Tetradrakmaton

Il Politico di Platone

Bollettino telematico di filosofia politica
btfp

La politica e la ragione

Che cos'è la scienza politica? Secondo il testo del Politico essa è al di sopra della legge intesa come diritto positivo, scritto o consuetudinario che sia. La costituzione secondo scienza deve essere considerata a parte rispetto alle altre costituzioni, che tutt'al più la possono imitare. E il compito proprio del politico - il cui sapere è necessariamente di minoranza - è analogo a quello di un tessitore: compone elementi diversi - e non razionali - della città per farli cooperare in modo unitario. Sotto il suo governo, i cittadini sono concordi grazie a una opinione vera che ricevono in virtù di una strategia educativa basata sulla mousiké. Questa rappresentazione, per ricevere un contenuto, deve fondarsi su un concetto di scienza.

Dal combinato disposto del Politico con il Fedro, possiamo concludere che si può avere un sapere nel senso forte del termine - e, conseguentemente, una comunità politica consapevole, solo se in essa cìè almeno un piccolo nucleo di persone che si impegnano esistenzialmente in uno sforzo critico di ricerca. Nel mondo storico in cui gli esseri umani si trovano ora a vivere, il sapere e il sapiente non sono e non possono essere immediatamente evidenti come avverrebbe nel mondo mitico - e naturalistico - di Kronos. Questo, però, non significa che sia impossibile uno sforzo di approssimazione, secondo una unità di misura ideale, ancorché incommensurabile rispetto all'esperienza.

Se però le tesi del Politico si riducessero a questo, sarebbero soggette a una pericolosa ambiguità: dato che il sapere, per la sua stessa finitezza, non è riducibile a norma, che differenza c'è fra scienza e retorica? Se ci trovassimo di fronte al basileus, che strumenti avremmo per distinguerlo da un tiranno che dichiara se stesso al di sopra della legge?

Il forestiero eleatico ha riconosciuto esplicitamente la necessità di criteri di valutazione. Ha anche detto che sarebbe meglio spiegare che cos'è il politico con l'espressione verbale (lexis) e con il ragionamento (logos), almeno per chi li può capire, piuttosto che con gli strumenti dell'arte (277c): il suo argomento però è largamente dipendente da un mito e dal paradigma della tessitura. Sta a noi - visto che Socrate il Giovane, socratico soltanto per il suo amore per la ricerca, non c'è riuscito - trasformarlo in logos.

Il dialogo stesso rappresenta un tentativo di costruire una comunità politica scientifica. Essa dovrebbe fondarsi su una discussione collaborativa e paritaria e non su un rapporto gerarchico, come quello che Socrate il Giovane assume con l'eleatico (258d). In questa prospettiva, il mito delle due età è anche un espediente ironico per suggerire al discente che, qui, non ci sono né maestri - né re - in grado di imporsi come si impone, naturalisticamente, l'ape regina negli alveari.

La ricerca, in un mondo storico come quello di Zeus, non è mai finita. Essa, però, per caratterizzarsi come scientifica, deve avere almeno un metodo che la contraddistingue. All'inizio, sembra chiaro che il metodo debba essere quello della diairesis dicotomica. Ma lo stesso eleatico lo usa con molta disinvoltura e alla fine lo abbandona. Non è sufficiente, infatti, dividere i termini delle nostre ricerche in due parti per caratterizzare scientificamente il mondo.

Quando l'eleatico, cercando di costruire un paradigma e un paradigma del paradigma, ha proposto il modello della tessitura, lo ha poi applicato effettivamente solo alla politica - pur avvisando che il modello aveva un senso metodologico più ampio: è possibile rintracciare lo stesso elemento semplice anche in altri nessi sistematici, altrove?

La tessitura dipende sia dalla distinzione, sia dalla riunificazione dei distinti in un nesso ordinato e sistematico. In una discussione filosofica, menti e opinioni diverse collaborano per costituire un'unica verità, proprio come concetti distinti possono trovare giustificazione se concatenati in un sistema, e persone particolari possono trovar ragioni per cooperare in una polis.

Questo unisono, per essere solido, non può fondarsi su una volontà senza consapevolezza, ma ha bisogno di un consenso razionale. Se questo manca, non ci può essere scienza, ma solo una informazione esteriore - come avviene in una città i cui cittadini non ragionano e sono perciò soggetti a quella propaganda che nell'antichità prendeva la forma del mito.

Scienza e potere

Nell'articolo segreto di Per la pace perpetua Immanuel Kant scriveva:

Che i re facciano filosofia o i filosofi diventino re non c'è da aspettarselo, ma neppure da desiderarlo: perché il possesso del potere corrompe inevitabilmente il giudizio libero della ragione. Che però re e popoli regali (che dominano se stessi secondo leggi di uguaglianza) non facciamo scomparire o ammutolire la classe dei filosofi, ma la lascino parlare pubblicamente, è indispensabile a entrambi per illuminare la loro attività, e, poiché questa classe è secondo la sua natura incapace di cospirazioni e conciliaboli, non è esposta al sospetto di fare propaganda per maldicenza. [370]

L'incipit del brano di Kant riecheggia, per contraddirle, le parole di Resp. 473c-d, secondo le quali l'ordine politico corretto potrebbe realizzarsi solo qualora i filosofi regnassero o i re e i governanti cominciassero a fare filosofia. Un filosofo lontano dal potere è anche lontano dalla tentazione di mescolare le sue ragioni con la propaganda e con la coercizione; un filosofo vicino al potere, di contro, lo farà inevitabilmente. Lo fanno i filosofi al governo nella Repubblica; lo fa anche il politico di questo dialogo, orientando le parti irrazionali dell'anima dei cittadini con la sua «musica regale».

L'implicita critica di Kant è tanto più forte in quanto egli è lontano dall'anti-intellettualismo novecentesco e condivide con Platone l'ideale della ragione come criterio di valutazione della nostra prassi. Perché Platone ha scelto una via delle cui ambiguità era egli stesso consapevole?

Immanuel Kant era professore all'università di Koenigsberg e suddito dello stato prussiano, la cui monarchia assoluta esonerava i prussiani dalla partecipazione politica. Se voleva comunicare col pubblico dei suoi lettori, doveva licenziare i suoi scritti per le stampe, cioè affidarsi alla mediazione di un editore. Platone di Atene era cittadino di una democrazia diretta, cioè di una comunità politica, religiosa, etica e culturale a un tempo. Non aveva editori perché i testi, ai suoi tempi, si copiavano a mano e non si stampavano. In questo mondo, chiunque volesse fare un discorso pubblico, anche al modo dei filosofi dell'articolo segreto kantiano, doveva fare politica.

In un'epoca di disintermediazione, l'ambiguità politica di Platone è la sua eredità più attuale.

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Il Politico di Platone by Maria Chiara Pievatolo is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.
Based on a work at http://btfp.sp.unipi.it/dida/politico