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Online Journal of Political Philosophy

1. Fondamenti metafisici della dottrina del diritto

Indice

Prefazione (205-209)

Partizione sistematica (205)

La prima parte della prefazione anticipa quale sia la posizione della metafisica dei costumi nel sistema della conoscenza filosofica: essa segue alla critica della ragion pratica, proprio come i fondamenti metafisici della scienza della natura seguono alla critica della ragion pura.

Per Kant, infatti, ogni metafisica ha preliminarmente bisogno di una critica che vagli, in ambito teoretico, le possibilità e i limiti della nostra conoscenza, e, in ambito pratico, le possibilità e i limiti della nostra azione. Rispetto alla tradizione della metafisica, l'innovazione maggiore è la critica, che richiede un radicale cambiamento del nostro punto di vista chiamato dal filosofo "rivoluzione copernicana". Una volta compiuta la critica si potrà ricostruire una metafisica finalmente legittima, che avrà come oggetto la natura quando si occuperà dei princípi che strutturano la nostra conoscenza dell'essere, e i costumi quando tratterà i princípi dell'azione di esseri razionali liberi.

La metafisica dei costumi, a sua volta, si divide in due parti, in conformità alla partizione kantiana della morale in diritto ed etica:

  1. fondamenti metafisici della dottrina del diritto;

  2. fondamenti metafisici della dottrina della virtù.

Il diritto è per Kant un concetto puro, cioè indipendente dall'esperienza, perché costruito dalla ragione nella sua autonomia. In quanto tale, però, va applicato alla prassi umana e dovrebbe contenere una casistica empirica che, proprio perché i suoi contenuti vengono dall'esperienza, non può essere esaurita. Per questo motivo, la prima parte della Metafisica dei costumi non si chiama "metafisica del diritto" bensì "fondamenti metafisici della dottrina del diritto". Gli esempi casistici, perché siano chiaramente distinti dalla parte a priori, sono presentati in note apposte al testo principale.

Un problema di comunicazione (206)

Kant è consapevole che il suo modo di scrivere suona oscuro, o addirittura - accusa, questa, frequente contro i trattati di filosofia - volutamente incomprensibile allo scopo di dare un'impressione di profondità. Per sottrarsi a questa accusa si impegna ad attenersi alle indicazioni di Christian Garve, ma con un limite importante e insuperabile.

Garve era un esponente della Popularphilosophie, per la quale ogni dottrina filosofica doveva essere ricondotta alla popolarità, vale a dire a una resa sensibile sufficiente per la comunicazione generale [einer zur allgemeinen Mittheilung hinreichenden Versinnlichung]. Però - obietta Kant- la critica alla facoltà della ragione e tutto ciò la cui determinazione può essere certificata solo attraverso questa critica non può essere "sensibilizzata" per ridurla a popolarità, proprio perché si occupa della distinzione fra sensibile e soprasensibile. Lo stesso vale per una metafisica formale, perché lavora con princípi che fanno astrazione dalla sensibilità. I suoi risultati, tuttavia, possono essere resi chiari a una ragione sana, che fa metafisica senza saperlo.

In altre parole: la critica e la metafisica kantiana non possono essere "sensibilizzate" perché compiono, a differenza della Popularphilosophie, una scomposizione dell'esperienza che le induce a mettere tra parentesi le rappresentazioni dei sensi. Una "sensibilizzazione" divulgativa le obbligherebbe a rimescolare quanto hanno diviso. 1

Nel caso della filosofia critica, più che sulla popolarità si deve insistere sull'accuratezza scolastica, ossia sull'impiego di un linguaggio tecnico preciso, che aiuti una ragione frettolosa a riflettere su se stessa prima di fare asserzioni dottrinarie.

Filosofia o filosofie? (207)

Che rapporto ha la filosofia critica con le teorie filosofiche precedenti? Ha davvero l'arroganza di sostenere di essere l'unica filosofia?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo preliminarmente chiederci se ci può essere più di una filosofia. La storia del pensiero mostra che ci sono stati più modi di fare filosofia e più modi di risalire a princípi razionali per tentare di fondare un sistema. La ragione umana, tuttavia, è una: dunque, oggettivamente, anche la filosofia deve essere una, così come chi si occupa di morale assume che la virtù sia una e una sia la dottrina della virtù, per il chimico esiste un'unica chimica e per il medico un'unica medicina. Infatti, per possedere un sapere sistematico come dev'essere quello scientifico non basta avere un coacervo di nozioni sparse, sconnesse e incoerenti: tutto deve essere ricondotto entro un orizzonte unitario.

Questo non elimina i meriti storici di chi ha fatto filosofia prima di Kant o chimica prima di Lavoisier e ha permesso ai posteri di imparare dai loro successi e insuccessi. Sul piano teorico, però, sarebbe contraddittorio sostenere che esistano o siano esistite più filosofie diverse, tutte ugualmente vere. Chi fa filosofia, se crede in quello che fa, deve essere anche convinto di lavorare per la filosofia e non per una filosofia. Quando il filosofo critico si comporta come se la sua fosse l'unica filosofia, fa esattamente quello che hanno fatto, fanno e faranno tutti i filosofi passati, presenti e futuri. Se non fosse così, avremmo un universo di teorie incommensurabili e poco meritevoli di essere prese in considerazione: perché studiare l'una e non l'altra, se tutte si equivalgono? 2

Testo di riferimento

Immanuel Kant. Metaphysik der Sitten. 1797.



[ 1 ] In merito alla "divulgazione" la posizione di Kant è rigorosamente anti-paternalistica: il suo illuminismo è un rischiaramento che ha luogo pubblicamente, fra pari e non gerarchicamente, dall'alto. La chiarezza, quando è possibile, è per tutti.

[ 2 ] Le pagine conclusive (208-209) della prefazione sono dedicate a una discussione con recensori e critici contemporanei a Kant.

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Immanuel Kant, La metafisica dei costumi by Maria Chiara Pievatolo is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.
Based on a work at http://btfp.sp.unipi.it/dida/kant_mds