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Online Journal of Political Philosophy

4. Dottrina universale del diritto

Parte prima: il diritto privato del mio e del tuo esterno in generale

Indice

Capitolo primo

Del modo di avere qualcosa di esterno come proprio (245-257)

§1. Il "mio" giuridico (245-246)

Kant esordisce con una definizione apparentemente semplice: il "mio" giuridico (meum iuris) è ciò con cui sono così connesso che l'uso che un altro potrebbe compierne mi lederebbe, cioè mi farebbe torto in senso giuridico.

Posso usare un oggetto solo se ne sono in possesso: nel linguaggio kantiano questo significa che la condizione soggettiva della possibilità dell'uso in generale è il possesso. Ma che cosa si intende per possesso? Se, per esempio, qualcuno sottrae la mia bicicletta che ho lasciato in cortile, ritengo di aver subito un torto in senso giuridico, per quanto la bicicletta, nel momento in mi cui viene rubata, sia lontana dalle mie mani e dunque non si può dire che mi sia stata fisicamente strappata via. Per evitare la contraddizione bisogna dunque distinguere due specie di possesso:

  1. possesso sensibile;

  2. possesso intelligibile.

Il possesso nella prima accezione è possesso fisico di qualcosa che è distinto da me in quanto si trova altrove nello spazio e nel tempo, e che io ho soltanto quando tengo in mano. Il possesso nella seconda accezione insiste invece su un oggetto che è distinto da me solo nel senso che è diverso da me. La relazione fra l'oggetto e me, in questo caso, è intelligibile: ci può essere anche se io non ho l'oggetto in mano. E solo in questo secondo senso si può parlare di un possesso giuridico, senza detenzione. In altri termini: posso dire che chi ha rubato la mia bicicletta lasciata in cortile mi ha leso giuridicamente, anche se non me l'ha strappata di mano, soltanto se il rapporto fra me e la mia bicicletta non è sensibile e empirico, bensì intelligibile e giuridico.

§2. Postulato giuridico della ragion pratica (246-247)

È possibile avere come mio qualsiasi oggetto esterno del mio arbitrio.

Com'è possibile che un oggetto diventi giuridicamente mio? Kant risponde alla domanda con il postulato appena enunciato, che esclude dal diritto la tesi opposta, e cioè che gli oggetti dell'arbitrio siano res nullius, senza padrone. 76

Il postulato giuridico della ragion pratica è qualcosa che si chiede di ammettere come noto per poter legittimare l'appropriazione degli oggetti, perché essa non è derivabile dai meri concetti del diritto. Io posso pensare, infatti, un sistema giuridico perfettamente coerente in cui gli oggetti esterni siano res nullius, ma nel senso che non appartengono né possono appartenere a nessuno. Perché, dunque, devo invece postulare la loro appropriabilità?

Kant risponde in primo luogo specificando che cosa significa oggetto esterno del mio arbitrio. Perché un oggetto sia tale, non basta che io abbia la capacità di usarlo, ma devo averlo preso fisicamente in mio potere con un atto esplicito del mio arbitrio. Ma che succederebbe se non mi fosse giuridicamente lecito usare quello che ho in mano? Che mi troverei a non poter usare degli oggetti che sono fisicamente in mio potere, anche qualora il loro uso fosse compatibile con la libertà di ogni altro secondo una legge universale. La libertà vieterebbe a se stessa di agire su ciò che ha in proprio potere: tutto sarebbe res nullius, nel senso che sarebbe fuori dalla controllabilità da parte di chiunque. Dunque: nel momento in cui penso qualcosa formalmente come in mio potere, sto pensando anche alla possibilità di trattarlo giuridicamente come mio o tuo.

Il postulato dell'appropriabilità è una legge permissiva della ragione in generale, che dà facoltà a chi ha preso possesso per primo di una res nullius di imporre agli altri l'obbligazione di astenersi dall'uso di quell'oggetto dell'arbitrio.

Esclusivamente in virtù di questo postulato possiamo pensare la res nullius come appropriabile e non come intoccabile. Ma il postulato è richiesto solo in quanto la ragion pratica è rappresentata come la ragione di un essere razionale finito e plurale che agisce su un mondo finito attraverso i suoi oggetti. Una ragione puramente contemplativa ne potrebbe fare a meno.

§3. Possesso giuridico (247)

Chi vuole affermare che un oggetto sia suo deve esserne giuridicamente in possesso. Il possesso giuridico, infatti, è la condizione per la quale io posso sostenere che se qualcosa di esterno influenza l'oggetto, questo qualcosa influenza anche me, ledendomi giuridicamente.

§4. Esposizione del concetto di mio e tuo esterno (247-248)

Il §4 è dedicato all'esposizione 77 del concetto del mio e del tuo esterno, tramite un elenco dei possibili oggetti dell'arbitrio a cui esso è applicabile. Dall'esposizione il lettore può rendersi conto che il "mio e tuo" comprende una famiglia di rapporti giuridici più ampia di quella dei diritti reali.

Gli oggetti esterni dell'arbitrio, per Kant, possono essere soltanto di tre tipi, in corrispondenza con una delle categorie della relazione.

Tabella 4.1. Tavola di corrispondenza a
Categoria Oggetto dell'arbitrio
Sostanza a. Cosa corporea fuori di me
Causalità b. Arbitrio di un altro per una azione determinata (praestatio)
Comunanza (reciprocità) c. Situazione (Zustand) di un altro in rapporto a me

[ a ] Le categorie della relazione indicano rapporti fra due termini:

  1. se l'oggetto corporeo fa la parte della sostanza, io faccio la parte di quanto le è accessorio; b

  2. se io faccio la parte della causa, la prestazione prodotta dalla porzione di arbitrio altrui sotto il mio controllo recita la parte dell'effetto;

  3. la relazione di un coniuge con l'altro o di un genitore con un figlio è reciproca. Per esempio, se sono figlio allora ho un genitore e se sono genitore allora ho un figlio.

[ ab ] Gli oggetti corporei sono alienabili: la persona che gode di diritti reali su di essi può cambiare senza che questi mutino.


  1. Un oggetto nello spazio fuori di me - dunque una cosa corporea - è mio solo se la posso rivendicare come tale nonostante non ne sia in possesso fisicamente. Una mela è mia quando posso chiamarla "mia" anche se non l'ho in mano. Viceversa, se ho fisicamente in mano una mela che non è mia intelligibilmente, cioè in senso giuridico, chi me la strappasse via con la forza non lederebbe un "mio" esterno, sul quale non ho diritto, bensì solo il "mio" interno, cioè la mia libertà.

  2. La prestazione di qualcun altro può essere giuridicamente mia soltanto se l'impegno di costui nei miei confronti è valido - ossia, nel linguaggio di Kant, io sono in possesso del suo arbitrio - nonostante non sia ancora giunto il momento di mantenerlo. In questo caso la sua promessa rientra fra i miei beni come obligatio activa. 78 La differibilità temporale della prestazione è il contrassegno del vincolo giuridico. Perché possa dire che la titolarità della prestazione è mia, non è sufficiente che sia di fatto svolta, o che la promessa sia contemporanea al momento dello suo adempimento (pactum re initum): 79 occorre che la promessa e il suo adempimento siano temporalmente separati, così da render chiaro che la titolarità giuridica è cosa diversa dal suo godimento empirico. 80

  3. Il terzo senso di "mio" riguarda i rapporti in seno alla famiglia, intesa, come era nell'età preindustriale, come una specie di oikos allargato alla servitù: anche in questo caso una moglie, un figlio o un servo non sono miei perché li ho in casa e sotto il mio controllo, ma solo in quanto ho con loro un rapporto giuridico. Sebbene espressa con linguaggio settecentesco, questa tesi è molto importante, perché implica che i rapporti all'interno della famiglia non vadano trattati come rapporti naturali di sottomissione e di dominio, ma debbano esser considerati nella prospettiva del diritto. Se inoltre si tiene conto che la famiglia di epoca preindustriale era anche l'unità economica fondamentale, la prospettiva di Kant non tocca solo i rapporti fra genitori e figli e fra coniugi, ma anche buona parte del lavoro salariato.

§5. Definizione del concetto del mio e del tuo esterno (248-249)

Com'era da attendersi, all'esposizione segue la definizione, che Kant suddivide in due specie:

  1. Definizione secondo il nome (Namenerklärung) o nominale: è la definizione volta a distinguere il concetto da tutti gli altri, dopo un'esposizione determinata e completa.

  2. Definizione secondo la cosa (Sacherklärung): è la definizione in grado di dedurre il concetto dell'oggetto, cioè di conoscerne e legittimarne la possibilità.

Dunque, il "mio" esterno è:

  1. secondo il nome, ciò che sta fuori di me, a proposito del quale impedirmi di usarlo a piacimento sarebbe una lesione in senso giuridico, cioè, ai sensi del principio universale del diritto, una lesione a quella mia libertà che può coesistere con la libertà di ogni altro secondo una legge universale;

  2. secondo la cosa, il "mio" esterno è quanto non mi si può impedire di usare senza ledermi anche quando non lo detengo fisicamente, in virtù di un possesso intelligibile. 81

La condizione di possibilità di un mio e tuo esterno è dunque un possesso intelligibile (possessio noumenon) distinto da quello empirico (possessio phaenomenon). 82

§6. Deduzione del concetto di possesso puramente giuridico di un oggetto esterno (possessio noumenon) (249-252)

Per dedurre, nel senso in cui Kant usa solitamente il termine, la possessio noumenon Kant propone tre domande, che si risolvono, nell'ordine in cui sono presentate qui sotto, l'una nell'altra:

  1. Com'è possibile un mio e tuo esterno?

  2. Com'è possibile un possesso intelligibile, puramente giuridico?

  3. Com'è possibile una proposizione giuridica sintetica a priori?

Se per diritto intendiamo il diritto secondo ragione, le proposizioni giuridiche sono tutte a priori in quanto leggi di ragione. La proposizione che si occupa del possesso empirico è analitica: come già visto, chi mi strappa qualcosa di mano lede la mia libertà, facendomi violenza in contraddizione col principio universale del diritto. Parlare del possesso empirico, dunque, è semplicemente parlare, con parole diverse, del pari spazio di libertà riconosciuto a tutti in quanto soggetti di diritto. La possessio noumenon, però, insiste su una cosa fuori di me inventandosi un possesso che non può essere derivato dal concetto della mia libertà giuridica, perché è senza detenzione empirica, fuori dal mio spazio di libertà: per introdurla occorre un giudizio sintetico a priori. 83

Per questo la presa di possesso di un pezzo di terreno che è ancora res nullius è un atto di arbitrio privato che non può essere detto dispotico. Chi la compie per primo, infatti, è legittimato dal possesso comune originario della terra e dalla corrispondente volontà generale a priori di permetterne l'appropriabilità, per evitare che tutto rimanga res nullius non utilizzabile da nessuno. In questo caso, chi se ne impossessa lo fa iure o secondo il diritto (naturale), anche se non de iure, cioè tramite un procedimento legale, perché non è ancora stata istituita una società civile in grado di far valere una legge pubblica coercitiva. Chi interferisce nell'uso del primo detentore di un terreno lo lede dunque sul piano giuridico, perché la prima presa di possesso è già un titulus possessionis legittimo (beati possidentes).

Il possesso comune innato della terra (communio fundi originaria) non deve essere confuso con la condizione di un terreno considerato o dichiarato libero, ossia aperto all'uso di chiunque. Questa situazione, infatti, non è quella naturale, anteriore a ogni atto giuridico, ma richiede una appropriazione collettiva, tramite una qualche forma di contratto col quale i membri di un gruppo si sarebbero vietati a vicenda la privatizzazione della terra e concordano le norme del suo uso come di un bene comune. 84

La communio fundi originaria è per Kant un'idea della ragione e ha realtà oggettiva in quanto pratico-giuridica, essendo connessa al postulato giuridico della ragion pratica. Per i motivi già accennati, però, va rigorosamente distinta dal comunismo primitivo (communio primaeva), che Kant tratta come un'invenzione. 85 Infatti, è certamente possibile istituire una proprietà comune del suolo con un contratto: ma una simile contrattazione presuppone che le parti abbiano già compiuto l'appropriazione originaria e si siano impegnate a collettivizzarla. L'appropriazione originaria non può essere collettiva, in altri termini, perché la comunione richiede una società già costituita: non possiamo dunque trattarla come un'origine ideale, ma solo come un'istituzione storica, che può svilupparsi solo col presupposto di un diritto già in atto e non meramente postulatorio.

Un principio teoretico a priori ha bisogno dell'aggiunta di un'intuizione a priori per essere applicato all'esperienza e ricevere un contenuto cognitivo. Il concetto di possesso però nasce nell'ambito della ragione pratica: per comprenderne la legittimità si deve procedere in senso opposto, togliendo le condizioni dell'intuizione in modo da estenderlo oltre il dato empirico: il "mio" giuridico, come sappiamo, è distinto dal possesso empirico, così come il connesso postulato giuridico. La sua possibilità, dunque, non può essere dedotta teoreticamente, come è stato necessario fare nella deduzione trascendentale della Critica della ragion pura, perché esso non nasce con una pretesa descrittiva, bensì discende direttamente dalla legge pratica della ragione come suo fatto. Pertanto voler provare che esso ha una validità descrittiva sarebbe tanto fuori luogo quanto leggere il codice penale come se fosse un trattato di sociologia empirica e denunciarlo come falso perché nel mondo si perpetrano delitti nonostante le sue norme li proibiscano.

§7. Applicazione del principio della possibilità del mio e tuo esterno a oggetti dell'esperienza (252-255)

Anche se ammettiamo che il concetto di possesso giuridico non è empirico, perché è indipendente dallo spazio e dal tempo, esso, per avere realtà pratica, deve essere applicabile agli oggetti dell'esperienza, la cui conoscenza ha luogo nello spazio e nel tempo. Com'è possibile farlo?

Abbiamo già visto che il possesso in senso giuridico non si può applicare immediatamente agli oggetti dell'esperienza e al concetto del possesso empirico, perché gli manca la componente, empirica, della detenzione (detentio). Kant, pertanto, sceglie un'altra strada: applicare il concetto giuridico al concetto puro dell'intelletto di un possesso in generale. Questo concetto non comprende la detenzione, bensì quello che Kant chiama avere, che significa semplicemente tenere in proprio potere un oggetto distinto da noi stessi.

Per Aristotele l'avere era una categoria a se stante; Kant la fa ricadere nella categoria della causalità. 86 Come anticipato, dunque, l'applicazione non ha luogo sull'intuizione sensibile, nello spazio e nel e tempo, ma a un livello più alto, quello delle categorie dell'intelletto: il possesso giuridico non può essere descritto come un tenere in mano, qui e ora, qualcosa che ci è contiguo nello spazio e nel tempo, bensì come un avere sotto il proprio controllo qualcosa di distinto da sé. Kant illustra questa tesi con tre esempi, organizzati secondo la tipologia esposta nel §4.

  1. In virtù del concetto intelligibile di possesso mi è lecito dire che un campo è mio anche quando ne sono lontano, perché è rilevante solo il nesso puramente giuridico della mia volontà con l'oggetto, indipendentemente dalla relazione che intrattengo con esso nel tempo e nello spazio. Infatti, un luogo della terra non è un "mio" esterno semplicemente perché occupo il suo spazio col mio corpo: i confini del mio corpo segnano lo spazio della mia libertà personale e non comprendono nulla fuori di me. Sono titolare di un "mio" esterno solo se il luogo è mio anche quando mi sposto altrove. Anzi, se l'occupazione continua di uno spazio fosse la condizione per poterlo chiamare "mio" non potrei chiamare "mio" nessun oggetto esterno a me, oppure dovrei immaginarmi, contraddittoriamente, come presente allo stesso tempo in due luoghi diversi.

  2. Anche una promessa rientra nel mio avere indipendentemente dallo spazio e dal tempo: se sono il destinatario di una promessa, il promittente non può rifiutarsi di mantenerla affermando che la promessa è stata fatta ieri, ma oggi è un altro giorno: se, infatti, consideriamo le parole del promittente indipendentemente dallo spazio e dal tempo i suoi "mio impegno a fare X" di ieri e "non mi impegno a fare X" di oggi producono una contraddizione.

  3. Analogamente, la comunione domestica e il diritto reciproco fra un soggetto e sua moglie, suo figlio o il suo servo non si scioglie perché questi hanno facoltà di spostarsi nello spazio, separandosi fra loro, perché il vincolo è di natura giuridica.

Antinomia del possesso (254-255)

La tesi qui presentata è il risultato di una critica, la quale a sua volta discende da una antinomia esito di una inevitabile dialettica. Per dialettica Kant intende, come nella Critica della ragion pura, la "logica dell'illusione", vale a dire la disciplina che si occupa degli argomenti con i quali la filosofia tenta di andare oltre i confini di quanto le è possibile conoscere, confondendo i fenomeni con le cose in sé. 87 Una antinomia è una contraddizione fra due proposizioni - una tesi e un'antitesi - che sembrano entrambe fondate. Nel caso in esame, la ragion pratica è messa in difficoltà dalla pensabilità del possesso sia in senso noumenico, sia in senso fenomenico.

Tesi: "è possibile avere qualcosa di esterno come proprio sebbene io non ne sia in possesso"

Antitesi: "non è possibile avere qualcosa di esterno come proprio se io non ne sono in possesso"

Sintesi: entrambi le affermazioni sono vere.

Per superare la contraddizione basta rendersi conto che termine "possesso" ha un significato duplice e applicare a tesi ed antitesi l'uno o altro così da controllare quale interpretazione rende ciascuna di esse vera e quale invece rende ciascuna di esse falsa. 88

  1. La tesi è vera se per "possesso" intendo la possessio phaenomenon o sensibile: un oggetto è giuridicamente mio (possessio noumenon) anche se non lo tengo, sensibilmente, in mano.

  2. L'antitesi è vera - e anzi tautologica - se il possesso è inteso in senso intelligibile: un oggetto esterno non può essere giuridicamente mio se non ne ho un possesso in senso intelligibile, ovvero, più semplicemente, se non mi trovo in una relazione sociale con altre persone che me ne riconoscano la titolarità

La possibilità di un possesso intelligibile segue dal postulato giuridico della ragion pratica: non ha bisogno di fondarsi sull'esperienza perché istituisce relazioni meramente intelligibili che riguardano l'ambito di quello che deve essere e non di quello che è.

§8. Avere qualcosa di esterno come proprio è possibile solo in una situazione giuridica, sotto un potere legislativo pubblico, cioè nello stato civile (255-256) 89

Quando dichiaro, verbalmente o di fatto, di volere che un oggetto esterno sia mio, sto nello stesso tempo chiedendo che gli altri siano obbligati a non interferire coll'oggetto del mio arbitrio. Ma mi è lecito avanzare una pretesa sul "mio" esterno solo se nello stesso tempo mi sento obbligato alla medesima astensione nei confronti del "tuo" esterno altrui.

Ma come posso assicurarmi che il "mio" esterno verrà rispettato?

1. Imporre unilateralmente la mia volontà sarebbe una soluzione

  1. contingente, perché può sussistere solo finché conservo la forza di farlo;

  2. ingiusta, perché disconoscerebbe la libertà fondata su leggi universali.

2. Occorre dunque una legge collettivamente universale e dotata di potestà (machthabend) in grado di dare a tutti la stessa garanzia. 90

Una volontà è collettivamente universale quando si può intendere come la volontà di tutti insieme. 91 Ma la situazione in cui ciò si realizza è solo lo stato civile conseguente al pactum unionis civilis, il quale manifesta l'universalità della volontà tramite una legislazione pubblica e la garantisce con la sua forza. La differenza fra lo stato di natura e la condizione civile non sta nella società o nel diritto: sta, semplicemente, nelle garanzie.

Da quanto detto Kant deriva, come corollario, che, per rendere giuridicamente possibile il possesso di un oggetto esterno come proprio, si deve riconoscere che il dovere di entrare in una costituzione civile è di carattere giuridico: mi è cioè lecito costringere chiunque possa interferire con i miei diritti a entrare con me in una costituzione civile. Se, infatti, l'ingresso fosse facoltativo otterremmo una situazione disuguale in cui io posso far valere i miei diritti solo rivolgendomi a un giudice terzo fra le parti, mentre il mio vicino può farsi giustizia da sé, essendo rimasto giudice in causa propria perché ancora allo stato di natura.

§9. Nello stato di natura può tuttavia aver luogo un effettivo mio e tuo esterno, ma soltanto provvisorio (256-257)

La costituzione civile non costituisce e non determina il diritto di ciascuno: si limita soltanto a garantirlo, rendendolo perentorio, cioè assicurato, giuridicamente, dalla presenza di un giudice terzo fra le parti, e, fattualmente, dal potere coercitivo dello stato.

Il "proprio" di ognuno è, infatti, di competenza del diritto di natura e non può essere messo in discussione da leggi statutarie, la cui legittimità dipende dalla loro conformità al diritto secondo ragione. Esso, dunque, deve essere assunto come possibile prima o a prescindere dalla condizione civile.

Nello stato di natura deve dunque valere il postulato giuridico della ragion pratica e il diritto del primo occupante - dunque la connessione presunta del possesso fisico in atto al possesso giuridico. Questo diritto, infatti, concorda con il postulato dell'appropriabilità ed è potenzialmente compatibile con una legge della volontà comune che, al momento, non esiste, perché non è stata ancora istituita una società civile tramite un pactum unionis civilis.

Kant chiama la situazione di chi, nello stato di natura, rivendica tale diritto, possesso giuridico provvisorio:

  1. si tratta di un possesso giuridico perché, in quanto fondato su un principio universale, concorda potenzialmente con una legge della volontà comune istituita da una società civile; chi lo rivendica, infatti, chiede a chi glielo contesta di entrare con lui nella condizione civile con un ragionamento del tipo "se la tua contestazione è fondata su ragioni giuridiche allora non dovresti avere difficoltà a far decidere la questione a un giudice terzo dotato di potere coercitivo che applichi una legge uguale per tutti; se però rifiuti di entrare in una costituzione civile, allora la tua contestazione è fondata su una volontà unilaterale e io ho diritto di costringerti a entrare in una costituzione civile, o di chiederti di allontanarti da me, o di resisterti";

  2. si tratta di un possesso provvisorio e solo comparativamente giuridico perché non ha ancora garanzia ed è esposto alla contestazione di chi agisce come giudice in causa propria. Lo stato di natura, infatti, è strutturalmente affetto dalla provvisorietà perché manca una autorità terza in grado di dire e di imporre l'ultima parola. 92

Annotazione interpretativa generale

Il passaggio alla società civile che rende il mio e il tuo esterno perentorio può sancire sia sistemi a prevalente proprietà privata, sia sistemi in cui prevale le comunione dei beni; quest'ultima, infatti, come spiegato nel §6, è un'invenzione se pensata come comunismo primitivo anteriore all'acquisizione originaria, ma può ben esistere come soluzione civile. Lo stato di natura, infatti, è il luogo dell'appropriabilità resa possibile dal postulato giuridico della ragion pratica, nonché dell'appropriazione originaria: ma in esso non si costituiscono assetti proprietari originari - individuali o comunitari che siano - bensì solo rivendicazioni provvisorie. L'appropriazione originaria, in altri termini, non è un diritto di proprietà originario. L'unico diritto "originario", in quanto innato, è infatti la libertà.

Il contratto originario (pactum unionis civilis) non è per Kant un fatto storico, bensì un'idea della ragione: dobbiamo pensare l'acquisizione originaria come individuale e provvisoria perché in una condizione senza un giudice terzo fra le parti anche le comunioni sarebbero a fortiori società provvisorie. Una società civile potrebbe ben scegliere, tuttavia, di rendere perentoria una distribuzione della proprietà prevalentemente o anche esclusivamente comunitaria: il formalismo di Kant 93 è dunque compatibile sia con un assetto proprietario liberale, sia con un assetto socialista.



[ 76 ] Kant, a differenza di Institutiones 2.1.12, non dà per scontato che "quod enim ante nullius est id naturali ratione occupanti conceditur" (ciò che prima non appartiene a nessuno è concesso per diritto naturale a chi lo occupa) e lo fa precedere da un postulato che lo fondi, ancorché solo per postulazione e non per dimostrazione.

[ 77 ] L'esposizione (Critica della ragion pura Ak III, 479 ss) è una definizione incompleta, fondata su esempi. In filosofia, infatti, non si può partire dalla definizione, come in matematica, perché si lavora su concetti dati e non costruiti. L'esposizione completa o definizione può trovarsi solo alla fine del cammino. Per capire che cosa intende dire Kant, basta ricordare qualche dialogo platonico dedicato al problema di definire concetti di uso comune, quali virtù o pietà religiosa. I molteplici tentativi di indicare che cosa significano quei concetti sono esposizioni parziali: la definizione, se ci si arriva, giunge soltanto alla fine. Anche in questo testo la definizione segue, nel paragrafo successivo, all'esposizione.

[ 78 ] In un'obbligazione il soggetto a cui è dovuta la prestazione ha un'obbligazione attiva; colui che la deve ha invece una obbligazione passiva.

[ 79 ] Pactum re initum: contratto che comincia nel momento in cui inizia la prestazione.

[ 80 ] Il godimento empirico di una prestazione avviene nello spazio e nel tempo, qui e ora, mentre la prestazione a cui ci si è impegnati con una promessa può essere spostata in un tempo diverso da quello della promessa perché l'impegno non è un vincolo sensibile, in atto solo qui e ora, bensì intelligibile. Proprio per questo si può far cadere in contraddizione chi si rimangia oggi la promessa fatta ieri. Sul piano teoretico, dire "A" e "non A" in due momenti diversi può di per sé essere conforme al principio di non contraddizione, per esempio perché, nel corso del tempo, chi parla riconosce di aver cambiato idea, o descrive una situazione empirica che è nel frattempo mutata. Invece rinnegare una promessa viola il principio di non contraddizione perché i due enunciati "mi impegno a fare X" e "non mi impegno a fare X" vengono confrontati esclusivamente in quanto elementi di un rapporto giuridico, intelligibile.

[ 81 ] Per quanto le due definizioni sembrino molto simili, c'è una differenza importante: la definizione reale specifica che il possesso giuridico è intelligibile e non sensibile.

[ 82 ] Kant precisa che anche nel possesso fenomenico il suo oggetto non va trattato come fenomeno, cioè come ciò che appare ai nostri sensi, bensì come cosa in sé, pensata come dotata di una sua sostanza al di là delle nostre rappresentazioni. Qui, infatti, non è in gioco la conoscenza teoretica che descrive le cose, nei limiti in cui esse ci appaiono e quindi come sono per noi e non come sono in sé, ma la ragion pratica che le costruisce sottoponendole alle leggi della libertà: il suo mondo, in quanto è da lei costruito, è dunque tutto intelligibile. Anche una detenzione meramente empirica implica che l'oggetto è temporaneamente nella sfera della mia libertà e per questo va considerato intelligibilmente.

[ 83 ] È sintetico perché non è implicito nel concetto di libertà giuridica, ma è anche a priori perché non dipende dall'esperienza, avendo a oggetto un possesso senza detenzione.

[ 84 ] Questa distinzione fornisce uno strumento per criticare sia le enclosure, sia il colonialismo che ha trattato terre comuni soggette alle leggi consuetudinarie delle comunità locali - si veda per esempio il caso degli aborigeni australiani - come res nullius esposte all'appropriazione originaria da parte dei colonizzatori. Kantianamente, si deve riconoscere che la presenza di norme, anche solo consuetudinarie, locali indica che l'appropriazione originaria è già avvenuta: le popolazioni native avrebbero dunque avuto il diritto di resistere a chi li scacciava dalle loro terre pretendendo che fossero res nullius. Vale la pena rileggere, in proposito, quanto scrive Kant sul colonialismo nel terzo articolo definitivo della Pace perpetua:

Se si confronta con ciò la condotta inospitale degli stati di buoni costumi, specialmente di quelli commerciali, della nostra parte del mondo, l'ingiustizia che dimostrano nella visita a paesi e popoli stranieri (che per loro passa per identica alla conquista) arriva fino al terrore. L'America, i paesi dei negri, le isole delle spezie, il Capo etc. alla loro scoperta erano per loro paesi che non appartenevano a nessuno [corsivo mio]; per loro, infatti, gli abitanti non contavano nulla.

Questa tesi viene riconfermata alla fine del §15 del capitolo dedicato all'acquisizione (266): per quanto nativi americani, ottentotti e neozelandesi possano apparirci selvaggi, non è legittimo appropriarsi delle loro terre con la forza o, peggio, con l'inganno, senza riguardo al loro primo possesso, allo scopo di portare la civiltà. Un simile argomento -il fine giustifica i mezzi - appare a Kant semplicemente come un espediente gesuitico per velare un'ingiustizia.

[ 85 ] Una simile dottrina si ritrova in Grozio (De iure belli ac pacis libri tres, II.II.I-II), secondo il quale il comunismo primitivo viene superato a causa dei processi che, da comunità semplici e pure, conducono a società complesse.

[ 86 ] "È la decima categoria di Aristotele, habere; ma nel sistema critico un predicabile della categoria della causa" (Ak XXIII, 325): avere in proprio potere un oggetto significa essere in grado di esercitare effetti su di esso. V. Mary Gregor, op. cit., p. 286 n. 38.

[ 87 ] Per una illustrazione chiara si veda G. Marini, La filosofia cosmopolitica di Kant cit., pp. 26-27.

[ 88 ] Un ringraziamento alla studentessa Emma Bonutti che ha proposto l'interpretazione più immediata del testo kantiano. La versione precedentemente presente su questo ipertesto era, infatti, inutilmente complessa.

[ 89 ] Ho tradotto una medesima parola, Zustand, prima con "situazione" e poi con "stato" per rendere chiaro che Kant sta parlando di Zustand come stato nel senso di condizione e non di organizzazione statuale.

[ 90 ] Vale la pena notare che Kant non fonda il passaggio allo stato civile su una teoria, metafisica o empirica, della malvagità della natura umana, ma esclusivamente sull'esigenza giuridica della garanzia.

[ 91 ] Una volontà di tutti presi separatamente, cioè uno per uno, è universale in senso solo distributivo e non è sufficiente a creare una volontà comune, per la quale non basta che tutti vogliano la stessa cosa, ma occorre che la vogliano in gruppo, essendo dunque disposti a creare un'istituzione per attuarla. Per esempio: un sondaggio d'opinione può accertare che tutti vogliono la stessa cosa in senso distributivo, ma perché questa volontà diventi comune in senso collettivo occorre che questi "tutti" siano disposti a creare o a partecipare a un'istituzione che la attui.

[ 92 ] Si veda, a titolo illustrativo, che cosa scrive Kant (Sul detto comune: «questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica», 300) a proposito del regresso all'infinito che seguirebbe alla negazione della possibilità di un giudice di ultima istanza.

[ 93 ] Si veda a questo proposito la critica di Hegel contenuta nel § 135 dei Lineamenti di filosofia del diritto.

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Immanuel Kant, La metafisica dei costumi by Maria Chiara Pievatolo is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.
Based on a work at https://btfp.sp.unipi.it/dida/kant_mds