Tetradrakmaton

Il Protagora di Platone

Bollettino telematico di filosofia politica
btfp

La discussione su Simonide

Protagora, nella convinzione che sia parte importante della paideia di un uomo conoscere quanto dicono i poeti, valutare le loro composizioni e render ragione delle loro tesi, propone a Socrate di discutere il problema della virtù in connessione con la poesia, attraverso l'esegesi di un brano del poeta Simonide di Ceo (338e-339a). La sua proposta, ancora una volta, mette in luce la continuità della sua retorica con la tradizione poetica e quindi con l'opinione comune.

Il brano di Simonide (339b-d)

I versi di Simonide selezionati da Protagora appartengono a un poema dedicato al tiranno tessalo Scopa di Crannone. Simonide non disdegnava di farsi propagandista di tiranni perché, com'era tipico di poeti e sofisti, lavorava al servizio del miglior offerente.

Duro (chalepos) divenire un uomo veramente agathos

tetragono di mani, di piedi, di mente

costruito senza difetto (339b).

Mentre Socrate è d'accordo con quanto canta Simonide, Protagora sostiene che il poeta si contraddice, perché poco più avanti nel poema afferma:

non mi suona armoniosa la sentenza di Pittaco,

pur detta da un uomo sapiente:

è duro (chalepos) essere eccellente (339c).

Protagora vede le due citazioni come contraddittorie, perché assimila il "divenire" della prima all'"essere" della seconda (339d). Secondo la sua interpretazione Simonide ha prima dichiarato che è difficile essere eccellenti, e poi ha incoerentemente biasimato Pittaco perché sosteneva esattamente quanto già detto da lui.

Il soccorso di Prodico (339e-340d)

Mentre i presenti applaudono Protagora, Socrate, stordito come se fosse stato colpito da un abile pugile, chiama in suo soccorso Prodico di Ceo, maestro della distinzione e concittadino di Simonide (339e), come, nel canto XXI dell'Iliade, lo Scamandro invoca l'aiuto del fratello Simoenta contro la furia di Achille (340a). Essere e divenire sono la stessa cosa o sono diversi (340b)?

Prodico risponde che i due termini sono diversi. Simonide dice che è difficile diventare eccellente, mentre Pittaco afferma che è difficile esserlo. Se Simonide, in disaccordo con Pittaco, vuole negare che è difficile essere eccellenti, non si contraddice (340c). Anzi - afferma Socrate - se seguiamo Esiodo (Erga, 289 ss.), si potrebbe coerentemente sostenere che diventare virtuosi è tanto difficile quanto arrampicarsi fino alla vetta di una montagna, mentre essere virtuosi è facile perché è come soggiornare sulla cima dopo aver affrontato la fatica dell'ascensione (340d).

L'obiezione di Protagora (340d-341e)

Prodico loda il ragionamento di Socrate, ma Protagora non è d'accordo. Se il poeta avesse sostenuto che ektesthai la virtù è cosa facile, e non difficile come pensano tutti, sarebbe stato davvero ignorante (340e)!

Ektesthai è l'infinito perfetto del verbo ktaomai, che significa "acquistare". Al perfetto, però, viene solitamente tradotto con "possedere". Il perfetto greco indica un'azione compiuta, iniziata nel passato ma i cui effetti permangono nel presente. Ektesthai appartiene alla famiglia dei perfetti che hanno un valore stativo: ho compiuto un'azione nel passato e ora mi trovo in uno stato che mi permette di goderne gli effetti - ho acquisito qualcosa e quindi ora la possiedo, ho visto e quindi ora so (oida). Nella traduzione di ektesthai inteso come perfetto stativo cambia il significato del verbo rispetto al presente perché si sta guardando non all'azione di acquistare, ma allo stato di possesso che la segue.

Il perfetto, però, può avere anche un valore detto risultativo. In questo caso viene tradotto con un passato prossimo, perché si guarda non allo stato che segue a una azione compiuta, ma al risultato dell'azione intesa come un processo che è cominciato nel passato e ha ancora effetto. In questo secondo caso l'ektesthai ha il senso di "essersi impadronito". Quando mi sono impadronito di qualcosa in senso risultativo, non posso dimenticare che questo è il risultato di un'azione di acquisizione che è cominciata nel passato.

Protagora vuol dire che se trattiamo il possedere non come uno stato, ma come il risultato di un processo, non possiamo dire che possedere la virtù è facile, perché dimenticheremmo che il possesso è l'esito di un lavoro lungo e faticoso.

Socrate gli risponde giocando con le parole, con l'aiuto di Prodico: quando Pittaco usava l'espressione "duro" (chalepos) non intendeva "difficile", bensì "cattivo"; Simonide, criticandolo, intendeva correggere il suo uso della lingua, per il quale risultava barbaramente, 35 che essere eccellenti è un male (341c). 36

Protagora non è d'accordo (341d) e Socrate gli dà ragione volentieri, anche perché subito dopo il poeta afferma che solo un dio può avere il dono di essere eccellente: quindi l'eccellenza, se è un dono divino, non può essere vista dal poeta come un male (341e).

Il lungo discorso di Socrate (342a-347a)

Socrate chiede e ottiene il permesso di spiegare che cosa avesse in mente Simonide. Il suo discorso, di durata paragonabile a quello del suo interlocutore, esordisce con un elogio del parlar conciso costruito su un'imitazione ironica della tesi protagorea secondo la quale i poeti erano sofisti mascherati (342a).

La filosofia segreta dei laconici (342a-343c)

La filosofia più antica e più grande fra i popoli greci - dice Socrate - si trova a Creta e a Sparta. Da quelle parti si trovano molti più sofisti che altrove, ma si fa finta di essere ignoranti - proprio al modo dei sofisti di cui parlava Protagora -, così che nessuno si accorga che la superiorità degli Spartani sugli altri Greci è nella sapienza, della quale desiderano l'esclusiva, e non nel combattimento e nel coraggio, come credono tutti (342b). La loro dissimulazione è tale che i loro imitatori, i cosiddetti laconizzanti, 37 li copiano nell'esercizio fisico e nei costumi, rovinandosi gli orecchi, convinti come sono che questo sia il motivo del loro potere (342c). 38 Gli Spartani discutono con i loro sofisti di nascosto, dopo aver allontanato gli ammiratori forestieri, mentre i Cretesi vietano ai loro giovani di viaggiare in altre città perché non dimentichino quanto hanno appreso in patria (342d). Per questo, in quelle città gli uomini e le donne vanno fieri della loro paideia (342d).

Sparta - come Creta, l'altra area dorica menzionata nel testo - non era famosa per la sua cultura, bensì per la sua costituzione aristocratica e per la sua rigidissima educazione militare. Socrate sta prendendo in giro Protagora con una specie di lucus a non lucendo: se affermiamo, senza ulteriori argomenti a sostegno, che qualcuno è di nascosto altro rispetto a come appare, lasciamo all'arbitrio interpretativo un gioco illimitato. Valendosi di questo gioco, Socrate rappresenta a proprio vantaggio la sapienza segreta degli Spartani; essa si manifesta nella loro capacità di fare battute eccezionalmente concise, cioè brachilogiche. In questo senso, i veri laconizzanti sono molto più interessati a ricercare la sapienza (philosophein) che a fare ginnastica (342e). I Sette Sapienti, le cui sentenze sono brevi e memorabili, hanno fatto propria questa cultura spartana (343a) e ne hannp distillato lo stile quando tutti insieme hanno composto le iscrizioni sul tempio di Apollo a Delfi: Gnothi sauton ("conosci te stesso") e meden agan ("nulla di troppo") (343b).

Nel Fedro, Socrate fa proprio lo gnothi sauton, interpretandolo a modo suo, contro il mito. Qui il suo discorso scherzoso crea una contrapposizione fra la tradizione poetica, presunta antenata di Protagora e della retorica, e la tradizione sapienziale, presunta antenata della filosofia. Non a caso, il primo dell'elenco dei Sette Sapienti, Talete di Mileto, è anche considerato il primo filosofo.

Al gruppo dei Sette Sapienti appartiene anche l'autore criticato da Simonide, Pittaco di Mitilene. Secondo Socrate, il poeta vuole confutare il detto di Pittaco sulla difficoltà dell'eccellenza per guadagnare a sua volta, contro di lui, la fama di sapiente (343c).

Da questo momento in poi, Socrate assume il punto di vista di Simonide. La sua introduzione, però, suggerisce che la (presunta) tradizione che Socrate riconosce come propria non sia quella della poesia e della retorica, bensì l'impostazione sapienziale che ha dato origine alla filosofia. Che, dunque, egli sia più vicino al sapiente Pittaco che al poeta Simonide. Protagora, da parte sua, ha esordito criticando il poeta. L'intero confronto si gioca, come concordato alla conclusione della discussione sul metodo, su un'inversione della parti per la quale Socrate recita da sofista e Protagora da filosofo. 39

Diventare eccellenti è difficile, esserlo impossibile (343c--345c)

Simonide comincia il suo poema (339b) usando la particella indeclinabile men, che in greco, se accompagnata dal correlativo de, denota distinzione o contrapposizione. Per Socrate questo men indica un'implicita contrapposizione a quanto dice Pittaco: non è veramente difficile essere eccellenti, bensì diventarlo (343c-344b). Essere eccellenti, inteso nel senso di rimanerlo stabilmente, è invece umanamente impossibile. Socrate si giustifica con un'interpretazione capziosa di un altro brano del poema di Simonide, il quale secondo lui dice che diviene (emmenai) 40 cattivo chi è colpito da sfortuna inevitabile (344c).

Se riconosciamo che in generale il mutamento implica un cambiamento di stato, dobbiamo anche ammettere che può decadere non chi già si trova al livello più basso, ma soltanto chi ha conseguito un certo grado di eccellenza. Un medico, per diventare un cattivo medico, non può essere un profano totale, ma deve aver ottenuto una qualche conoscenza della sua arte (345a), e successivamente averla persa. Per questo è umanamente impossibile rimanere eccellente: chi è eccellente può soltanto peggiorare (345b-c)!

Facendo la parte del sofista, Socrate non manca di inserire nell'interpretazione il proprio intellettualismo etico: si decade dall'eccellenza a causa dell'unica azione veramente cattiva, la deprivazione di scienza (345b). Il suo Simonide finisce per sostenere esattamente l'opposto di quanto affermava Protagora all'inizio del dialogo: la virtù è difficile da conquistare, e dunque non è qualcosa che hanno tutti, e impossibile da mantenere, e dunque non se ne può vendere la ricetta come un sapere confezionato e pronto per l'uso.

Simonide adulatore di tiranni (345c-347a)

Che l'intero poema di Simonide fosse rivolto contro Pittaco è dimostrato, secondo Socrate, da questi versi:

ma io lodo e amo

chiunque volontariamente non faccia

nulla di vergognoso; con la necessità non combattono neanche gli dei (345d)

Qui Simonide, affermando che loda chi non faccia volontariamente qualcosa di vergognoso, contraddice la tesi dell'intellettualismo etico per la quale nessuno fa volontariamente il male. Il "volontariamente" del suo testo è chiaramente riferito a chi agisce, perché chi è costretto dalla necessità, contro la quale neppure gli dei sanno resistere, è al di fuori della responsabilità morale. Socrate si cava d'impaccio trasferendo il "volontariamente" a "lodo e amo". Simonide era uno che evitava di parlar male di amici e parenti, e che lodava anche controvoglia il tiranno che lo stipendiava (346b-c). Se dunque il poeta criticava Pittaco, pur essendo una persona condiscendente e facile da comprare, era perché questi aveva detto qualcosa di veramente sbagliato (347a). L'esercizio sofistico di Socrate può così concludersi con una allusione perfida alla venalità di Simonide e, implicitamente, di chi, come Protagora, lo prende sul serio. Il servilismo del poeta nei confronti dei tiranni getta una luce sinistra anche sulla democraticità di Protagora: gli intellettuali in vendita possono cambiare idea molto rapidamente, a seconda di chi li paga.

Socrate sofista

L'obiezione di Protagora a Simonide era filosoficamente forte: quando parliamo di creature immerse nel flusso del tempo e soggette al mutamento, non possiamo dire che sia difficile diventare virtuosi e facile esserlo. Essere, qui, è il risultato di un processo: è virtuoso chi ha fatto lo sforzo di diventarlo.

La replica di Socrate è un discorso lungo che esordisce con un elogio dell'uso filosofico del discorso breve. Se interpretiamo questo discorso come filosofico, otteniamo una contraddizione pragmatica. 41 Possiamo sottrarre Socrate all'incoerenza solo se trattiamo il suo discorso come una macrologia sofistica, alla maniera di Protagora.

Con la macrologia e la sua corte di espedienti, Socrate manipola Simonide, facendogli dire quello che gli fa comodo e rubando la scena a Protagora.

Socrate, quando era stato investito dalla macrologia del sofista, aveva reagito interrompendo la conversazione e minacciando di abbandonarla. Protagora, invece, sembra incapace di difendersi, anche perché non può ricorrere alla critica socratica alla macrologia e chiedere al suo interlocutore una cooperazione brachilogica senza sconfessare se stesso. Se la discussione è ridotta a un'attività esclusivamente agonistica, senza un metodo e uno scopo comune, perfino il retore più abile è esposto al rischio di diventare una vittima di chi riesca a catturare meglio di lui il consenso del pubblico.

Non sorprendentemente, la macrologia socratica piace moltissimo al sofista Ippia, il quale si propone per esibirsi in un altro discorso sullo stesso argomento, indicando al lettore un altro rischio tipico della macrologia: ridurre gli studiosi a produttori di monologhi il cui senso è soltanto spettacolare, dato che non si comunica per discutere, ma per invadere lo spazio pubblico e fare bella figura. Alcibiade



[ 35 ] Pittaco, si dice nel testo, veniva dall'isola di Lesbo, dove si parlava il greco nella sua versione eolica, che suonava barbarico a chi - come Simonide - parlava il greco nella sua versione ionica.

[ 36 ] Come si vede, è facile trascinare la sapienza dei poeti, per via d'interpretazione, dalla parte che si preferisce.

[ 37 ] La Laconia era la regione del Poloponneso in cui si trovava Sparta.

[ 38 ] Come leggiamo nel Gorgia, ad Atene la fazione aristocratica più estremista era soprannominata "partito degli orecchi rotti".

[ 39 ] Nel Menone, Socrate afferma che i poeti non possono essere maestri di virtù perché si contraddicono. Qui la tesi della contraddittorietà del poeta Simonide è invece sostenuta da Protagora.

[ 40 ] Emmenai significa "essere", ma Socrate lo interpreta come "divenire", senza che i suoi interlocutori se ne rendano conto.

[ 41 ] Una contraddizione pragmatica è una contraddizione fra il contenuto e l'atto del dire, cioè l'azione comunicativa che si compie parlando, o fra ciò che è posto con l'atto e l'atto stesso che è il suo presupposto. Nel nostro caso, Socrate afferma che il discorso filosofico è breve, ma l'atto con cui compie questa affermazione è, incoerentemente, un discorso lungo.

Creative Commons License

Il Protagora di Platone by Maria Chiara Pievatolo is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.
Based on a work at http://btfp.sp.unipi.it/dida/protagora