Francesca Di Donato, Comunicare la cultura: il dibattito sulla repubblica delle lettere nell’Illuminismo tedesco

Depositato nell’archivio “Giuliano Marini”, l’articolo di Francesca Di Donato offre una prospettiva storica sul modo e sul grado di consapevolezza teorica  con  cui gli studiosi organizzano se stessi

L’espressione respublica literaria compare per la prima volta nel 1417 in una lettera scritta da Francesco Barbaro a Poggio Bracciolini. La repubblica delle lettere è  la comunità degli studiosi che, condividendo i medesimi interessi e la medesima occupazione, si scambiano notizie sulle proprie ricerche e scoperte, dapprima per via epistolare e poi tramite la stampa. Nella prima modernità, che vede la crisi della respublica Christiana, la comunità internazionale dei dotti si ispira a ideali di cosmopolitismo, pacifismo, libertà, uguaglianza e condivisione del metodo critico-razionale, dapprima inteso nella sua unità ispirata all’emancipazione umanistica dal giogo dell’autorità costituita, e successivamente bipartito a seconda che si parli di lettere o di scienze. In ogni caso, studioso non è semplicemente chi ama il sapere, ma chi ha la vocazione e la capacità di comunicarlo.

La respublica literaria nasce con una lingua comune, il latino, a cui successivamente subentrano le varie lingue nazionali, in un gioco delicato fra il rischio della frammentazione del discorso scientifico e la volontà di raggiungere pubblici più ampi. Anche la Germania, a partire dalla fine del Seicento, partecipa a questo sviluppo, favorito dal principio luterano dell’interpretazione dei testi tramite retta ragione e pubbliche confutazioni e da una fitta rete di periodici eruditi e di riviste politico-culturali. Per esempio Thomasius, vittima di una censura di stato, si difese tramite la teoria delle personae morali di Pufendorf: come il maestro di equitazione del re, pur essendo tenuto ad obbedirgli come suddito, deve trattarlo come qualsiasi altro allievo quando gli insegna ad andare a cavallo, così lo studioso può essere a un tempo suddito di uno stato, e, nella sua funzione, libero. 

Le trattazioni degli eruditi cominciano a distinguere due repubbliche: una prima (astratta) che coincide con la sfera della libertà di pensiero e di espressione; una seconda (storica), che include le istituzioni, le tradizioni, le regole e l’organizzazione di società dedite alla ricerca. Si crea una nuova attenzione nei confronti dell’influenza che i processi storici, sociali e politici possono avere sulla scienza, e su tale base l’universalità della repubblica delle lettere viene messa in discussione.

In questo quadro, il poeta Klopstock fa uscire, nel 1774,  Die deutsche Gelehrtenrepublik. La sua repubblica ha una struttura gerarchica, con degli anziani eletti da corporazioni, di cui cui fa parte chiunque abbia prodotto qualcosa di “più che mediocre” in una qualche scienza, e un popolo privo di influenza politica e sociale. I suoi princípi sono tre:

  1.  impegnarsi nella “ricerca, nella determinazione, nella scoperta, nell’invenzione, nella composizione e nell’animazione di più nuovi e più degni oggetti del pensiero e dei sensi
  2. condividere i più nuovi e più belli di tali oggetti con gli altri, comunicandoli attraverso gli scritti e tramite l’insegnamento
  3. promuovere le opere migliori, per contenuto e per forma, operando dunque una sorta di selezione delle migliori produzioni scientifiche e artistiche”

Dalla repubblica sono esclusi gli stranieri, chi non parla in tedesco e i filosofi, in quanto astratti ideatori di sistemi e autori di “scritti polemici”. Klopstock, che, sul piano pratico, condivide con illuministi come Lessing il progetto di emancipare gli studiosi dagli stampatori,

sa che la repubblica delle lettere è una costruzione storica e sociale, è a conoscenza del fatto che l’organizzazione culturale e intellettuale della repubblica ha prodotto controllo interno e censura, e anche che serve a dominare le menti degli illetterati. Gli piace soprattutto per questo: come progetto in chiave anti-illuministica e antifrancese. […] Il progetto del poeta si propone di regolare e controllare la critica nella comunità erudita, teoreticamente con l’esclusione della filosofia dalla repubblica, e praticamente fondando un’accademia che abbia il potere di filtrare il dibattito erudito al pubblico.

Da parte illuministica, il progetto fu criticato come oligarchico da Wieland; e analizzato sistematicamente da Moses Mendelssohn.  Costruire la respublica literaria entro lo stato nazionale e secondo il suo modello, anziché come cosmopolitica e indipendente, significa rendere anche gli studiosi dipendenti da poteri politici particolari. Gli scienziati, però, pur dovendo prescindere da ogni interesse personale, hanno il diritto e il dovere di essere in primo luogo partigiani della conoscenza, e non asettici burocrati. Né si possono escludere i filosofi dalla repubblica sulla base di una critica alla filosofia, perché la critica è parte dello sviluppo dell’attività filosofica stessa.  La barriera linguistica, infine, se può aver senso per la letteratura, non ce l’ha per la scienza: lo scienziato non cerca una “verità” nazionale, perché le sue teorie sono scientifiche solo se valgono per il mondo intero.

Questo articolo aiuta a capire perché, pochi anni dopo, Kant, sostenendo che chi fa uso pubblico della ragione in quanto studioso, appartiene alla società cosmopolitica, evita accuratamente di menzionare la repubblica delle lettere, e perché la sua teoria politica successiva, applicando il cosmopolitismo all’ordinamento degli stati, ribalta di fatto l’impostazione di Klopstock.  Se poi, oggi, le comunità di studiosi siano più simili a come le desiderava Klopstock o a come le sognavano gli illuministi, è questione che merita di essere offerta alla riflessione del lettore. 

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