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Idea per una storia universale in un intento cosmopolitico 47

Immanuel Kant

Traduzione dall'originale tedesco di Maria Chiara Pievatolo.

Questa traduzione è soggetta a una licenza Creative Commons. 46

1784

Sommario

Prima tesi
Seconda tesi
Terza tesi
Quarta tesi
Quinta tesi
Sesta tesi
Settima tesi
Ottava tesi
Nona tesi

[017] Qualunque concetto della libertà del volere ci si voglia fare anche nell'intento metafisico, i suoi fenomeni, le azioni umane, sono però determinate proprio come ogni altro evento naturale, secondo leggi universali della natura. La storia, che si occupa del racconto di questi fenomeni, per quanto profondamente nascoste ne possano pur essere le cause, fa nondimeno sperare di sé che, se contempla il gioco della libertà del volere umano in grande, possa scoprire un loro corso regolare e che in questo modo ciò che appare aggrovigliato e sregolato, possa però essere, nell'intero genere, riconosciuto come uno sviluppo delle sue disposizioni originarie costantemente progrediente, sebbene lento. Così i matrimoni, le nascite da essi derivanti, la morte, poiché la volontà libera degli esseri umani ha una così grande influenza su di essi, non sembrano soggetti a una regola secondo la quale si possa determinarne il numero in anticipo col calcolo; eppure nei grandi paesi le loro tabelle annuali provano che esse avvengono secondo leggi di natura costanti proprio come le condizioni meteorologiche, così incostanti che il loro verificarsi non può essere predeterminato singolarmente, ma che nel complesso non mancano di conservare in un andamento uniforme e ininterrotto la crescita delle piante, il corso dei fiumi e gli altri apparati della natura. I singoli esseri umani e anche i popoli interi pensano poco al fatto che, mentre perseguono il proprio intento, ciascuno secondo il proprio disegno e spesso l'uno contro l'altro, procedono inavvertitamente, come seguendo un filo conduttore, secondo l'intento della natura che è a loro stessi sconosciuto e lavorano alla sua promozione, cosa di cui, anche se fosse loro nota, importerebbe loro ben poco.

Poiché gli esseri umani, nelle loro aspirazioni, non agiscono in modo meramente istintivo, come animali, ma neppure interamente secondo un piano stabilito come cittadini del mondo razionali, così non sembra neppure possibile, su di loro, una storia conforme a un progetto (all'incirca come quella delle api e dei castori). Non si può trattenere un certo sdegno se si vede il loro fare e omettere presentato sul grande palcoscenico del mondo e [018] anche se di quando in quando nel caso singolo c'è una apparenza di sapienza, in generale tutto si trova infine intessuto di follia, di vanità infantile e spesso anche di infantile malvagità e distruttività; per questo alla fine non si sa che concetto farsi del nostro genere [Gattung] così borioso per i propri privilegi. Qui per il filosofo non c'è nessun rimedio, se non, dato che non può presupporre negli esseri umani e nel loro gioco in generale nessun intento razionale proprio, di tentare se sia in grado di scoprire, in questo corso insensato delle cose umane, un intento della natura, a partire dal quale, di creature che agiscono senza un proprio piano, sia nondimeno possibile una storia secondo un piano determinato della natura. - Vogliamo vedere se si riuscirà a trovare un filo conduttore per una tale storia, e vogliamo poi lasciare alla natura il compito di produrre l'uomo che sia in grado di formularla conformemente a esso. In questo modo essa ha prodotto un Keplero, che ha assoggettato le orbite eccentriche dei pianeti a leggi determinate in una maniera inattesa, e un Newton, che ha spiegato queste leggi in base a una causa naturale universale.

Prima tesi

Tutte le disposizioni naturali di una creatura sono destinate a dispiegarsi un giorno pienamente e conformemente al fine.

Tanto l'osservazione esterna quanto quella interna, dissettiva, lo conferma. Un organo che non deve essere usato, un ordinamento che non raggiunge il suo scopo è una contraddizione nella dottrina teleologica della natura. Infatti se deviamo da quel principio non abbiamo più una natura che è conforme a leggi, ma che gioca senza scopo, e al posto del filo conduttore della ragione subentra il caso sconfortante.

Seconda tesi

Nell'essere umano (come unica creatura razionale sulla terra) quelle disposizioni naturali che sono dirette all'uso della sua ragione possono svilupparsi pienamente solo nel genere ma non nell'individuo.

In una creatura la ragione è una facoltà di dilatare le regole e gli intenti dell'uso di tutte le sue forze molto oltre l'istinto naturale, e non conosce [019] limiti ai suoi progetti. Essa però non agisce istintivamente, ma ha bisogno di esperimenti, esercizio e insegnamento per progredire a poco a poco da uno stadio di discernimento a un altro. Perciò ciascun essere umano dovrebbe vivere smisuratamente a lungo per imparare in che modo fare un uso completo di tutte le sue disposizioni naturali; oppure, se la natura ha fissato solo un termine breve alla sua vita (come è effettivamente avvenuto), allora essa ha bisogno di una serie forse indeterminabile di generazioni di cui l'una tramandi all'altra i propri lumi, per portare infine i suoi germi nel nostro genere a quel grado di sviluppo che è pienamente adeguato al suo intento. E questo momento deve essere, almeno nell'idea dell'uomo, la meta delle sue aspirazioni, perché altrimenti le disposizioni naturali dovrebbero essere considerate in massima parte vane e senza scopo; la qual cosa sopprimerebbe tutti i principi pratici e per questo esporrebbe la natura, la cui sapienza deve del resto servire da principio fondamentale nel giudizio di tutti i rimanenti apparati, al sospetto di aver fatto solo con l'essere umano un gioco infantile.

Terza tesi

La natura ha voluto che l'uomo traesse interamente da se stesso tutto ciò che oltrepassa l'ordinamento meccanico della sua esistenza animale e che non divenisse partecipe di nessun'altra felicità o perfezione tranne quella che si fosse procurato da sé, libero dall'istinto, tramite la propria ragione.

La natura, cioè, non fa niente di superfluo e non è prodiga nell'uso dei mezzi per i suoi scopi. L'aver dato all'essere umano la ragione e la libertà del volere che si fonda su questa era già un segnale chiaro del suo intento riguardo al suo apparato. Egli, infatti, non doveva essere condotto dall'istinto o sostentato e informato con una conoscenza innata; doveva piuttosto trar tutto da se stesso. L'invenzione dei suoi mezzi di nutrimento, del suo vestiario, della sua sicurezza e difesa esterna (per la quale non gli ha dato né le corna del toro, né gli artigli del leone, né la dentatura del cane, ma solo le mani), ogni delizia che possa rendere la vita piacevole, anche il suo discernimento e prudenza e perfino la bontà del suo volere dovevano essere interamente opera sua. Sembra, qui, che la natura si sia compiaciuta della sua massima parsimonia e [020] abbia commisurato il suo apparato animale in modo così sobrio, così preciso per il bisogno supremo di una esistenza primitiva, come se avesse voluto che l'essere umano, se un giorno si fosse elevato dalla massima rozzezza alla più grande abilità, alla perfezione interiore del modo di pensare e quindi alla felicità (quanto è possibile sulla terra), dovesse averne interamente il merito ed essere grato solo a se stesso; come se avesse mirato di più alla sua stima di sé razionale che al suo benessere. Infatti in questo corso delle vicende umane c'è una intera schiera di fatiche che attende gli uomini. Sembra però che alla natura non sia importato affatto che egli vivesse bene, bensì che progredisse tanto da rendersi degno della vita e del benessere col suo comportamento. Rimane sempre sconcertante che le generazioni precedenti sembrino condurre i loro negozi penosi solo a favore delle successive e cioè per approntare per loro un livello dal quale portare più in alto la costruzione che la natura ha come intento, ma che solo le più tarde debbano avere la fortuna di abitare nell'edificio a cui ha lavorato (certo pur senza intenzione) una lunga serie di loro antenati, senza nemmeno poter partecipare alla felicità per la quale hanno compiuto la loro opera preparatoria. Ma per quanto ciò sia enigmatico, è allo stesso tempo necessario, una volta che si accetti che un genere animale debba avere la ragione e nondimeno arrivare, come classe di esseri razionali che muoiono tutti ma sono immortali come genere, a sviluppare completamente le sue disposizioni.

Quarta tesi

Il mezzo di cui si serve la natura per mettere in opera lo sviluppo di tutte le loro disposizione è il loro antagonismo nella società, in quanto però infine diventa causa di un ordine legittimo.

Qui per antagonismo intendo l'insocievole socievolezza degli esseri umani, cioè la loro tendenza a entrare in società che però è connessa con una resistenza pervasiva la quale minaccia costantemente di dividere questa società. La disposizione a ciò sta palesemente nella natura umana. L'essere umano ha una inclinazione ad associarsi perché in una tale situazione sente di più se stesso come essere umano, [021] cioè avverte lo sviluppo delle sue disposizioni naturali. Ma ha anche una grande tendenza a isolarsi, perché trova contemporaneamente in sé l'insocievole caratteristica di voler disporre tutto secondo le sue intenzioni, e perciò si attende ovunque resistenza, così come sa di sé di essere incline, da parte sua, a resistere contro gli altri. È proprio questa resistenza che risveglia tutte le forze dell'uomo, che lo porta a superare la sua tendenza alla pigrizia e, mosso dall'ambizione, dalla sete di potere o dall'avidità di procurarsi una posizione fra i suoi consoci, che non può patire, ma da cui non può neppure separarsi. Così avvengono i primi veri passi dalla rozzezza alla cultura, che consiste propriamente nel valore sociale dell'uomo; così vengono a poco a poco sviluppati tutti i talenti, formato il gusto, e addirittura, tramite un rischiaramento [Aufklärung] continuato, prodotto l'inizio della fondazione di un modo di pensare che può trasformare, col tempo, la grossolana disposizione naturale al discernimento etico in principi pratici determinati, e quindi, infine, una concordanza a una società estorta patologicamente in un intero morale. Senza quelle caratteristiche di insocievolezza, in sé certo non amabili, da cui scaturisce la resistenza che ciascuno deve necessariamente trovare nelle sue pretese egoistiche, tutti i talenti rimarrebbero eternamente celati nei loro germi, in un'arcadica vita da pastori di perfetta concordia, contentezza e reciproco amore: gli esseri umani, docili come le pecore che fanno pascolare, procurerebbero alla loro esistenza un valore a malapena maggiore di quanto ne abbia questo loro bestiame domestico; non riempirebbero il vuoto della creazione riguardo al loro scopo, in quanto natura razionale. Sia dunque reso grazie alla natura per l'intrattabilità, per la vanità che rivaleggia invidiosa, per la brama incontentabile di avere o anche di potere! Senza di esse, tutte le eccellenti disposizioni naturali dell'umanità sonnecchierebbero in eterno senza svilupparsi. L'essere umano vuole concordia; ma la natura conosce meglio che cosa è buono per il suo genere: essa vuole discordia. Egli vuole vivere comodo e contento; ma la natura vuole che si debba tuffare dall'indolenza e dalla contentezza inattiva nel lavoro e nelle fatiche, per escogitare in compenso anche il modo di trarsene di nuovo sagacemente fuori. I moventi naturali a ciò, le fonti dell'insocievolezza e della resistenza pervasiva, da cui scaturiscono tanti mali, ma che inducono ancora a un nuovo impegno delle forze, e perciò a un maggiore [022] sviluppo delle disposizioni naturali, rivelano l'ordine di un creatore sapiente, e non certo la mano di uno spirito maligno che si sia immischiato nel suo grandioso impianto o l'abbia rovinato per invidia.

Quinta tesi

Per il genere umano il problema più grande alla cui soluzione la natura lo costringe è il conseguimento di una società civile che amministri universalmente il diritto.

Poiché solo nella società, e precisamente quella che ha la massima libertà e quindi un pervasivo antagonismo dei suoi membri eppure la più precisa determinazione e assicurazione dei confini di questa libertà, perché possa coesistere con la libertà altrui, - poiché solo in essa può essere conseguito nell'umanità l'intento supremo della natura, cioè lo sviluppo di tutte le sue disposizioni, la natura vuole anche che essa debba ottenere da sé questo traguardo, come tutti gli scopi della sua costituzione; perciò una società nella quale la libertà sotto leggi esterne si ritrovi al massimo grado possibile connessa con un potere irresistibile, cioè una costituzione civile perfettamente giusta, deve essere il compito supremo della natura per il genere umano, perché la natura può raggiungere i suoi intenti ulteriori col nostro genere solo mediante la sua risoluzione e attuazione. A entrare in questo stato di coercizione l'uomo, altrimenti tanto favorevole a una libertà senza vincoli, è costretto dalla necessità, e precisamente dalla più grande di tutte, cioè quella che reciprocamente si infliggono gli esseri umani, le cui inclinazioni fanno sì che non possano esistere a lungo l'uno accanto all'altro in selvaggia libertà. Solo in un recinto come l'unione civile le medesime inclinazioni producono poi l'effetto migliore, come gli alberi in un bosco ottengono una crescita diritta e bella proprio in virtù del fatto che ciascuno cerca di togliere all'altro aria e sole e si necessitano a vicenda a cercarli sopra di sé, mentre quelli che, in libertà e separati l'uno dall'altro, gettano i loro rami a piacimento, crescono deformi, sbilenchi e storti. Ogni cultura e arte che adorna l'umanità, l'ordinamento sociale più bello, sono frutti dell'insocievolezza, che da se stessa è necessitata a disciplinarsi e così sviluppare pienamente i germi della natura con un'arte estorta.

[023]

Sesta tesi

Questo problema è allo stesso tempo il più difficile e quello che sarà risolto più tardi.

La difficoltà che già la semplice idea di questo compito pone davanti agli occhi è questa: l'essere umano è un animale che, se vive fra altri del suo genere, ha bisogno di un signore. Infatti egli abusa sicuramente della sua libertà rispetto ai suoi simili e sebbene come creatura razionale desideri una legge che ponga limiti alla libertà di tutti, la sua inclinazione animale egoistica però lo induce a esimersene quando è possibile. Perciò ha bisogno di un signore, che infranga la sua volontà particolare e lo necessiti a obbedire a una volontà universalmente valida, in cui ciascuno può essere libero. Ma dove va a prendere questo signore? Non altrove che dal genere umano. Questo signore, però, è ugualmente un animale che ha bisogno di un signore. Comunque si cominci, non si vede come ci si possa procurare un capo della giustizia pubblica che sia egli stesso giusto, sia che lo si cerchi in una persona singola, si che lo si cerchi in una associazione di molte persone scelte a questo scopo. Infatti ciascuno di loro abuserà sempre della sua libertà, se non ha nessuno al di sopra di sé che eserciti la forza su di lui secondo la legge. Il capo supremo, però, deve essere giusto di per se stesso e tuttavia essere un uomo. Perciò questo problema è il più difficile di tutti, anzi la sua soluzione integrale è impossibile: da un legno così storto come quello di cui è fatto l'uomo non si può costruire nulla di completamente diritto. Solo l'approssimazione a questa idea ci è imposta dalla natura. 48 Inoltre, che sia anche quella che viene posta in opera più tardivamente segue anche dal fatto che si richiedono, a questo proposito, concetti corretti della natura di una costituzione possibile, una grande esperienza esercitata per molti corsi del mondo, e in più una volontà buona preparata alla sua accettazione; però, questi tre elementi possono trovarsi insieme in un solo momento assai difficilmente, e, quando ciò avviene, solo molto tardi, dopo numerosi tentativi vani.

[024]

Settima tesi

Il problema dell'edificazione di una costituzione civile compiuta è dipendente dal problema di una relazione esterna fra stati conforme a legge e non può essere risolto senza di esso.

A che serve lavorare a una costituzione civile conforme a legge, cioè all'ordinamento di una cosa comune, fra gli esseri umani singoli? La medesima insocievolezza che li ha necessitati a ciò è di nuovo la causa per la quale ciascuna cosa comune in relazione con l'esterno, cioè come stato in rapporto a stati, sta in una libertà senza vincoli, e perciò l'uno deve aspettarsi dall'altro gli stessi mali che hanno oppresso gli esseri umani singoli e li hanno costretti a entrare in una condizione civile legale. La natura ha dunque di nuovo usato l'intrattabilità degli esseri umani, e anche delle grandi società e corpi statuali di questa specie di creature, come un mezzo per reperire in questo loro inevitabile antagonismo una condizione di pace e sicurezza, cioè, tramite le guerre, tramite la loro preparazione esasperata che non si allenta mai, tramite l'indigenza che finalmente ogni stato deve internamente sentire anche in piena pace, essa induce a tentativi imperfetti all'inizio, ma alla fine, dopo molte devastazioni, rivolgimenti e pure il generale esaurimento interno delle loro forze, a ciò che la ragione avrebbe potuto dire anche senza una così triste esperienza, e cioè: uscire dalla condizione senza legge dei selvaggi ed entrare in una lega di popoli [Völkerbund] in cui ciascuno stato, anche il più piccolo, possa aspettarsi sicurezza e diritti non dalla propria potenza, o dal proprio giudizio giuridico, ma solo da questa grande lega di popoli (Foedus Amphictyonum), 49 da una potenza unificata e dalla decisione secondo leggi della volontà unificata. Per quanto questa idea appaia da sognatori [schwärmerisch] e come tale sia derisa in un abate di Saint-Pierre o in un Rousseau (forse perché la credevano troppo vicina nel compimento), essa è tuttavia l'esito inevitabile della necessità in cui gli esseri umani si mettono reciprocamente, che deve appunto costringere gli stati alla decisione (per quanto arduo possa loro risultare) a cui l'uomo selvaggio fu costretto ugualmente controvoglia, e cioè: rinunciare alla propria libertà brutale e cercare quiete e sicurezza in una costituzione conforme a legge. - Dunque tutte le guerre sono altrettanto tentativi (certo non nell'intento degli esseri umani, ma in quello [025] della natura) di instaurare relazioni nuove fra gli stati e, tramite la distruzione o almeno lo smembramento dei vecchi corpi, di formarne di nuovi, i quali però a loro volta non sono in grado di conservarsi o in se stessi o l'uno accanto all'altro e devono patire nuove rivoluzioni simili, finché in parte internamente, tramite il miglior ordinamento possibile della costituzione civile, in parte esternamente, tramite una concertazione e legislazione comune, si istituisca finalmente uno stato [Zustand] che, in modo analogo a una cosa comune civile, possa mantenersi come un automa.

Se allora ci so debba attendere da un concorso epicureo di cause efficienti 50 che gli stati, come i piccoli atomi di materia sperimentino, per la loro collisione casuale, formazioni di ogni specie che sono a loro volta distrutte da un nuovo urto, finché per caso ne riesca una in grado di mantenersi nella sua forma (una fortunata coincidenza, che ben difficilmente avrà mai luogo); o se invece si debba assumere che la natura segua qui un andamento regolare nel condurre a poco a poco il nostro genere dallo stadio inferiore dell'animalità al grado supremo dell'umanità, e precisamente con un arte propria dell'uomo, per quanto estorta, e sviluppi quelle disposizioni originarie in questo ordine apparentemente selvaggio; o se si preferisca che da tutte queste azioni e reazioni degli esseri umani non ne esca complessivamente nulla, o almeno nulla di saggio, che tutto resterà come è stato da sempre e perciò non si può dire in anticipo se la discordia, che è così naturale al nostro genere, non prepari per noi alla fine un inferno di mali anche in una condizione così civilizzata, in quanto forse essa annienterà di nuovo questa stessa condizione e tutti i progressi compiuti finora nella cultura con barbarica devastazione (un destino per il quale non si può stare sotto il governo del cieco caso, al quale è di fatto identica la libertà senza legge, se non le si attribuisce un filo conduttore della natura segretamente legato alla sapienza!) - ciò va a finire approssimativamente nella domanda: è ragionevole assumere adeguatezza alla finalità [Zweckmäßigkeit] dell'impianto della natura nelle parti ma mancanza di scopo [Zwecklosigkeit] nel tutto? Dunque, quanto fece la situazione senza scopo dei selvaggi, cioè trattenere tutte le disposizioni naturali del nostro genere, ma alla fine, con tutti i mali in cui lo metteva, necessitarlo a uscire da questa situazione e a entrare in una costituzione civile, nella quale tutti quei germi possono essere sviluppati,[026] lo fa anche la libertà barbarica di stati già fondati, e cioè che, con l'uso di tutte le forze delle cose comuni per gli armamenti delle une contro le altre, con le devastazioni che la guerra compie, ma ancor di più con la necessità di tenersene continuamente preparati, lo sviluppo pieno delle disposizioni naturali viene certamente rallentato nel suo progresso, eppure i mali che ne scaturiscono necessitano il nostro genere, per la resistenza, in se salutare, di molti stati in reciproco confronto che deriva dalla loro libertà, a escogitare una legge d'equilibrio e un potere unificato che le dia forza, e quindi a introdurre una condizione cosmopolitica [weltbürgerlichen Zustand] di pubblica sicurezza statale, che non sia del tutto senza rischio, perché le forze dell'umanità non si intorpidiscano, ma neppure senza un principio di uguaglianza delle loro reciproche azioni e reazioni, perché non si distruggano a vicenda. Prima che abbia luogo questo passo (cioè pressoché soltanto a metà della sua formazione), la natura umana patisce i mali più crudeli sotto l'apparenza ingannevole di un benessere esteriore; e, non appena si tralasci questo ultimo gradino che il nostro genere ha ancora da salire. Rousseau non aveva così torto a preferire la situazione dei selvaggi Noi siamo in alto grado coltivati in virtù dell'arte e della scienza. Siamo civilizzati fino alla noia in ogni tipo di compitezza e di decoro sociale. Ci manca, però, ancora molto per poterci considerare moralizzati. Perché l'idea della moralità appartiene ancora alla cultura, ma l'uso di questa idea che porta soltanto al simulacro del buon costume [Sittenähnliche] nell'amore per l'onore e nel decoro esteriore è semplicemente civilizzazione. Ma finché gli stati impiegano tutte le loro forze per le loro vane e violente mire espansionistiche e così trattengono incessantemente il lento sforzo per la formazione interiore della mentalità dei cittadini e addirittura li privano di ogni appoggio per questo intento, non ci si deve aspettare nulla di questa specie: perché per ciò si esige, all'interno di ogni entità comune, un lungo lavoro per la formazione dei suoi cittadini. Però ogni bene che non si innesti sull'intenzione moralmente buona non è nient'altro che rumorosa apparenza e miseria brillante. In questa condizione il genere umano rimarrà finché non si sarà tratto fuori, nel modo che si è detto, dalla situazione caotica delle sue relazioni interstatali.

[027]

Ottava tesi

In grande la storia del genere umano può essere considerata come il compimento di un progetto nascosto della natura per instaurare una costituzione statale perfetta internamente e, a questo scopo, anche esternamente, come unica situazione nella quale essa può pienamente sviluppare tutte le sue disposizioni nell'umanità.

La tesi è un corollario della precedente. Si vede che anche la filosofia può avere il suo chiliasmo, tale però che la sua stessa idea, sebbene molto da lontano, può diventare utile per il suo avvento e dunque non è affatto fantastica [schwärmerisch]. Si tratta solo di capire se che l'esperienza scopra qualcosa di un tale andamento dell'intento della natura. Io dico: scopre qualcosa, ma poco, perché questo corso sembra richiedere un tempo così lungo per concludersi che, dalla piccola parte che l'umanità ha compiuto per tale intento, si può stabilire la forma della sua traiettoria e la relazione delle parti col tutto con tanta incertezza quanta quella dell'orbita che prende il nostro Sole con l'intera schiera dei suoi satelliti nel grande sistema delle stelle fisse, sulla base delle osservazioni celesti finora compiute; sebbene, per il principio universale della costituzione sistematica dell'universo e per il poco che si è osservato, ricaviamo dati abbastanza affidabili per concludere a favore dell'effettività di un tale corso circolare. 51 Ma ciò comporta che la natura umana non sia indifferente neppure nella considerazione dell'epoca più distante che il nostro genere deve incontrare, se solo si può attendere con sicurezza. Specialmente nel nostro caso ciò può aver luogo tanto meno in quanto sembra che noi potremmo far venire a essere più velocemente, con la nostra propria disposizione razionale, questo momento così lieto per i nostri discendenti. Per questo motivo anche delle deboli tracce della sua approssimazione diventano molto importanti per noi. Già adesso gli stati sono in una relazione reciproca così elaborata [künstlich] che nessuno di essi può calare in cultura interna senza perdere in potenza e influenza nei confronti degli altri; è dunque assicurato a sufficienza, se non il progresso, nondimeno la conservazione di questo scopo della natura, proprio in virtù degli intenti ambiziosi degli stati. Inoltre: anche adesso la libertà civile non può essere significativamente violata senza che se avverta il danno in tutte le attività economiche, specialmente nel commercio, ma così anche la diminuzione delle forze dello stato nei rapporti esterni. [028] Ma questa libertà avanza a poco a poco. Quando si impedisce al cittadino di cercare il proprio benessere in ogni modo che gli piaccia purché possa consistere con la libertà degli altri, si frena la vivacità del movimento complessivo e con ciò, ancora una volta, le forze dell'intero. Perciò la restrizione personale nel fare e nell'omettere sarà sempre più attenuata, si aggiungerà la libertà universale di religione e così scaturisce gradualmente, tra follia e capricci, il rischiaramento [Aufklärung], come un gran bene che il genere umano deve trarre perfino dagli egoistici intenti espansionistici dei suoi dominatori, purché questi comprendano il loro proprio tornaconto. Però questo rischiaramento, e con esso una certa partecipazione del cuore che l'essere umano illuminato non può evitare di avere per il bene che comprende pienamente, deve a poco a poco salire fino ai troni e avere influenza anche sui loro principio di governo. Per esempio, sebbene ora ai nostri governanti mondani non rimanga denaro per istituti pubblici di istruzione e in generale per quanto concerne il bene comune, perché tutto è già messo in conto in anticipo per la guerra futura, essi troveranno tuttavia un vantaggio loro proprio almeno nel non ostacolare gli sforzi, per quanto deboli e lenti, del loro popolo in questo ambito. Alla fine anche la guerra diverrà a poco a poco un'intrapresa non solo così artificiosa, così incerta nell'esito da ambo le parti, ma anche così sospetta per i postumi che lo stato risente da un debito sempre crescente (una nuova invenzione), la cui estinzione diventa imprevedibile, e inoltre l'influsso che ogni sommovimento di uno stato esercita su tutti gli altri, nel nostro continente tanto concatenato per le sue attività, diventa così visibile che questi, costretti dal loro stesso pericolo, si offrono come arbitri, sebbene senza valore legale, e così, partendo da lontano, predispongono tutto per un grande corpo statale futuro, del quale il passato non ha mostrato nessun esempio. Per quanto, per ora, questo corpo statale sia presente soltanto come un progetto molto rozzo, comincia però già a risvegliarsi, per così dire, un sentimento in tutte le membra. a ciascuna delle quali interessa la conservazione dell'intero: e questo dà speranza che dopo alcune rivoluzioni trasformative finalmente un giorno si attuerà ciò che la natura ha per intento 52 supremo, una condizione universale cosmopolitica [weltbürgerlicher Zustand], come il grembo in cui saranno sviluppate tutte le disposizioni originarie del genere umano.

[029]

Nona tesi

Un tentativo filosofico di trattare la storia universale secondo un disegno della natura che miri, nel genere umano, a una unificazione civile compiuta deve essere considerato possibile e anzi utile a promuovere questo intento della natura.

È certamente un progetto sconcertante e apparentemente insensato voler redigere una storia secondo un'idea di come dovrebbe andare il corso del mondo se dovesse essere adeguato a certi scopi razionali; sembra che, in un tale intento, si possa fare soltanto un romanzo. Se invece fosse lecito supporre che la natura non proceda, anche nel gioco della libertà umana, senza un disegno e un intento finale, questa idea potrebbe ben diventare utile e sebbene siamo di vista troppo corta per penetrare il meccanismo segreto della sua organizzazione, essa potrebbe però servirci da filo conduttore per rappresentare – almeno in grande - come un sistema un aggregato di azioni umane altrimenti casuale. Se si comincia dalla storia greca 53 – come quella tramite cui ogni altra storia più antica o contemporanea è per noi stata conservata o almeno deve essere certificata -; se si segue fino al nostro tempo il suo influsso sulla formazione e deformazione del corpo statale del popolo romano, che inghiottì lo stato greco, e l'influsso di quest'ultimo sui barbari che di nuovo lo distrussero; se poi si aggiunge, episodicamente, la storia degli stati degli altri popoli nel modo in cui la sua conoscenza ci è pervenuta a poco a poco proprio attraverso queste nazioni rischiarate, allora si scoprirà un andamento regolare di miglioramento della costituzione statale del nostro continente (il quale verosimilmente un giorno darà leggi a tutti gli altri). [030] Inoltre, se si considera dovunque la costituzione civile e le sue leggi nonché il rapporto fra gli stati, in quanto entrambi, con il bene che avevano in sé, servirono per un momento a esaltare e glorificare dei popoli (e con essi anche arti e scienze), ma a farli di nuovo cadere per il manchevole che li gravava, sempre però in modo tale che rimanesse un germe di rischiaramento il quale, ulteriormente sviluppato da ogni rivoluzione, preparava un grado successivo di miglioramento ancora superiore, si scoprirà, come credo, un filo conduttore che non può servire meramente per la spiegazione del gioco così confuso delle cose umane o per l'arte del pronosticatore politico dei mutamenti statali futuri (un utile che si è già altrimenti tratto dalla storia degli esseri umani anche quando la si riteneva effetto sconnesso di una libertà senza regola!); bensì verrà anche aperta (cosa che non si può fondatamente sperare senza presupporre un disegno della natura) una prospettiva confortante nella quale si rappresenta il genere umano in un lontano futuro, e come esso si elevi infine alla condizione in cui possono pienamente svilupparsi tutti i germi che la natura vi ha posto e possa essere realizzata la sua destinazione qui sulla terra. Una simile giustificazione della natura – o. meglio, della provvidenza – non è un movente insignificante per la scelta di un punto di vista speciale nella contemplazione del mondo. Infatti a che serve lodare la magnificenza e la sapienza della creazione nel regno naturale privo di ragione e raccomandarne la contemplazione, se la parte del gran teatro della sapienza suprema che contiene lo scopo di tutto questo – la storia del genere umano – deve rimanere una costante obiezione contraria, la cui vista ci necessita a volgere con sdegno lo sguardo altrove e, facendoci disperare di potervi mai trovare un intento razionale compiuto, ci induce a sperarlo solo in un altro mondo?

Che io, con quest'idea di una storia del mondo [Weltgeschichte] la quale abbia in un certo qual modo un filo conduttore a priori, voglia soppiantare l'elaborazione della storia [Historie] in senso proprio formulata in modo meramente empirico, sarebbe una interpretazione falsa; è solo un pensiero di ciò che una testa filosofica (che del resto dovrebbe essere molto erudita storicamente) potrebbe tentare da un altro punto di vista. Inoltre la meticolosità, altrimenti lodevole, con cui oggi si redige la storia del proprio tempo deve però portare ognuno naturalmente al dubbio su come i nostri discendenti tardi prenderanno ad [031] accogliere il carico di storia che noi vorremmo lasciar loro dopo qualche secolo. Senza dubbio apprezzeranno le epoche più antiche, i cui documenti, per loro, dovrebbero essere scomparsi da tempo, solo dal punto di vista di quel che interessa a loro, cioè di quanto popoli e governi hanno fatto o disfatto nell'intento cosmopolitico. Ma aver riguardo a questo, e allo stesso modo all'ambizione dei capi di stato come a quella dei loro servitori per orientarli all'unico mezzo in grado di portare la loro memoria gloriosa fino all'epoca più lontana può rappresentare ancora un piccolo movente ulteriore per tentare una tale storia filosofica.



[46] Le traduzioni dei singoli saggi kantiani sono sottoposte a una licenza meno restrittiva (by-sa) di quella del testo nel suo complesso in modo tale che chiunque possa essere libero di modificarle ed emendarle purché riconosca la maternità della mia versione e distribuisca l'opera derivata con la medesima licenza. Le traduzioni dei classici devono essere libere: è molto più semplice attualizzare e correggere una versione già esistente, che costringere - come nell'attuale regime del diritto d'autore - generazioni di studiosi a reinventare la ruota. [N.d.T.]

[47] I. Kant, «Idee zu einer allgemeinen Geschichte in weltbürgerlicher Absicht,» in Berlinische Monatsschrift, 04 (November), 1784, pp. 385-411. I riferimenti numerici fra parentesi nel testo riguardano il volume VIII dell'Akademie-Ausgabe (http://korpora.org/Kant/aa08/).

[48] Il ruolo dell'essere umano è dunque pensato con molta arte [künstlich]. Come sia con gli abitanti di altri pianeti e la loro natura, non lo sappiamo; se però eseguiamo bene questo incarico della natura, potremmo ben lusingarci di essere autorizzati a tenere una posizione non bassa fra i nostri vicini nell'edificio del mondo. Da loro, forse, ogni individuo può pienamente conseguire la sua destinazione nella sua vita. Da noi è altrimenti: lo può sperare solo il genere.

[49] La lega anfizionica era una organizzazione religiosa interellenica finalizzata al sostegno comune di un tempio o di un altro luogo sacro. In questo senso, non poteva originariamente intendersi come una normale alleanza militare. Kant usa questa reminescenza classica proprio con l'intento di alludere a qualcosa di differente da un mero trattato fra stati. [N.d.T.]

[50] Kant allude alla dottrina epicurea del clinamen, la deviazione casuale che conduce gli atomi da una caduta in linea retta nel vuoto infinito a formare aggregazioni e dunque corpi estesi (Lucrezio, De rerum natura, II.293-294).[N.d.T.]

[51] Il Sole ha effettivamente un moto di rivoluzione attorno al centro della nostra galassia, la Via Lattea. Kant aveva proposto questa tesi nel suo Allgemeine Naturgeschichte und Theorie des Himmels oder Versuch von der Verfassung und dem mechanischen Ursprunge des ganzen Weltgebäudes, nach Newtonischen Grundsätzen abgehandelt, del 1755, nel quale aveva ipotizzato che la Via Lattea fosse un corpo rotante composto da un gran numero di stelle tenute assieme dalla forza di gravità e che alcune nebulose visibili nel cielo notturno fossero altre galassie simili a quella in cui noi ci troviamo. [N.d.T.]

[52] Gli appunti di Giuliano Marini suggeriscono talvolta di rendere Absicht con il calco “traguardo”. Questa versione invece ha adottato la traduzione “intento” perché questo termine, il cui spettro semantico contiene anche l'idea di "meta", si può usare con coerenza in tutte le occorrenze di Absicht. [N.d.T.]

[53] Solo un pubblico colto [gelehrtes Publicum] che dal suo inizio sia durato ininterrottamente fino a noi può autenticare la storia antica. Al di là di quello è tutto terra incognita; e la storia dei popoli che ne vivono al di fuori si può cominciare soltanto dall'epoca in cui vi entrarono. Questo avvenne col popolo ebraico al tempo dei Tolomei tramite la traduzione greca della Bibbia, senza la quale si potrebbe attribuire poca fede alle sue comunicazioni isolate. Da allora (se questo inizio è stato appropriatamente individuato) in poi si possono seguire i suoi racconti. La prima pagina di Tucidide (dice Hume [in Of the Populousness of Ancient Nations, 1742, http://www.econlib.org/library/LFBooks/Hume/hmMPL34.html#anchor_bb139 (N.d.T.)] è l'unico inizio di ogni vera storia.


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Sette scritti politici liberi by Maria Chiara Pievatolo is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Italy License