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Autonomia della ragione e diritto


 Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 25 marzo 2003

Il diritto di resistenza e i suoi limiti


Rientra nella natura delle cose, dello spazio politico e della sua storia, che lo Stato e il suo ordine declinino, e si deteriorino; rientra altresì nei presupposti di un progetto realistico la messa a punto di strumenti teorici e giuridico-politici, pratici, istituzionali, che di quelle possibilità tengano conto e ai loro pericoli facciano fronte.

Le riflessioni groziane sulle possibili degenerazioni del potere e sulla tirannia, su come  farvi fronte e opporsi ad esse, sono il portato di una prospettiva teorica che intende indicare strumenti politici e giuridici in difesa di una concezione della stabilità politica, della sovranità e di uno Stato, eticamente e giuridicamente fondati [1]. E se l’obbedienza che i sudditi devono al sovrano rinvia a leggi naturali e divine, resta tuttavia da risolvere la questione dei limiti di essa; si dà infatti il caso che l’ordine naturale e divino possa anche essere gravemente trasgredito dal sovrano.

Qualora ciò si verifichi,  i sudditi si trovano di fronte a due possibilità: o contrastare un potere che è stato acquisito con la violenza e l’usurpazione, il quale ha dunque, radicalmente, fin nelle sue origini, oltrepassato i limiti legittimamente consentiti da Dio e dalla natura (defectu tituli). Ovvero avversare un potere che, seppure in se stesso legittimo, diventa tuttavia ingiusto nel suo esercizio (ex parte exercitii), sia per le finalità perverse che si prefigge, sia per i mezzi e i metodi di cui si avvale, per conseguirle.

Di fronte alle astratte e cavillose discettazioni intorno al bene comune - così come in rapporto alla distinzione, ripresa dalla tradizione classica tra tiranno d’origine e tiranno d’esercizio-, Grozio si perita di valutare le cause per cui la sovranità può risultare invalida, così da decadere di fatto,  sostanzialmente, dal suo diritto: è questo il caso della violazione delle fondamentali leggi divino-naturali; a ciò fa seguito l’enunciazione di una casistica atta a consentire alla comunità di tutelare i propri diritti [2]

Qualora sia possibile riunirsi in assemblea, bisogna in primo luogo ammonire il sovrano confidando in un suo ravvedimento. Se tuttavia il sovrano perseveri nel suo errore, la comunità può anche levarsi contro di lui giungendo fino all’estremo di ucciderlo. Nondimeno Grozio viene riconoscendo che l’esercizio di questo diritto estremo si riduce in fin dei conti a una ipotesi prevalentemente teorica, formulata sulla scorta della tradizione giuridica classica.

La realtà storica del momento, seppure drammatica, ma certamente meno nobile di quella prospettata negli esempi della letteratura classica, veniva infatti a configurare l’opportunità di soluzioni meno radicali e di maggior compromesso rispetto a quelle degli antichi tirannicidi.

Certamente anche in Grozio un potere acquisito con la violenza e la corruzione dà luogo ad una usurpazione tirannica[3]. Ma tutto ciò importava non tanto in quanto indizio di velleità egoistiche e arbitrarie, quanto piuttosto perché si trattava di mezzi radicalmente inadeguati a dare origine a qualsivoglia governo legittimo. Si dava cioè la necessità di riconoscere una connessione organica e perciò stesso vitale, ineludibile, tra individuo e società; vale a dire una connessione d’ordine che fosse fondata sulla natura sociale dell’uomo, resa operante dalla sua ragione e volontà [4].

Le ragioni intrinseche ai fini della particolarità politica vengono così ad esprimere una destinazione razionale per l’azione, che dà senso e ordine supremo all’intera esistenza dell’individuo considerato nella sua determinazione politica [5].

A partire da tali presupposti la ragione e la socievolezza [6], la difesa della vita, della libertà e della proprietà vengono pertanto a giustificare la possibilità di una contrapposizione che può talora avvalersi, cautelativamente, anche dell’uso della forza; la quale dà dunque luogo al riconoscimento di una sorta di circoscritto diritto di resistenza. Quest’ultimo si concepisce in tal modo fondato su presupposti naturali, peculiarmente individualistici e utilitaristici [7].

Ciò nondimeno resta valido che: “Se è vero che tutti gli uomini possiedono per natura […] il diritto di resistere per respingere un’ingiuria che è stata loro inferta, tuttavia la comunità politica essendo stata istituita per garantire la pace, lo Stato viene a possedere su di noi e su quanto ci appartiene, una sorta di diritto superiore. E ciò nella misura in cui la cosa è necessaria a tale scopo. Lo Stato può dunque in vista del bene, della pace pubblica e dell’ordine, vietare questo comune diritto di resistenza […]. Infatti se questo diritto comune sussistesse come prerogativa dei singoli individui, non avremo più una comunità politica, ma una massa disordinata” [8].

Di fronte al rischio di un inarrestabile logica disgregante, sarebbe pertanto assurdo pensare che il potere sovrano dovesse essere costantemente sotto la vigenza incondizionata del popolo e del suo giudizio il quale avrebbe perciò stesso il diritto di opporsi e di punire i sovrani ogni qualvolta questi abusassero del loro potere [9].

Se anche si concepisce che l’autorità del potere sovrano si regga in fin dei conti sulla volontà dei sudditi, dai quali riceve appunto forma e interna struttura, tuttavia una volta istituita la sovranità, ogni forma di anarchismo e di opposizione deve ritirarsi dallo spazio della politicità. E ciò proprio in quanto espressione immediata di particolarismi e pulsioni naturali che possono esplicarsi a livello civile e politico solo secondo la legge. Il che equivale a riconoscere in definitiva che, una volta costituito, il potere non può essere legittimamente  rimesso in causa dal potere costituente [10].

In tal modo il diritto di resistenza, lasciati cadere gli elementi di eccezionalità e di risorsa extra-legale, viene da Grozio tematizzato nel quadro di un complesso di garanzie, non finalizzate ad un controllo generalizzato ed ognora possibile da parte delle istanze di potere inferiore, latrici della volontà popolare, ma tendenti piuttosto a consolidare quei vincoli istituzionali che sono tali da impedire alle autorità stabilite di oltrepassare i limiti dei propri compiti e delle proprie funzioni. Si tratta dunque di una risorsa ultima, di una estrema barriera nei confronti dei possibili abusi e prevaricazioni del potere.

Non dunque diritto di ribellione, ma volontà di arginare le spinte degenerative, in difesa di un ordine la cui stabilità, concordia e pace sono i fini supremi e ultimi [11].

Risuona pertanto come una ricorrente eco [12] il monito di evitare ogni spiraglio verso un maggior disordine quale incontrollabile effetto di qualsivoglia violenta contrapposizione. La preoccupazione d’ordine resta così quella dominante; occorre sempre evitare il male peggiore: “Fin qui abbiamo trattato di colui che possiede il diritto di governare, o che lo ha posseduto. Resta da trattare di colui che ha usurpato il potere; non dunque in considerazione dell’acquisizione di tale titolo in seguito ad una successione o ad una transazione, ma in ragione di un possesso illegittimo, i cui effetti sono ancora vigenti. Gli atti di sovranità che sono esercitati da un simile usurpatore, finché il potere è nelle sue mani, possono certamente avere la forza di obbligare; e ciò, s’intende, non in virtù del diritto, ma in quanto è del tutto probabile che colui al quale appartiene la sovranità, tanto che sia il popolo, o il re o il senato, preferirà che si obbedisca temporaneamente agli ordini di un tale usurpatore, piuttosto che far precipitare lo Stato in una estrema confusione, a causa della totale violazione delle leggi e della soppressione dei tribunali” [13].



Note

[1] Non si tratta qui di sapere se è permesso ai singoli cittadini o a talune pubbliche autorità di portare guerra contro coloro al potere dei quali sono sottomessi; e ciò sia nel caso dell’autorità sovrana, che di poteri subalterni […] Ma è in questione se sia legittimo compiere alcunché in ragione della stessa sovrana autorità”. H. GROTIUS, De Iure, I, IV, 2, pp. 130-137.

[2] Tale casistica viene enunciata sulla scorta della fondamentale distinzione tra la natura della sovranità e le sue diverse modalità di esercizio. Grozio riconosce la possibilità di intervenire di fronte al verificarsi di possibili abusi di potere sempre tuttavia nel rispetto della legalità e senza intaccare le prerogative e la sostanza dell’autorità sovrana. Cfr. H. GROTIUS, De Iure, cit., I, III, XI, [1], p. 112; I, IV, VII, p. 157; I, IV, IX-X, p. 158; I, IV, XI, p. 158; I, IV, XIII, p. 159; I, IV, XV, [1], p. 159; I, IV, XVI, p. 160; I, IV, XVIII, [1], p. 161; I, IV, XIX, [1], p. 161.

[3] Dalle Auctoritates richiamate è dato di poter evincere che la problematica dello jus resistendi, svolta nel IV capitolo del I libro del De Iure Belli ac Pacis (appunto intitolato De Bello subditorum in superiores), viene certamente affrontata sullo sfondo della distinzione classica tra le due fondamentali figure (defectu tituli/ex parte exercitii) in cui tradizionalmente abusi di potere, perversità e ingiustizia nell’esercizio di esso avevano trovato espressione e quasi le basi dogmatiche da cui partire per ulteriori specificazioni. Tale concezione nel XVI secolo subisce decisive trasformazioni che ne modificano in fin dei conti la direzione di senso. In epoca moderna infatti si afferma, com’è noto, un radicale mutamento circa l’ordine politico: di contro all’unità, la parte si afferma sempre più con intenti di autoposizione esclusiva. Così pensato, al di fuori cioè di ogni legame di subordinazione nei confronti di un senso ulteriore dell’ordinare, lo Stato moderno viene a prospettarsi come assoluto, in quanto in se stesso ordine autonomo e irrelato.

[4] La societas per Grozio non è più […] nozione correlata ad un’antropologia teologica, ma è nozione autonoma e isolata, ricollegata all’essere umano, preso in sé e per sé, determinato e guidato dalla sua ratio. Prima ancora che attraverso la teoria del diritto naturale autonomo e immutabile, è attraverso l’idea dell’appetitus societatis che il giurista olandese fa un passo decisivo”. Cfr. F. TODESCAN, Le radici teologiche del giusnaturalismo laico, cit., p. 54.

[5] Il carattere di assolutezza che viene così a caratterizzare il concetto di sovranità, risulta dunque fondato sui diritti degli individui e legato alla loro realizzazione. La funzione del diritto naturale diventa quella di costituire una fondazione e una giustificazione del dovere di obbedire al potere, non inteso come una forza esistente fattualmente, ma soprattutto come una forza legittima. Questo aspetto della legittimazione viene pertanto a caratterizzare la moderna concezione del diritto naturale, quale teoria della genesi giuridico-naturale e della razionalità della forma politica. Diversamente nella precedente tradizione del pensiero politico non era necessario legittimare il fatto che ai più potenti e saggi spettasse governare, allo stesso modo che non era necessario giustificare la direzione del corpo da parte della testa.

[6] Cfr. H. GROTIUS, De Iure, cit., I, II, [4], pp. 49-50.

[7] Ibid., I, II, [1], p. 52.

[8] H. GROTIUS, De Iure, I, IV, II, [2], p. 138.

[9] Ma si potrebbe obiettare che non vi è alcuna utilità a subire delle ingiurie. A ciò alcuni rispondono certo in modo veritiero, allorché affermano che, attenendosi al pensiero dell’Apostolo [Paolo], tali ingiurie ci sono utili di per se stesse, in quanto la loro sopportazione ci procura meriti verso Dio e dunque non mancherà di essere ricompensata. E sembra che nel sostenere ciò anche l’Apostolo abbia in effetti tenuto conto del fine generale che l’intera questione deve avere di mira, che è appunto quello della pace pubblica. E’ infatti fuori di dubbio che è soprattutto la protezione dei pubblici poteri che deve procurarci tale beneficio […] Come infatti asserisce un celebre proverbio ebraico, senza la potenza pubblica ci si divorerebbe vivi l’un l’altro […] E se anche non può esistere legge che possa rispondere perfettamente a tutte quante le istanze, occorre quantomeno esigere una cosa sola, un’unica cosa, ossia che essa risulti a beneficio della maggioranza in generale”. H. GROTIUS, De Iure, cit., I, IV, IV, [2]-[3], pp. 141-142.

[10] Vi sono di quelli che immaginano vi sia una sorta di dipendenza reciproca tra il re e i sudditi; e ciò in modo tale che questi ultimi dovrebbero obbedire al loro sovrano solo fintanto che egli governa onestamente. Ma nel caso in cui il sovrano governasse in modo ingiusto costui verrebbe perciò stesso a dipendere dai suoi sudditi. Ora se costoro asseriscono che non si deve compiere - per quanto venga ordinato dal re -, un atto palesemente ingiusto, ciò è vero e conforme agli intenti di ogni uomo onesto. Il che tuttavia non viene affatto ad implicare alcun diritto di coazione o di superiorità nei confronti del re”. H. GROTIUS, De Iure, cit., I, III, IX, [1], p. 110.

[11] Ciò che viene al riguardo tematizzato non è invero il riconoscimento di un diritto di resistenza, ma si ha piuttosto un’attenta calibratura di argomentazioni di carattere sostanzialmente giuridico volta ad evitare lo stillicidio di singole azioni sediziose che renderebbero impossibile garantire la stabilità di qualsivoglia potere. Si tratta dunque come della rifinitura di un progetto che, al fine di guadagnare in chiarezza e forza di persuasione, prospetta meccanismi di salvaguardia della stabilità politica. Questi vengono evocati sulla scorta di una secolare saggezza storico-giuridico-politica e della definizione di una casistica volta ad avvalorarli, così da depotenziare la moltiplicazione di crisi e ribellioni, foriere di disordine e di fratture sociali. L'equilibrio e la pace dello Stato hanno dunque priorità assoluta anche rispetto alle possibili (e ipoteticamente legittime) opposizioni che possano insorgere. In ogni caso si parla sempre, in termini cautelativi, di resistenza passiva, di separazione (o anche di sottrazione); ma mai di conflitto o scontro aperto.

[12] Cfr. H. GROTIUS, De Iure, cit., I, IV, VII, p. 157.

[13] Ibid., I, IV, XV, [1], p.159.

 

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