Bollettino telematico di filosofia politica

Online Journal of Political Philosophy

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2. Il world wide web

Il progetto del World Wide Web risale alla fine degli anni Ottanta. E' lo stesso Berners-Lee a narrare le circostanze della nascita del Web e a raccontare le tappe della sua evoluzione in un testo divulgativo pubblicato nel 1999 e tradotto due anni dopo in italiano 22 .

Laureatosi in fisica nel 1976 al Queen's College di Oxford, il giovane scienziato inglese si impiega come programmatore alla Plessey Telecommunications prima e poi alla D.G. Nash, presso cui costruisce il suo primo computer. La sua iniziale collaborazione con il CERN risale al 1980, anno in cui scrive Enquire , un «programma retiforme» che anticipa una caratteristica essenziale del World Wide Web, la possibilità di collegare pezzi di informazione in forma ipertestuale. Incaricato di occuparsi dei sistemi informativi del laboratorio franco-svizzero che ospitava diverse migliaia di ricercatori delle più differenti nazionalità (i quali lavoravano su numerosi progetti collegati ma indipendenti e che utilizzavano un'ampia gamma di programmi e di calcolatori incapaci di comunicare tra loro), Berners-Lee si scontra con le difficoltà derivanti dal dover gestire una tale mole di informazione: «Preparai Enquire nel tempo libero, per utilizzo personale e al nobile scopo di aiutarmi a ricordare i rapporti intercorrenti tra le varie persone, calcolatori e progetti all'interno del laboratorio» 23 . E continua: «Su Enquire potevo scrivere una pagina d'informazioni a proposito di una persona, una macchina o un programma. Ogni pagina era un “nodo” nel programma, una specie di scheda. L'unico modo per crearne uno nuovo era attuare un collegamento da un nodo già esistente. I link da e verso un nodo apparivano come un elenco numerato in fondo alla pagina, un po' come la lista delle citazioni alla fine di una pubblicazione accademica» 24 . Nella costruzione del suo organigramma, il fisico inglese scopre le potenzialità insite nella possibilità di inserire collegamenti in modo libero. «Per ogni link, potevo descrivere il tipo di rapporto. Per esempio, dichiarando se la relazione tra Joe e un programma era il fatto che lo usasse o che l'avesse scritto». Enquire funzionava in base a un principio molto semplice: bastava etichettare ogni pezzo d'informazione con un nome e poi ordinare al computer di trovarlo. Diventando possibile fare riferimento a ogni cosa allo stesso modo, si dava così vita a una rete di informazioni. Un'altra implicazione positiva stava nel fatto che i computer avrebbero potuto seguire e analizzare gli incerti rapporti di connessione che definiscono gran parte dei meccanismi della società, rivelando modalità del tutto inedite di vedere il mondo.

La natura e l'evoluzione del web sono correlate in maniera inestricabile, come spiega il suo stesso autore: «L'invenzione del World Wide Web ha comportato la crescente comprensione da parte mia del potere insito nel disporre le idee in maniera reticolare, una consapevolezza che ho appunto acquisito tramite questo genere di procedura» 25 . Enquire lo porta a concepire una visione fondata sulla crescita decentrata e organica di idee, tecnologia e società. Alla base del sistema stava infatti l'idea che i computer potessero diventare molto più potenti se posti in grado di mettere in connessione informazioni altrimenti scollegate. Potenzialmente, la ragnatela globale dell'informazione si presentava come un tutto collegato a tutto, nel quale i meccanismi della società diventavano simili a quelli in cui funziona il cervello.

La prima collaborazione al CERN dura pochi mesi. Nell'abbandonare il laboratorio, Berners-Lee lascia al suo successore il codice di Enquire, che andrà in seguito perduto. Tra il 1981 e il 1984 torna a vivere in Gran Bretagna, dove lavora come ingegnere informatico scrivendo software per stampanti. È in quel frangente che acquisisce dimestichezza con i linguaggi di mark-up, in particolare SGML 26 .

Dall'84 riprende la collaborazione con il CERN, grazie a una borsa di studio che gli consente di lavorare al “controllo e acquisizione dati”, presso il gruppo incaricato al rilevamento e all'elaborazione dei dati risultanti dagli esperimenti dei fisici delle alte energie. Lì scrive un secondo programma, Tangle (che significa letteralmente intrico, groviglio). «In Tangle, spiega ancora, se ricorreva una certa sequenza di caratteri, il programma creava un nodo che la rappresentasse. Quando essa ricompariva, invece di ripeterla Tangle attivava un semplice rimando al nodo principale. Man mano che altre frasi venivano immagazzinate come nodi, e altri puntatori le indicavano, si formava una serie di collegamenti. Il nocciolo della questione era che l'aspetto fondamentale sono le connessioni. Non sta nelle lettere, ma in come esse si uniscono a formare parole. Non sta nelle parole, ma come si uniscono per formare frasi. Non sta nelle frasi, ma come si uniscono in un documento. Immaginai di inserire in questa maniera un'enciclopedia, quindi porre una domanda a Tangle. La domanda sarebbe stata ridotta in tanti nodi, che poi avrebbero fatto riferimento ai punti in cui apparivano all'interno dell'enciclopedia. Il groviglio risultante avrebbe contenuto tutte le risposte relative» 27 . Il risultato di questo primo esperimento è fallimentare. Berners-Lee dismette il programma e tuttavia non abbandona il progetto, per il cui sviluppo l'ambiente del CERN si rivela particolarmente fecondo: la compresenza di migliaia di persone, che utilizzavano un numero imprecisabile di macchine su cui giravano i programmi più disparati e comunicavano grazie a una moltitudine di protocolli di rete, anticipava quella diversità interconnessa che di lì a pochi anni si sarebbe ritrovata anche nel mondo esterno. «Oltre a tener conto dei rapporti tra le varie persone, esperimenti e macchine, volevo facilitare l'accesso ai vari tipi di informazione, come gli scritti tecnici dei vari ricercatori, i manuali dei diversi moduli di software, i resoconti delle riunioni, gli appunti e così via. Inoltre, mi toccava rispondere di continuo alle medesime domande poste da tante persone distinte. Sarebbe stato molto più semplice se tutti avessero potuto consultare il mio database.» 28 Sono probabilmente queste le ragioni per cui Berners-Lee persevera nella sua idea di creare un sistema di documentazione universale.

Il successore di Tangle è un Remote Procedure Call (RPC), un programma scritto per facilitare la comunicazione tra i computer e le reti. Berners-Lee ha ben chiaro che costringere gli scienziati a riadattare il loro sistema di lavoro in base alle sue necessità lo porterebbe necessariamente all'insuccesso. Viceversa, avrebbe dovuto pensare a un sistema di documentazione che avrebbe permesso a ciascuno di conservare il proprio metodo organizzativo e i suoi programmi. «Dovevo creare, scrive, un sistema con regole comuni, accettabili per tutti, cioè il più possibile vicino alla mancanza di regole» 29 . RPC assolve al compito richiesto.

Il modello che sceglie per il sistema minimalista che ha in mente è l'ipertesto. Il termine, coniato nel 1965 da Ted Nelson, indica un formato nuovo, non lineare, scritto e pubblicato tramite macchine cosiddette «letterarie» 30 . Con Xanadu 31 , il progetto di Nelson, ogni informazione sarebbe stata pubblicata in forma ipertestuale. Ogni citazione sarebbe stata dotata di un link alla fonte, garantendo agli autori originali una piccola ricompensa ogni volta che la fonte venisse letta.

Berners-Lee immagina l'ipertesto come uno strumento per il lavoro di gruppo e collaborativo, in cui ciascuno è in grado di scrivere e di leggere in un reticolo di documenti. Il sistema che ha in mente avrebbe dovuto essere decentrato, in modo che ogni nodo fosse intrinsecamente equivalente agli altri e che fosse possibile collegarsi a un nodo (pagina) qualsiasi senza richiedere alcuna autorizzazione ad un'autorità centrale. È su tale base che progetta un sistema in grado di combinare i link esterni con l'ipertesto e con gli schemi di interconnessione sviluppati per RPC. «L'ipertesto sarebbe stato molto potente, aggiunge ancora, se fossimo riusciti a indirizzarlo verso il nulla più totale. Ogni nodo, documento o come preferite chiamarlo, sarebbe stato intrinsecamente equivalente agli altri. Tutti avrebbero posseduto un indirizzo di riferimento. Sarebbero esistiti insieme nel medesimo spazio, lo spazio dell'informazione» 32 .

Una tappa fondamentale per la definizione del suo progetto è la penetrazione del sistema operativo Unix e di Internet all'interno del CERN. In Europa, in quegli anni, l'interesse verso Internet era scarso; le istituzioni scientifiche e politiche europee stavano infatti tentando di progettare, con la scarsa lungimiranza di un eccessivo campanilismo, una propria rete alternativa. Ma l'esistenza di protocolli standardizzati è per lui l'occasione per dimostrare la possibilità di creare un ponte tra la pluralità di sistemi operativi e di reti esistenti.

La prima proposta ufficiale di un sistema informativo ipertestuale che il giovane collaboratore inoltra al CERN risale al marzo 1989; nonostante non riceva alcuna risposta, nel maggio 1990 Berners-Lee presenta una seconda proposta 33 , anch'essa ignorata. Tuttavia, ottiene l'appoggio informale del capo della sua divisione, che gli permette di acquistare una macchina NeXT sulla quale comincia a programmare il software del suo progetto, che chiama World Wide Web. Con il sostegno pratico di Robert Cailliau, un ingegnere impiegato al CERN e particolarmente sensibile al problema dell'interoperabilità tra hardware e software che si convince immediatamente della bontà dell'idea, decide di cercare un appoggio esterno al laboratorio di fisica, di nuovo senza successo.

Al 1990 risale la definizione dei tre princìpi e pilastri del Web: lo schema per definire gli indirizzi dei documenti (Uniform Resource Identifier o URI 34 ), il protocollo di trasmissione dei dati (Hypertext Transfer Protocol o HTTP) e il linguaggio di contrassegno che definisce la formattazione delle pagine contenenti link ipertestuali (Hypertext Mark-up Language o HTML): «Il segreto stava nel definire poche regole base, comuni, di 'protocollo', per permettere ai computer di dialogare tra di loro, di modo che quando tutti i computer di ogni luogo avessero fatto altrettanto, il sistema si sarebbe arricchito, invece di collassare. Per il Web tali elementi erano, in ordine decrescente di importanza, URI, HTTP e HTML, cioè gli identificatori universali, il protocollo di trasferimento e il linguaggio» 35 . Poiché i tentativi di trovare collaboratori disposti a sviluppare un browser, programma essenziale a rendere l'utilizzo del Web effettivo, naufragano, Berners-Lee decide di scriverlo da solo. Lo stesso accade per il primo server Web, il programma che conserva le pagine in una parte del computer accessibile dall'esterno.

Finalmente, registra il suo computer col nome info.cern.ch, mettendo a disposizione i suoi appunti, le specifiche di URI, HTTP e HTML e le informazioni sul progetto in corso 36 . Per dimostrarne gli usi possibili all'interno del CERN, si serve dell'elenco telefonico del laboratorio, che diviene così accessibile a tutti. «Quel che avevamo ottenuto fino a quel momento si basava su pochi princìpi chiave appresi con l'esperienza. Il punto cruciale era l'idea di universalità, la rivelazione che un solo spazio dell'informazione potesse inglobare tutto, regalandoci un potere e una coerenza inauditi. Da qui derivavano molte decisioni tecniche. […] Era una rivoluzione copernicana rispetto alla filosofia dei precedenti sistemi informatici. La gente era abituata ad andare a cercare le informazioni, ma di rado faceva riferimento ad altri computer, e anche in tal caso doveva ripetere una lunga sequenza complessa di istruzioni per accedervi» 37 .

Viceversa, il nuovo sistema di documentazione avrebbe permesso di trovare l'informazione sfruttando i meccanismi mentali che tutti usiamo naturalmente per ricordare, basandosi su una modalità di lavoro consueta agli accademici e, più in generale, agli scienziati, l'uso delle citazioni: «La comunità dei ricercatori usa da sempre dei collegamenti del genere tra documenti cartacei: tavole dei contenuti, indici analitici, bibliografie e sezioni di consultazione e rimandi sono tutti quanti link ipertestuali. Però, sul web, i link ipertestuali possono essere seguiti in pochi secondi, invece che in settimane di telefonate e inoltro della posta. E d'un tratto gli scienziati possono sottrarsi all'organizzazione sequenziale di ogni pubblicazione e bibliografia, scegliendosi un percorso di riferimenti che faccia al caso loro» 38 .



[22]  T. Berners-Lee, L'architettura del nuovo Web, Feltrinelli, Milano 2001, scritto in collaborazione con Mark Fiaschetti (ed. or. Weaving the Web, The original design and ultimate destiny of the World Wide Web, by its inventor, Harper San Francisco, 1999). Si vedano anche la documentazione disponibile all'URL <http://www.w3.org/History/> e l'ipertesto «Design Issues», a cura dello stesso Berners-Lee: <http://www.w3.org/DesignIssues>.

[23]  Ivi, p. 18.

[24]  Ivi, p. 23.

[25]  Ivi, pp. 16-7.

[26]  Un linguaggio di mark-up descrive i meccanismi di rappresentazione di un testo. Mark-up (letteralmente: marcatura) è un termine nato in ambiente tipografico per segnalare in forma standardizzata le parti del testo che necessitano una correzione. Tale tecnica richiede una serie di convenzioni, cioè un linguaggio a marcatori di documenti.

HTML, al pari di SGML, è un linguaggio di mark-up di tipo descrittivo, vale a dire che la scelta del tipo di rappresentazione da applicare al testo è lasciata al software. SGML (Standard Generalized Markup Language) è stato il primo linguaggio di mark-up descrittivo standardizzato a livello internazionale e ha avuto ampio utilizzo nella produzione di documentazione tecnica.

[27]  T. Berners-Lee, L'architettura del nuovo Web, cit, p. 26.

[28]  Ivi, p. 27.

[29]  Ivi, p. 28.

[30]  Si vedano: T. Nelson, «A File Structure for the Complex, The Changing and the Indeterminate», ACM 20th National Conference, pp. 84-100, 1965; Id, Literary Machines, Swarthmore, PA. 1981 (prima edizione) – 1987, 1990 e 1993, Mindful Press, Sausalito, CA. Tr. it. Literary machines 90.1. Il progetto Xanadu, Muzzio, Padova 1992.

[31] Si veda la relativa voce di Wikipedia, all'URL <http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto_Xanadu>.

[32]  T. Berners-Lee, L'architettura del nuovo Web, cit, pp. 28-29.

[33] La proposta originale è disponibile sul web all'URL: <http://www.w3.org/History/1989/proposal.html>.

[34]  Contrariamente alla volontà dello stesso inventore del Web, la "U" di URI sta per Uniform e non per Universal. Gli indirizzi Web in particolare sono URL (Uniform Resource Locator). Sul dibattito in seno al W3C su questo punto, che ha una considerevole rilevanza filosofica, si veda:  T. Berners-Lee, L'architettura del nuovo Web, cit, pp. 63-65;

[35]  T. Berners-Lee, L'architettura del nuovo Web, cit, p. 44.

[36]  Tutta la documentazione è accessibile nella sezione «Design Issues» sul sito del World Wide Web Consortium (W3C), all'URL: <http://www.w3.org/DesignIssues>

[37]  T. Berners-Lee, L'architettura del nuovo Web, cit, p. 42 e pp. 44-45.

[38] Ivi, p. 45.


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