La via verso l'alto: autonomia dell'anima e politica nella Repubblica di Platone

7. I vincoli della politica: la questione della schiavitù

Questo ideale, per il quale la gerarchia sociale sarebbe di per sé provvisoria, e sarebbe possibile pensare una città ancora migliore della politeia si deve però confrontare con almeno tre vincoli, di natura storico-sociale:

  1. il vincolo della comunicazione: siamo in una condizione di imperfetta distribuzione del sapere, ed esposti alla manipolazione poetica, che agisce sulle nostre emozioni;

  2. il vincolo dell'eros privato, che tende a trattare la riproduzione delle creature umane come una questione lontana dall'amore per la scienza;

  3. il vincolo dell'economia: occorre che qualcuno si dedichi alla soddisfazione dei bisogni vitali corporei.

Platone fa i conti con i primi due vincoli ricorrendo al controllo della poesia e dell'eros privato, in quanto connesso alla riproduzione. Ma in che modo dobbiamo considerare queste soluzioni? Come indice dei fondamenti antropologici del pensiero platonico, oppure come legate alla situazione storica contingente della città e della famiglia antica?

Per rispondere a questa domanda, analizzeremo, in primo luogo, il vincolo dell'economia, in relazione a un aspetto particolare – la schiavitù – che è una differenza decisiva fra l'ordine della produzione moderno e quello antico.

Platone, pur mettendo in discussione istituzioni radicate come la famiglia e il ruolo della donna, non critica mai la schiavitù. E' dunque corretto pensare che la dia per scontata, 20 come un elemento tipico dell'ordine dell'oikos, che, nella Repubblica, rimane proprio del ceto degli artigiani.

Tuttavia, nel IX libro, trattando della felicità del tiranno, Socrate affronta l'argomento della schiavitù in via incidentale. Un padrone di schiavi esercita un potere simile a quello di un tiranno, su un gruppo di persone che, per forza e per numero, potrebbe sopraffarlo. Ciò nonostante, il padrone non teme i suoi schiavi, perché sa che l’intera polis riconosce il sistema della schiavitù; ma ne avrebbe paura se fosse solo con loro in un’isola deserta, o se i suoi vicini non tollerassero che qualcuno comandasse sugli altri (578d ss.). Questa è anche la situazione del tiranno, a capo di un regime considerato illegittimo dai vicini e costretto continuamente a guardarsi dai concittadini che ha ridotto in schiavitù. 21

Fra il tiranno – il governante più illegittimo che si possa immaginare – e il padrone di schiavi non c'è nessuno differenza interna. L'unica differenza è esteriore: i vicini del padrone di schiavi riconoscono la legittimità della schiavitù, i vicini del tiranno no. Platone condanna la tirannide, in quanto la rappresenta come illegittima. Qual è, invece, la legittimità della schiavitù?

L'ermeneutica della via discendente suggerisce una risposta facile: l'antropologia di Platone dà talmente per scontata la disuguaglianza fra gli uomini da non ritenere bisognosa di giustificazione l'opinione comune favorevole professata dai vicini del padrone di schiavi.

Aristotele, nel primo libro della Politica (1252a), scrive che l'oikos e la polis differiscono non per le loro dimensioni, secondo il grado, ma secondo la specie, anche se l'oikos sta in rapporto alla polis come la parte all'intero. Platone, di contro, non ragiona così: è infatti possibile teorizzare l'abolizione politica della famiglia privata solo col presupposto che l'economia - nel senso originario di amministrazione della casa - sia sottoponibile a una radicale critica filosofico-politica. Questa critica è tanto più legittima in quanto Platone - come mostrano anche le sue tesi rivoluzionarie sull'uguaglianza femminile - crede che la nostra "natura" sia semplicemente un prodotto della storia.

Stando così le cose, se la differenza fra la schiavitù e la tirannide è solo quella, esteriore, connessa all'opinione dei vicini, dobbiamo concludere che l'oikos, sottoposto a una critica politica, dovrebbe essere smascherato come una piccola tirannide. Platone non trae questa conclusione, ma ce ne offre tutte le premesse. La sua politeia fa i conti col vincolo dell'economia solo quel tanto che serve per eliminare il conflitto di interessi nelle classi dirigenti.

Si può ipotizzare, quindi, che la disuguaglianza nella Repubblica non dipende da un dato antropologico, la cui assunzione sarebbe contraddittoria con la tesi della storicità della cultura umane, bensì dall'aver accolto come strutturale una sfera dell'economia che rimane internamente tirannica. Per questo la città progettata da Platone resta divisa in classi 22 - anche se, per bocca di Glaucone, si è riconosciuto che ci potrebbe essere una polis ancora migliore.



[ 20 ] G. Vlastos, «Does Slavery Exist in Plato's Republic?», Classical Philology, Vol. 63, No. 4. (1968), pp. 291-295.

[ 21 ] La tesi che Platone avesse elaborato gli strumenti teorici per una critica alla schiavitù ma non li avesse applicati si ritrova anche nell'analisi delle Leggi compiuta da G.R. Morrow, «Plato and Greek Slavery», Mind, 48, 190. 1939, pp. 186-201.

[ 22 ] Secondo B. Williams (The Analogy of the City and Soul in Plato's Republic, in R. Kraut, Plato's Republic, Oxford, Rowman & Littlefield, 1997, pp. 49.59), Platone sostiene sia che città è giusta se lo sono i suoi cittadini, sia che in essa occorre una parte di uomini appetitivi (dunque non perfettamente giusti) per occuparsi dell'economia. Nella nostra interpretazione si fa derivare l'imperfetto giustizia degli artigiani dal carattere tirannico del regime dell'economia.

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