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A. Bibliografia

Questo libro non vuole offrire un'ulteriore versione al commercio dei kantisti italiani, bensì restituire la traduzione di un classico alla libertà dell'uso pubblico della ragione. A questo scopo, le sue scelte bibliografiche s'ispirano a una criterio che merita di essere giustificato. Nel 1999 Giuliano Marini chiudeva un suo articolo, «Sulle traduzioni italiane di alcuni termini kantiani aventi rilevanza giuridico-politica», 365 ricordando la sua esperienza di traduttore della Filosofia del diritto hegeliana, con questa osservazione:

Vorrei concludere, mosso anche dalla mia esperienza di questo testo hegeliano e della sua traduzione italiana, notando che la mia richiesta agli studiosi perché mi indicassero, pubblicamente o privatamente, errori e soluzioni non soddisfacenti, da me pubblicamente avanzata nella premessa alla prima edizione, ha avuto un'accoglienza quasi nulla, perché ho potuto valermi soltanto di indicazioni di studiosi con i quali è frequente una consuetudine di conversazione o di lavoro. Credo che sarebbe assai benefica invece una tale disinteressata collaborazione, con osservazioni critiche o suggerimenti, da parte di tutto coloro che hanno a cuore questo ambito di studi. In questa sede mi permetto di incoraggiare una simile consuetudine, nell'ambito della comunità italiana degli studiosi di Kant, e di darne da parte mia un pubblico esempio, che spero almeno faccia apparire le mie osservazioni in benevola luce, agli occhi degli studiosi da me menzionati.

Il professor Marini pensava e scriveva per la stampa accademica, ma chiedeva ai colleghi qualcosa che trascendeva quel mondo: la traduzione di un classico dovrebbe essere un terreno comune, un commons, 366 sul quale tutti dovrebbero avere interesse a cooperare, in modo tale che al traduttore fosse riconosciuta gratitudine per il suo lavoro e i suoi critici ricevessero un pari apprezzamento per le loro correzioni. Ne risulterebbe un oggetto condiviso, in continuo progresso, che offrirebbe al pubblico dei lettori quello che, allo stato dell'arte, sarebbe il nostro meglio, e un punto di partenza affidabile agli studiosi di professione. Ma tutto questo, in passato, era strutturalmente impossibile, a causa del combinato disposto del privilegio intellettuale e del sistema tradizionale di valutazione della ricerca in ambito umanistico.

Il privilegio intellettuale si fonda sulla finzione che ogni singola opera dell'ingegno sia creata interamente dall'individuo, 367 anche perché ciò che nasce e rimane inteso come produzione collettiva – mito, religione, algoritmo o ideale politico – si sottrae pericolosamente alla censura e al monopolio. Chi contribuisce a migliorare una traduzione non lavora per se stesso e non ottiene nulla più di un ringraziamento o una nota a piè di pagina: nessuno ha interesse a essere disinteressato, eccezion fatta per qualche giovane studioso a caccia di legittimazione. E se le osservazioni critiche sono contenute in un testo pubblicato, esse verranno percepite come un attacco, indipendentemente dalle intenzioni di chi scrive: il testo licenziato per le stampe rimane con tutti i suoi errori, a disonorare la madre come un figlio illegittimo. 368

Figlio legittimo di chi fa ricerca dovrebbe essere il suo contributo al dibattito scientifico, non nel suo isolamento, bensì in quanto parte – superabile - di un discorso collettivo continuamente progrediente. Ma il sistema di valutazione della ricerca che si è affermato dall'età moderna ci ha abituato a preferire i bastardi: i limiti tecnologici ed economici della stampa, il privilegio intellettuale e il peer review hanno indotto a confondere il contributo al dibattito con la “pubblicazione” dei nostri testi presso un groppo ristretto di editori e di riviste, generando monopolio e oligarchia. 369 Chi infatti è in condizione di scegliere i testi da pubblicare ha in mano un potere censorio non trasparente, perché preliminare allo sguardo del pubblico: lo spazio dell'uso della ragione, nel mondo della stampa, è una piazza illuminata a sprazzi, i cui accessi sono controllati da incontrollabili demoni.

La rete, abbattendo i costi della pubblicazione, può rendere più chiaro questo mondo opaco, come ha colto il movimento per l'open access publishing. Una traduzione protetta da una licenza libera può diventare un oggetto collettivo costituito dalla sedimentazione dei contribuiti di studiosi professionali e di citizen scientists, 370 e da una prassi interpretativa pubblica. Gli strumenti per fare tutto questo esistono già. Esistono archivi elettronici aperti tanto istituzionali quanto disciplinari, 371 esiste una infrastruttura europea per l'accesso aperto, promossa dalla Commissione UE e dell'European Research Council, 372 esistono delle linee guida per l'accesso aperto approvate dalla Crui, 373 in seguito a un impegno istituzionale assunto – almeno formalmente - da quasi tutti gli atenei italiani. Esistono riviste ad accesso aperto, 374 con forme di peer review ex ante ed ex post. Ed esistono perfino editori 375 -come quello di questo testo – che, non trattando l'accesso aperto come un pericolo, mantengono pubblico ciò che è finanziato con denaro dei cittadini o delle associazioni di studiosi. 376 La liberazione della scienza per l'uso pubblico della ragione è, in questo momento, una possibilità tutt'altro che teorica.

Ciò nonostante, moltissimi studiosi continuano a pubblicare ad accesso chiuso. Molti lo fanno per indifferenza, alcuni per debolezza, 377 pochi perché tengono alla loro posizione di potere entro il recinto di filo spinato dell'editoria ad accesso chiuso: «Better to reign in Hell, then serve in Heaven». 378 Nel momento in cui questo testo viene scritto, la stessa Società italiana di studi kantiani persiste nell'adottare, per la sua rivista, la pubblicazione ad accesso chiuso, sebbene il suo editore goda – fuori mercato - della garanzia delle quote versate dai soci. Sarebbe interessante che chi ha fatto questa scelta spiegasse pubblicamente per quale motivo essa promuove gli studi di Kant, anziché ostacolarli.

In attesa di questa spiegazione, la nostra bibliografia comprende esclusivamente materiale ad accesso aperto. 379 Per Kant, l'uso pubblico della ragione presuppone la partecipazione alla società dei cittadini del mondo: tutte le barriere all'accesso che non siano giustificate – come poteva essere nel XVIII secolo - da insuperabili limitazioni economiche e tecnologiche formano spazi di discussione particolari, nei quali la ragione, se ha un uso, lo ha soltanto privato. Includere in bibliografia testi ad accesso chiuso sarebbe come lavorare non per chi serve in cielo, ma per chi regna all'inferno. 380

Fonti kantiane ad accesso aperto

Archivio “Giuliano Marini”: nato per raccogliere le opere di Giuliano Marini, è aperto a chiunque voglia depositarvi i propri studi kantiani: http://archiviomarini.sp.unipi.it

«Das Bonner Kant-Korpus»: edizione elettronica delle opere di Kant che comprende i volumi 1-23 dell'Akademie-Ausgasbe, nonché l'epistolario e le annotazioni manoscritte dal Nachlass, ancora in corso di elaborazione: http://www.korpora.org/kant/

Immanuel Kant in Italia, a cura di P. Giordanetti http://users.unimi.it/ ~it_kant/it_kant.htm

Immanuel Kant Information Online, frutto dell'iniziativa congiunta del Marburger Kant-Archiv e della Göttinger Akademie der Wissenschaften http://web.uni-marburg.de/kant//webseitn/

Kant e-Prints, rivista elettronica internazionale ad accesso aperto della Seção de Campinas della Sociedade Kant Brasileira: http://www.cle.unicamp.br/kant-e-prints/.

Kantiana.it : Testi - ricerche - materiali sull’irradiazione di Kant, a cura di G. Landolfi Petrone http://www.kantiana.it

Kant on the Web: risorse e traduzioni kantiane, a cura di S. Palmquist http://www.hkbu.edu.hk/~ppp/Kant.html

Kant Studies Online: A free peer reviewed open-access journal: http://www.kantstudiesonline.net



[365] In: Kant e la morale. A duecento anni da "La metafisica dei costumi", Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, Pisa-Roma, 1999, pp. 113-122; http://archiviomarini.sp.unipi.it/114/, corsivi miei.

[366] Su un tema come questo Elinor Ostrom ha vinto il premio Nobel per l'economia nel 2009. Si veda per esempio C. Hess -E. Ostrom (eds), Understanding Knowledge as a Commons, The Mit Press, Cambridge (Mass.) -London, 2007.

[367] Nella pratica accademica, a dispetto di tutte le teorie sull'intertestualità del web, l'autore tuttavia sopravvive, come uno scheletro moderno in un armadio postmoderno: L. Ede, A.A. Lunsford, «Collaboration and Concepts of Authorship», PMLA, vol. 116, no. 2, 2001, pp. 354-369.

[368] Come aveva capito Platone (Fedro, 275d-276a), un testo scritto sta sempre in un rapporto di filiazione illegittima con il suo autore, perché è condannato a restare immobile, senza poter correggere se stesso. Questa condizione è stata alterata soltanto dalla rete, che ha reso la scrittura modificabile e interattiva (S. Harnad, «Back to the Oral Tradition Through Skywriting at the Speed of Thought», 2003 http://cogprints.org/3021/).

[369] Si veda il primo capitolo di F. Di Donato, La scienza e la rete, FUP, Firenze, 2009 http://www.fupress.com/scheda.asp?IDV=1953.

[370] A. Wright, «Managing Scientific Inquiry in a Laboratory the Size of the Web», New York Times, December 27, 2010 http://www.nytimes.com/2010/12/28/ science/28citizen.html?_r=1. «Internet è la dimostrazione fattuale del notevole potere di elaborazione dell'informazione di una rete decentralizzata di dilettanti, amatori, università, aziende, gruppi di volontari, professionisti, esperti in pensione e chissà quant'altro»: J. Boyle, «Mertonianism Unbound? Imagining Free, Decentralized Access to Most Cultural and Scientific Material» p. 127, in C. Hess -E. Ostrom (eds), op. cit., pp. 123-143.

[371] PLEIADI: Portale per la Letteratura scientifica Elettronica Italiana su Archivi aperti e Depositi Istituzionali: http://www.openarchives.it/pleiadi/modules/my-links/.

[372] Open Access Infrastructure for Research in Europe: http://www.openaire.eu/.

[374] Directory of Open Access Journals: http://www.doaj.org/.

[375] Sherpa/Romeo. Publisher copyright policies & self-archiving: http://www.sherpa.ac.uk/romeo/.

[376] La Società italiana di filosofia politica, per esempio, offre al pubblico un archivio elettronico ad accesso aperto: www.sifp.it.

[377] La pubblicazione ad accesso aperto non è un ripiego per studiosi mediocri. Ci vuole più coraggio a esporsi al giudizio di tutti nello spazio libero dell'uso pubblico della ragione, che a restare nascosti nella propria conventicola protetti da una rete di “conoscenze” e gerarchie di potere editoriale e accademico: la franchezza del professore universitario è rara, difficile e rischiosa perché il suo stesso appartenere alla corporazione lo rende ricattabile.

[378] J. Milton, Paradise Lost, 263.

[379] Per quanto ci siamo sforzati di essere generosi nella definizione di “accesso aperto”, la nostra lista è desolatamente breve. Buona parte dei siti sono legati a iniziative di singoli individui o gruppi che, sebbene meritorie, non possono supplire alla consapevolezza collettiva di una comunità e alle politiche editoriali accettate dalle società di studi kantiani, con la lodevole eccezione della Seção de Campinas della Sociedade Kant Brasileira.

I riferimenti citati nelle note a piè di pagina sono per lo più materiale ad accesso aperto tratto da siti “generalisti”, la cui presenza è dovuta o a scelte personali o a politiche di archiviazione adottate da stati ed enti di ricerca, o alle scansioni di materiale di pubblico dominio prodotte da Google Books e da Archive.org. Abbiamo scelto di non includerli in questa bibliografia -riservandola ai soli siti specializzati – per non fare apparire ingannevolmente lungo un elenco che è – nel momento in cui questa nota viene scritta - tristemente breve.

[380] Questo scelta ha condotto a citare, come rappresentanti di posizioni e tesi, articoli ad accesso aperto composti da dottorandi piuttosto che opere più famose ad accesso chiuso. Ma quando si ha a che fare con idee, è davvero importante associarvi questo o quel nome? L'assenza di Platone dai i suoi dialoghi, che serviva a rappresentare il sapere come qualcosa di sovraindividuale, frutto di una ricerca cooperativa (L. Edelstein, «Platonic Anonymity», The American Journal of Philology, 83/1. 1962, pp. 1-22), non gli ha impedito di diventare il padre della filosofia occidentale.


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