planisphaerium copernicanum

Autonomia della ragione e diritto


Bollettino telematico di filosofia politica
bfp
Home > Didattica > Autonomia della ragione e diritto
Ultimo aggiornamento 25 marzo 2003


La conoscenza scientifica come metodo induttivo e ricerca della forma in Bacone.
Verso una nuova immagine del sapere: La distinzione galileiana delle proprietà sensibili e geometriche.
 

 

In epoca moderna, in seguito alla rivoluzione scientifica e alle scoperte astronomiche, si riconosce che l’idea di un universo “pieno”, ordinato e finito (il Cosmo greco), non è più compatibile con le moderne acquisizioni scientifiche, né è strumento adeguato per la rappresentazione dei fenomeni. Ora, nella misura in cui l’immaginazione geometrica faceva valere una concezione non qualitativa dello spazio, essa veniva a comportare una crisi di rigetto e di adattamento, tale da riscuotere radicalmente i fondamenti e i presupposti del precedente orizzonte culturale.

E’ appunto in tale prospettiva di generale rinnovamento epistemologico, conseguente alla rivoluzione copernicana, che un nuovo concetto di spazio viene a fungere come da punta di diamante per incidere “il corpo” dell’antica concezione filosofica della natura. Il moderno sapere scientifico-naturalistico, che in tal modo si viene affermando, postula una concatenazione unitaria e sistematica di condizioni di intelligenza, tali da integrarsi funzionalmente in vista della determinazione, non più del “perché”, ma del “come”.

E ciò nell’intento di transvalutare, secondo regole quantitative, quelle che la dottrina classico-medievale concepiva invece come regole qualitative, sostanziali. Il cammino che conduce alla concezione di un universo infinito e a quella di uno spazio geometrico, come sistema di relazioni possibili, quantitativamente considerate, inizia in epoca rinascimentale e raggiunge il suo apice con Galilei e con Newton. Già con TelesioBruno e Campanella si afferma l’autonomia dello spazio rispetto alla materia differenziata, sostenendone con vigore l’omogeneità e l’indifferenziazione. Se in tal modo lo spazio non viene più concepito alla stregua di un “sostrato locale”, esso continua nondimeno, nella filosofia naturalistica italiana del Cinquecento, ad essere concepito come una sostanza prima, incorporea, immobile; un sostrato per eccellenza, atto a ricevere ogni corpo. Questa affermazione del primato ontologico dello spazio sulla materia è certamente di notevole importanza, ma non rappresenta tuttavia il passo decisivo.

Questo viene compiuto allorché allo spazio vengono tolte qualità ontologico-sostanziali e gli vengono attribuite prerogative puramente logiche. Per questa strada esso giunge infine ad essere assunto come organo universale di conoscenza. Così inteso, lo spazio viene a rispondere all’esigenza di coordinare, secondo regole di determinazione qualitativa, le trasformazioni qualitative: non più spazio di cose, ma di possibili relazioni funzionali, matematicamente formulabili in leggi. Da un punto di vista generale, di storia delle idee, la genesi della nuova filosofia dell’esperienza è da attribuire ad una costellazione di autori, quali; Bacone, Galilei, Hobbes, Newton etc., che si propongono di dare un nuovo e autonomo fondamento al sapere scientifico. Più in particolare di fronte a tale compito la filosofia baconiana non si è  dimostrata all’altezza. Le manca in effetti  l’individuazione di un procedimento e di uno strumento teorico adeguato, tale cioè  da trasvalutare in senso propriamente teoretico, i concetti fisici, anziché limitarsi semplicemente a coglierli in maniera accidentale e a combinarli insieme.

Bacone infatti, nonostante l’aspra critica alla sterile logica della dimostrazione aristotelica a favore di una nuova logica dell’invenzione, rimane pur sempre ancorato ad un concetto di natura e di metodo scientifico propriamente scolastico. Concepita come un sostrato di “forme” e di qualità metafisiche, come insieme di essenze in sé sussistenti, la natura non viene ancora indagata come sistema ordinato di mutamenti suscettibili di essere  espressi in leggi fisico-matematiche. La persistenza di una concezione sostanziale della natura dà ragione pertanto di come in Bacone non si consumi il vero e proprio distacco dalla fisica aristotelica.

Egli continua ancora a concepire la conoscenza come apprendimento di cose e di proprietà, il quale, attraverso un metodo compositivo (improntato a quello dell’alchimia medioevale), si fa carico di pervenire ad un sapere che altro non vuol essere se non immagine dell’essere, specchio il più possibile fedele delle sue qualità essenziali. Bacone indaga quindi in primo luogo le tracce , non del fondamento e del contenuto di verità, ma delle fonti psicologiche dell’errore, così da dar vita in positivo, non ad un sistema scientifico di conoscenze dedotte da premesse originarie, ma piuttosto ad una sorta di “patologia” delle facoltà conoscitive dell’uomo.

In un celebre passo del De augmentis scientiarum (lib.V, cap.IV), il filosofo descrive la mente umana come uno specchio deformante che riflette fisime e credenze superstiziose anziché la vera realtà: “Nam  Mens humana (corpore obducta et obfuscata) tantum abest ut speculo plano, aequali, et claro similis sit (quod rerum radios sincere excipiat et reflectat), ut potius sit instar speculi alicujus incantati, pleni superstitionibus et spectris”.

E’ pertanto necessario purificare le rappresentazioni conoscitive dai vari e ingannevoli pregiudizi (idola); questi vengono pertanto distinti in quattro gruppi: 1) idola tribus, che appartengono alla natura dell’uomo in generale; 2) idola specus, che dipendono da disposizioni e tendenze individuali; 3) idola fori, che derivano dai rapporti umani, soprattutto dal linguaggio; 4) idola  theatri, che provengono dall’accettazione acritica di una determinata filosofia. Tale è dunque la preliminare pars destruens, il momento negativo del metodo baconiano.

Concepita come sistema di schematismi e “metaschematismi”, la pars costruens del metodo mira invece a scoprire la “forma” dei fenomeni naturali, che vengono concepiti come parti integranti della materia stessa. A tal scopo è pertanto necessario analizzare in concreto il maggior numero di casi in cui un dato  fenomeno si presenta, classificandone la tipologia e l’intensità tramite un esame comparativo e di elencazione in specifici tabulati: Tabula praesentiae (in cui viene rilevata la frequenza del fenomeno in questione); Tabula absentiae (in cui se ne valuta l’assenza e i rapporti di incompatibilità); Tabula graduum (in cui se ne rileva l’intensità in grado maggiore o minore).

In tal modo Bacone anziché prospettare la ricerca delle condizioni che determinano la genesi di un dato fenomeno, mira ad accertarne le intrinseche ed essenziali qualità che pertengono alla sua “forma”, concepita come un qualcosa di saldamente oggettivo. Così CASSIRER commenta al riguardo in Storia della filosofia moderna, cit., t.I, pp.28-29: “La dottrina di Bacone su questo punto costituisce così un’istanza negativa di valore senz’altro incalcolabile per quanto riguarda la comprensione dei fondamentali motivi logici, nella storia del pensiero della conoscenza […]. Tutti i difetti e gli errori, che anche i più convinti seguaci della filosofia baconiana hanno sempre rimproverato al suo metodo, derivano da quest’unico punto, cioè dalla persistenza di una concezione sostanziale del mondo. Bacone è ancora una volta l’esponente di tutti quei presupposti filosofici, nel combattere i quali la scienza moderna ha scoperto se stessa e la propria missione. Solo con Galilei si pongono le basi per una reale e fondata autonomia dell’indagine conoscitiva: la scienza è concepita come ricerca di rationes, di rapporti quantificabili e misurabili: le cause formali o (essenze) e le cause finali sono precluse alla conoscenza umana. L’intelletto non può fondatamente conoscere né la struttura essenziale delle cose, né le loro intrinseche finalità, ma soltanto il “come”, ossia il comportamento fenomenico e meccanico dei corpi. In Galilei i dati empirici vengono pertanto considerati soltanto alla stregua di elementi primari e indispensabili da cui prende le mosse l’indagine scientifica vera e propria.

In altri termini per Galilei la realtà naturale ha una sua struttura quantitativistica e matematica: vi sono qualità primarie e oggettive che ne rappresentano i caratteri quantitativi e perciò stesso misurabili (peso, grandezza, movimento); si danno inoltre qualità secondarie (colori, suoni, odori…), le quali, in quanto soggettive, non possono diventare oggetto dell’indagine scientifica.

Chi conosce matematicamente la realtà, per il fatto di far coincidere il proprio pensiero con la struttura matematica del mondo, possiede una certezza che è assimilabile a quella del pensiero divino. Ciò tuttavia sempre nei limiti del sapere umano che, in quanto tale, è destinato a rimanere comunque imperfetto rispetto all’infinitezza e perfezione della scienza divina.

La conoscenza scientifica viene pertanto concepita come un metodo di analisi che passa anzitutto attraverso la risoluzione di un dato fenomeno nelle sue componenti quantitative (peso, massa, velocità, accelerazione, spazio, tempo,etc.).A ciò segue una interpretazione che ravvisa un rapporto funzionale fra tali componenti, il quale viene espresso mediante una formula matematica. Quest’ultima costituisce appunto l’ipotesi interpretativa di un fenomeno, la quale è volta a dare di esso un’espressione in termini di assoluta intelligibilità, e di verificabilità scientifico-sperimentale. Alla fase risolutiva o analitica fa dunque seguito quella di sintesi (o ricompositiva), la quale si propone di fungere da verifica sperimentale dell’ipotesi.
Mediante l’esperimento infatti lo scienziato intende effettuare una ricostruzione dell’esperienza sulla base degli elementi quantitativi e dei loro rapporti funzionali. Se l’esperimento verifica positivamente l’ipotesi, si ha l’enunciazione della legge.

Nello spazio compreso tra esperienza e ragione si compie pertanto l’indagine scientifica “per sensate esperienze  e certe dimostrazioni”. Vale a dire nei termini di una mediazione infinita e perciò stesso inesauribile, in cui la ragione è chiamata a verificare idealmente, cioè matematicamente, i dati empirici e questi sono chiamati a confermare e verificare le interpretazioni della ragione. Si costituisce così l’ambito autonomo della nuova scienza: in essa il momento induttivo-sperimentale e quello deduttivo-matematico si rinviano circolarmente, completandosi a vicenda, in un percorso di crescita  a spirale, che è appunto quello proprio della storia stessa del sapere autentico.


 
Ricerche locali Notifica degli aggiornamenti