Tetradrakmaton

Lo Ione di Platone

Bollettino telematico di filosofia politica
btfp

Una sorte divina (533d-535a)

Secondo Socrate, Ione non è detentore di una techne, ma di una potenza (dynamis) divina, che agisce come un magnete (533d). 5 Il magnete non solo attrae gli anelli di ferro, ma gli trasmette il suo potere d'attrazione, così che da una singola calamita si può formare una lunga catena di oggetti magnetizzati. E così fa anche la Musa che rende pieni di divinità (entheous) e attraverso quelli che ispira direttamente l'entusiasmo si diffonde ad altri, formando una catena di ispirati. I poeti epici compongono i loro poemi non per techne ma in quanto entheoi, e analogamente quelli lirici (553e), simili in questo ai posseduti da furore coribantico.

Di entusiasmo nel senso, etimologico, di possessione divina, si parla anche nel Fedro, a proposito dell'eros filosofico, sulla base di una classificazione sistematica della follia. Sia nell'entusiasmo poetico, sia in quello filosofico l'individuo trascende se stesso in un attività al di là del mero calcolo degli interessi: nel caso della filosofia, però, esso ha per oggetto la comprensione del mondo secondo le idee, tramite il ragionamento. I poeti, invece, appena vengono investiti dalla melodia e dal ritmo perdono il senno come baccanti (534a)

Infatti il poeta è una cosa leggera, alata e sacra, e non sa poetare prima di esser divenuto invasato dalla divinità (entheos) e fuori di sé, e l'intelletto non stia più in lui. L'essere umano che ne ha il possesso è incapace di poetare e di profetizzare (534b).

I poeti, dunque, non cantano per techne, ma per una theia moira (sorte divina), secondo la quale la Musa assegna a chi la capacità di comporre ditirambi, a chi quella di comporre encomi, o iporchemi, o epica, o giambi. La potenza della divinità, e non la loro competenza, è all'origine della loro performance (534c). Il dio li priva dell'intelletto e li usa come suoi ministri, come profeti e divinatori, perché sia chiaro che è lui che parla attraverso di loro - come indica il caso di Tinnico di Calcide, poeta mediocre il quale però compose un solo, memorabile, peana che tutti cantano (534d). Questa «invenzione delle Muse» mostra che il poeta è soltanto un tramite (543e).

La rappresentazione dei poeti come interpreti inconsapevoli è presente anche nell'Apologia: Socrate giunge a questa conclusione dopo averli esaminati allo scopo di confutare l'oracolo di Delfi, dimostrando qualcuno è più sapiente di lui. Ma l'uso dell'espressione theia moira indica un collegamento molto più politico, con la conclusione del Menone.

Nell'ultima parte del Menone Socrate riconosce l'eccellenza dei politici che hanno forgiato la democrazia ateniese. Non riconosce, però, la scientificità del loro sapere, che è opinione corretta, e non scienza - una opinione corretta professata solo in virtù di una theia moira. L'ispiratore dell'accusa a Socrate, Anito, che è uno dei protagonisti del dialogo, interpreta questa affermazione come un attacco alla democrazia diretta, perché sembra negare la competenza del popolo a governare se stesso. La posizione di Socrate è però, più articolata: egli non sta mettendo in discussione quello che il popolo sa, ma si sta chiedendo in che modo lo sa. Un sapere non giustificato razionalmente è affidato alla sorte la quale - per quanto divina possa essere - rende contingente anche la cultura più ricca e più forte.

Ione, però, è lontano da queste sottigliezze: quanto gli dice Socrate gli sembra solo un complimento: è dunque pronto a riconoscere che una theia moira rende i poeti interpreti delle divinità (535a).

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Lo Ione di Platone by Maria Chiara Pievatolo is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.
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