzo, perché non si può ridurre a una formula scientometrica: anche il tentativo di misurare lo spirito innovativo contando i premi Nobel si compie pur sempre ex post.

Platone, nel Politico, scriveva che, in una situazione ideale, quando ci siano politici dotati di scienza, è preferibile un governo senza leggi. La legge è come un essere umano ignorante e ostinato il quale non permette che si trasgrediscano i suoi ordini e non accetta che gli si facciano domande, neppure se a qualcuno è venuta in mente una cosa nuova e migliore rispetto al suo logos (294c). La legge è un prodotto del sapere umano, che però sembra pretendere di valere per sempre, anche se il nostro sapere, in quanto storico e finito, non può mai intendere se stesso come definitivo. Nel mondo politico, dove la scienza è quasi sempre assente, le leggi sono invece indispensabili, pur nella loro grossolanità. La critica di Platone alle regole, applicata alla politica, sembra filotirannica ed elusiva; ma, applicata alla scienza, s’adatta perfettamente alla definizione post-bibliometrica di Blanchard e al suo esito: un appello per il pluralismo e la diversità della ricerca.

Sgradevolmente, però, se non c’è un algoritmo per distinguere l’innovatore dal pazzo, una società che desideri davvero finanziare la ricerca deve rassegnarsi al rischio di buttare via i soldi o, più elegantemente, di fare scommesse che possono risultare vincenti o perdenti. Una ricerca senza libertà, soggetta a una norma preconfezionata – sia essa il razzismo dei totalitarismi del Novecento o l’estensione pedissequa del modello aziendale alle università – è destinata a perdere se stessa nella sua capacità d’innovazione e di critica. Nell’ordine degli uomini, ottimi argomenti militano a favore del governo delle leggi; nell’ordine delle idee imporre regole di valutazione rigide è semplicemente fascismo.

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