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Online Journal of Political Philosophy

II. L'idea e la necessità di una metafisica dei costumi (214-218)

Differenza fra metafisica della natura e metafisica dei costumi (214-215)

Le scienze della natura, che si occupano degli oggetti dei sensi esterni 19 hanno una loro metafisica, vale a dire sono strutturate da un sistema di princípi a priori indipendenti dall'esperienza. Esse, però, intendono descrivere ciò che è dato dall'esperienza: per questo possono permettersi di accogliere, accanto ai princípi a priori, anche dei princípi generali di origine empirica 20 Esempi di questi princípi di origine empirica ma di validità generale sono, nella fisica, il terzo principio della dinamica di Newton; 21 nella chimica, addirittura, tutte le sue leggi fondamentali. 22

Le leggi morali (Sittengesetze), invece, non possono avere parti empiriche, perché non descrivono la natura e non elaborano dati, ma devono essere compatibili con la nostra libertà e indirizzare ad azioni che non sono, o non sono ancora, date: per questo valgono come leggi solo se possiamo intenderle come a priori e necessarie. La contaminazione empirica le priverebbe del loro senso morale, perché le renderebbe contingenti.

La dottrina della felicità (215-216)

Se la morale si riducesse alla dottrina della felicità non potremmo attribuirle princípi a priori. Infatti, anche se può sembrare che la ragione sappia riconoscere senza bisogno dell'esperienza con quali mezzi ottenere un godimento durevole delle vere gioie della vita, quanto si insegna a priori sul tema è per Kant o tautologico o infondato. 23

La dottrina della felicità era una parte centrale della filosofia pratica pre-critica; Kant, però, la rende marginale, non solo moralmente ma anche politicamente. Come già spiegato altrove, la felicità può ben essere compresa come un'idea della ragione, in quanto si riferisce a una totalità che è qualcosa di più di una collezione casuale di momenti lieti. Ma come darle dei contenuti razionali? A questa domanda si può rispondere in due maniere, entrambi insoddisfacenti:

  1. l'idea della felicità include tutto ciò che ci rende felici: questa risposta è necessariamente vera, ma priva di contenuto perché tautologica;

  2. per capire che cosa ci dà gioia abbiamo bisogno dell'esperienza: è dall'esperienza di noi stessi che scopriamo gli istinti naturali verso il cibo, il sesso, il riposo e il moto, nonché, tramite lo sviluppo culturale, l'inclinazione all'onore - vale a dire l'ambizione - o all'ampliamento della nostra conoscenza. L'esperienza insegna - ma a ciascuno nel modo suo proprio - sia dove sia come trovare tali soddisfazioni. In questo caso, però, le norme apparentemente razionali per raggiungere la felicità sono solo esperienza elevata, induttivamente, a una generalità precaria e irta di eccezioni, ossia secundum principia generalia, non universalia: proprio per questo la felicità non può fondare una giustificazione morale che sia universale e necessaria.

La dottrina morale (216-217)

La parola tedesca Sitten, similmente al latino mores, designa i costumi intesi come modi di vivere. Ma la risposta alla domanda "che cosa devo fare?" non può venire né, interiormente, dall'osservazione di noi stessi e della nostra animalità, né, esternamente, da quanto accade e da come si agisce nel mondo. Questi elementi descrittivi, in quanto li costruiamo come dati, non hanno nulla a che vedere con la nostra libertà. Le leggi morali hanno autorità su tutti gli esseri razionali non per le loro inclinazioni, ma in quanto sono liberi e dotati di ragion pratica, cioè sono in grado di riflettere criticamente su se stessi e di decidere il corso delle loro azioni sulla base delle leggi della loro autonomia.

La ragione sa anche calcolare il nostro vantaggio, facendo uso dell'esperienza, per offrirci dei consigli di comportamento. Ma la sua preminenza morale non può derivare da questi consigli prudenziali, sia perché la loro generalità è precaria, sia perché dipendono dai contenuti che, soggettivamente, attribuiamo alla felicità. Anche per questo Kant li chiama "consigli" e non comandi: nella deliberazione morale, possono svolgere un ruolo ausiliario ma non possono mai essere l'elemento decisivo.

Metafisica dei costumi e antropologia morale (217-218)

Tabella 2.1. Il ruolo della metafisica (sistema di conoscenza a priori fondato su meri concetti)
  Filosofia teoretica Filosofia pratica
Princípi a priori metafisica della natura metafisica dei costumi
Oggetto natura libertà dell'arbitrio

Per Kant, chi riconosce leggi morali universali deve avere, almeno oscuramente, una metafisica dei costumi: l'universalità della legge morale, infatti, può essere correttamente derivata solo da princípi a priori.

In quanto la legge morale deve applicarsi agli esseri umani, è possibile pensare a un'antropologia morale come disciplina empirica illustrativa e applicativa della metafisica dei costumi, ma solo a condizione che la prima sia rigorosamente subordinata alla seconda. Se, infatti, la parte pura fosse derivata da quella applicata otterremmo leggi morali sbagliate o indulgenti, perché basate sull'osservazione dei comportamenti umani e non sugli imperativi della ragion pura. Le conseguenze di questa inversione sarebbero quelle illustrate in Sul detto comune: «questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica».

Filosofia pratica e tecnica (218)

Anche la tecnica è una forma di azione. Che rapporto ha con la filosofia pratica? 24 Per Kant, la competenza del tecnico si basa su dottrine tecnico-pratiche, interamente fondate sulle leggi, meccaniche, della natura, e dunque da collocare sotto la giurisdizione della filosofia teoretica. 25 Merita il nome di filosofia pratica solo quella che può concepire agenti morali liberi che agiscono secondo leggi della libertà.

Se questa filosofia pratica fosse un'arte, sarebbe l'arte divina di costruire un mondo sistematicamente regolato dalle leggi della libertà. Kant dice quest'arte divina perché essa è inaccessibile agli esseri razionali finiti, i quali sono in grado di governare solo una porzione piccola di se stessi e un'altrettanto piccola porzione del mondo. 26



[ 19 ] Cioè quanto viene percepito nello spazio. Delle due forme pure dell'intuizione, lo spazio è la forma del senso esterno e il tempo la forma del senso interno.

[ 20 ] Kant afferma che questi princípi, per essere veramente universali, dovrebbero essere indipendenti dall'esperienza, per la quale quanto è risultato generalmente valido fino a oggi può sempre essere smentito domani. Nel testo Kant usa le espressioni allgemein e in strenger Bedeutung allgemein: ho preferito parafrasarlo rendendo il primo termine, riferito ai princípi di origine empirica, con "generale", e il secondo come "universale", come indicato dalla frase latina citata da Kant poche righe dopo (216).

[ 22 ] Kant allude alle leggi fondamentali ponderali della chimica, e in particolare, per motivi cronologici, alla legge di Lavoisier o della conservazione della massa.

[ 23 ] La traduzione di Landolfi Petrone "per quanto sia evidente che la ragione riconosce..." non sottolinea a sufficienza il valore concessivo di "Denn so scheinbar es immer auch lauten mag: daß die Vernunft noch vor der Erfahrung einsehen könne, durch welche Mittel man zum dauerhaften Genuß wahrer Freuden des Lebens gelangen könne, so ist doch alles, was man darüber a priori lehrt, entweder tautologisch, oder ganz grundlos angenommen" e rende difficile la comprensione dell'intero periodo. È più fedele la versione inglese di Mary Gregor: "For however plausible it may sound to say that reason, even before experience, could see the means for achieving a lasting enjoyment of the true joys of life, yet everything that is taught a priori on this subject is either tautological or assumed without any basis" (I. Kant, The Metaphysics of Morals, Cambridge, Cambridge U.P., 1991)

[ 24 ] Kant scrive che la filosofia pratica si identifica con la moralische Weltweisheit o "sapienza morale mondana": è, cioè, filosofia morale e non teologia morale. In una filosofia pratica incentrata sulla felicità assimilare sapienza e prudenza è veniale, perché la seconda si può ricondurre metafisicamente alla prima, essendo entrambe fondate sull'antropologia. Nell'impianto critico, però, la prudenza non è più in grado di produrre autentiche leggi morali e non può più essere confusa con la sapienza.

[ 25 ] Le regole tecnico-pratiche, costruite su leggi meccaniche, ci si presentano come imperativi ipotetici (condizionati) e non categorici (incondizionati).

[ 26 ] Questo accenno allude a due temi importanti del pensiero di Kant: il contrasto fra la finitezza dell'agente morale razionale e l'universalità della legge, e il problema della filosofia della storia.

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Immanuel Kant, La metafisica dei costumi by Maria Chiara Pievatolo is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.
Based on a work at http://btfp.sp.unipi.it/dida/kant_mds