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Online Journal of Political Philosophy

2. Introduzione alla metafisica dei costumi (211-228)

Indice

I. Il rapporto fra le facoltà dell'animo umano e le leggi dei costumi (211-214) 3

Di quali facoltà si parla?

Per poter svolgere quanto annunciato del titolo, Kant spiega che si riferisce alla capacità di desiderare (Begehrungsvermögen), che è la capacità di essere causa degli oggetti delle proprie rappresentazioni, ossia di attuare quello che ci si rappresenta tramite la propria azione. Questa facoltà è in grado di operare solo se il soggetto può agire in conformità alle proprie rappresentazioni, cioè solo se il soggetto è vivo. Kant, in altre parole, collegando la vita al desiderio e alla capacità di perseguire ciò che esso si rappresenta, la definisce in senso attivo e non meramente contemplativo. 4

Alla capacità di desiderare 5 sono collegati il piacere e il dispiacere (Lust, Unlust). La ricettività nei loro confronti - cioè la capacità di provare piacere o dispiacere per una rappresentazione - si chiama sentimento (Gefühl).

Il collegamento fra desiderio e piacere/dispiacere è unidirezionale: se c'è desiderio positivo o negativo c'è sempre anche piacere o dispiacere, ma non viceversa. Infatti, (1) ci può essere un piacere non associato al desiderio dell'oggetto, 6 bensì alla rappresentazione che ce ne facciamo, indipendentemente dalla sua esistenza; (2) il piacere e il dispiacere possono seguire e non precedere il desiderio, cioè essere non la sua causa, ma il suo effetto. 7

Il sentimento contiene solo l'aspetto soggettivo del rapporto con una rappresentazione, cioè solo la relazione della rappresentazione con il soggetto, e non ci dice nulla dell'oggetto che lo provoca: 8 per questo piacere e dispiacere non si possono spiegare più chiaramente, ma se ne possono considerare solo le conseguenze. 9

Kant distingue due tipi di piacere (212):

  1. piacere pratico: quello che è necessariamente legato, come causa o come effetto, al desiderio dell'oggetto dalla cui rappresentazione viene suscitato. Si chiama pratico perché ha un legame con l'azione per far venire a essere l'oggetto;

  2. piacere contemplativo o soddisfazione inattiva: non ha bisogno che l'oggetto esista, ma gode semplicemente della sua rappresentazione. 10

Tassonomia del desiderio (212-213)

Ristretto il campo dell'indagine al piacere pratico, Kant propone una classifica, fondato sul modo in cui esso determina o viene determinato dalla capacità di desiderare: 11

A. il piacere determina la capacità di desiderare, agendo come causa ("lo desidero perché mi piace"):

  1. desiderio in senso stretto (im engen Verstande Begierde)

  2. se abituale: inclinazione (Neigung)

  3. interesse dell'inclinazione (Interesse der Neigung) 12

B. il piacere è determinato dalla capacità di desiderare ("mi piace perché lo desidero"):

  1. piacere intelligibile 13 (intellectuelle Lust)

  2. inclinazione affrancata dai sensi (propensio intellectualis)

  3. questa inclinazione libera dai sensi è connessa a un interesse di ragione. Tale interesse deve essere puro, perché se fosse co-determinato dalla sensibilità avremmo un piacere che non succede al desiderio, ma lo precede: ricadremmo, così, nel caso A.

Arbitrio e volontà (213-214)

Fino a questo punto Kant ha descritto la capacità di desiderare attribuendole, genericamente, l'uso di "rappresentazioni". Ora, però, queste "rappresentazioni" sono specificate in forma di concetti, cioè di rappresentazioni unificate dall'intelletto tramite la categorie. Le definizioni successive superano il desiderio per mettere l'accento sulle azioni per soddisfarlo

"Capacità di fare o tralasciare a piacimento" (Vermögen nach Belieben zu thun oder zu lassen) è il nome che attribuiamo alla capacità di desiderare secondo concetti, in quanto il motivo che determina la sua azione si trova in essa stessa e non nell'oggetto. Essa però si chiama anche:

  1. arbitrio (Willkür): se connessa alla coscienza della sua capacità di agire per realizzare l'oggetto;

  2. aspirazione (Wunsch): se sconnessa da questa coscienza;

  3. volontà (Wille): se la ragione è il suo motivo determinante interno, e dunque ciò che rende gradito il progetto d'azione.

La volontà non delibera sull'azione, come l'arbitrio, ma ne giudica il motivo determinante e "non ha essa stessa dinanzi a sé propriamente nessun motivo determinante" (und hat selber vor sich eigentlich keinen Bestimmungsgrund): 14 in questo senso, in quanto può determinare l'arbitrio, Kant dice che è la ragion pratica stessa - vale a dire la ragione che, essendo critica e autonoma, ha, indirettamente, giurisdizione sulla nostra azione, 15 in quanto valuta i progetti dell'arbitrio. Sotto la volontà possono ricadere sia l'arbitrio, sia la mera aspirazione, perché la ragione può determinare la capacità di desiderare in generale.

Non bisogna lasciarsi spaventare da questa complicata nomenclatura: il testo ha sempre lo stesso oggetto, la capacità di desiderare, che riceve nomi diversi a seconda della funzione - risolversi ad agire, vagheggiare, valutare i propri moventi - presa di volta in volta in esame.

L'arbitrio si chiama libero quando può essere determinato dalla ragion pura; si chiama animale (arbitrium brutum) se è determinabile solo dall'inclinazione intesa come stimolo sensibile.

Libertà negativa e positiva (214)

L'arbitrio umano non è né bruto, né puramente razionale (puro): è influenzato (afficiert) dagli stimoli sensibili, ma su di esso agisce anche la ragione. La sua libertà può essere intesa in due sensi: 16

  1. concetto negativo: determinazione indipendente dagli stimoli sensibili;

  2. concetto positivo: "capacità della ragion pura di essere per se stessa pratica", cioè di autodeterminarsi autonomamente, trovando le proprie leggi in se stessa.

Come può la ragion pura essere pratica?

La critica della ragion pura ha separato la ragione stessa dalla conoscenza diretta dell'essere, riducendola a facoltà critica: ma come può una facoltà meramente critica essere pratica, cioè dettare leggi per l'azione? La ragione non può offrire la "materia della legge", cioè dei contenuti normativi propri. Però il suo stesso essere critica nasce da una esigenza di universalità: ci mettiamo in discussione, come esseri razionali, perché non possiamo sopportare che quello che sappiamo o crediamo sia in realtà qualcosa di particolare, che vale solo per me o solo per "noi". Questa richiesta, anche se non produce contenuti, ha però una forma: la forma, appunto, dell'universalità.

Il motivo che determina un arbitrio libero sarà dunque l'attitudine della sua massima alla legge universale. La massima di una azione è la regola soggettiva che una capacità di desiderare che opera secondo concetti propone a se stessa; il test di universalizzabilità - che Kant ha chiamato altrove imperativo categorico - serve per capire se questa regola soggettiva può diventare oggettiva, cioè universale. Se, cioè, la mia azione può trovare giustificazione solo per me, oppure sono in grado di legittimarla razionalmente di fronte a tutti gli esseri razionali. 17

Le massime soggettive degli esseri umani non sono di per sé razionali. Per questo la legge della ragione ci si presenta come un imperativo, di divieto o di precetto, cioè come un ordine di un tribunale che è parte di noi, ma nel quale non ci ritroviamo mai completamente.

Morale, diritto ed etica

Per distinguere le leggi della natura, deterministiche, da quelle della libertà, 18 Kant chiama queste ultime morali (moralisch), e le divide in:

  1. leggi giuridiche (juridisch) che si occupano delle azioni esterne e della loro conformità esteriore alla legge (legalità delle azioni - legalitas);

  2. leggi etiche (ethisch) che si occupano, nel foro interno, dei motivi che determinano le azioni (moralità delle intenzioni - moralitas).

Kant sostiene che le leggi giuridiche dovrebbero valere anche eticamente, sebbene non sia sempre possibile considerarle sotto questo aspetto. Per diritto, infatti, da giusnaturalista, egli non intende il diritto positivo, ma la norma costruita dalla ragione - il diritto dei filosofi, che dovrebbe misurare lo stesso ordinamento vigente.



[ 3 ] Sittengesetzen è meglio traducibile come "leggi morali" o addirittura, più alla lettera, "leggi dei costumi", alla luce della distinzione fra leggi giuridiche ed etiche contenuta in 214. Vedi per esempio Alice Ponchio, Il rapporto tra etica e diritto. Per un’interpretazione comprensiva della morale di Kant, 2009 pp. 21-22. La versione adottata da Landolfi Petrone "leggi etiche" risente probabilmente dell'uso del termine nell'ambiente giuspositivistico

[ 4 ] Questo inizio della sua metafisica dei costumi dal desiderio e non dall'essere può essere visto come un esito della delegittimazione, compiuta dalla filosofia critica, delle etiche metafisiche. le quali fondavano il dover essere sull'essere.

[ 5 ] Il desiderio può essere orientato negativamente o positivamente: in questo secondo caso prende il nome di avversione.

[ 6 ] Non tradurrei Gegenstand con "oggetto fisico": si possono infatti desiderare anche oggetti del tutto incorporei, quali, per esempio, il miglioramento della propria reputazione. Suggerisco al lettore della traduzione adottata come riferimento di cancellare "fisico" in corrispondenza di tutte le occorrenze di Gegenstand, lasciando solo il generico "oggetto".

[ 7 ] Così funziona, per esempio, il sentimento morale discusso nella IV sezione dell'introduzione in Sul detto comune: «questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica», 283-284.

[ 8 ] In altre parole, sapere che X piace a qualcuno aiuta ben poco a capire che cosa sia X.

[ 9 ] Si parla invece di senso quando l'elemento soggettivo della nostra rappresentazione non è riferito al piacere e al dolore che proviamo noi, ma a qualcosa da conoscere, secondo la forma (intuizione pura) o secondo la materia (sensazione), per poi essere pensato, cioè trasformato in oggetto di conoscenza, da parte dell'intelletto.

[ 10 ] Il sentimento di questo tipo di piacere è detto gusto (Geschmack) ed è per Kant di interesse solo occasionale per la filosofia pratica, perché - comunque lo si voglia interpretare - è contemplativo e non attivo.

[ 11 ] La concupiscenza, come stimolo a determinare il desiderio, va distinto dal desiderio, perché è una predisposizione sensibile dell'animo, ma di per sé non è ancora un atto della capacità di desiderare. In altre parole: una cosa è essere genericamente golosi, un'altra desiderare, qui e ora, un bel gelato.

[ 12 ] L'interesse è il legame del piacere con la capacità di desiderare, quando l'intelletto lo giudica valido secondo una regola generale anche solo soggettiva. Per esempio: "non solo sono abituato a preferire la verdura perché mi piace, ma ho anche interesse a farlo, perché la verdura fa bene alla mia salute".

[ 13 ] La traduzione "intelligibile" evita l'equivoco con l'intelletto (Verstand) nel senso specifico attribuitogli da Kant, vale a dire "la facoltà conoscitiva che rimane entro i propri limiti, e che all’oggetto, assunto attraverso le forme della sensibilità, applica le forme pure dell’intelletto o categorie" (G. Marini, La filosofia cosmopolitica di Kant, Roma-Bari, Laterza, 2007, p. 14).

[ 14 ] La traduzione di Landolfi Petrone "non ha di per sé in verità alcun motivo determinante" fa pensare che la volontà sia priva di motivi, quando Kant dice invece che essa non riconosce nessun motivo esterno e/o superiore.

[ 15 ] Nella filosofia critica la ragione funge da tribunale: come la magistratura giudicante non prende iniziative, perché l'essere le è divenuto inaccessibile, ma giudica le istanze che le presentano parti altre da se stessa. Quando è pratica la ragione, insistendo non su un mondo dato ma su un agente libero, è però in grado di produrre una propria legalità di carattere, come avremo modo di vedere, formale o strutturale.

[ 16 ] Questi due sensi - che Kant tratta come due facce di una stessa medaglia - ricevettero un'applicazione politica nel corso della seconda metà del XX secolo, tramite Norberto Bobbio e Isaiah Berlin.

[ 17 ] Per un'illustrazione si rinvia al celebre esempio del deposito, contenuto in Sul detto comune: «questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica» (1793).

[ 18 ] La legalità dell'imperativo categorico è fondata sull'autonomia della ragion pratica, e presuppone un soggetto capace di autodeterminarsi in modo non meccanico.

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Immanuel Kant, La metafisica dei costumi by Maria Chiara Pievatolo is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.
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