Tetradrakmaton

Il Fedro di Platone

Bollettino telematico di filosofia politica
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Scrivere nell'anima (Fedro 276a-277a)

Abstract

According to Socrates, the "legitimate brother" of the written speech is “the speech which is written with science in the soul of the learner, which is able to defend itself and knows to whom it should speak, and before whom to be silent”. (276a) While the written speech, just like a bastard son, does not inherit the father's authority and is always in need of a direct intervention of him, the speech written in the soul is able to defend itself because it can be "written" in it only if the learner understands the connection of ideas it conveys. However, why does Socrates assert that the written speech is impermanent and short-lived, even if he has admitted its usefulness in storing information? To answer such a question we should bear in mind that a written text can be disseminated and understood across the generations only if there is a scientific community that is keeping on discussing it and it may be freely copied and distributed.

Socrate propone di considerare un altro tipo di discorso, fratello del discorso non interattivo precedentemente analizzato, ma «legittimo». (276a) Per capire il senso di questa metafora, dobbiamo ricordare quanto detto in 275d-e: il testo scritto è figlio dello scrittore ma non è in grado di far valere il suo rapporto di filiazione. Se attaccato, l'autorità paterna non scaturisce dal testo, che ripete sempre la stessa cosa, a meno che lo scrittore non intervenga personalmente. Per questo, esso si trova nella condizione di un figlio illegittimo, non riconosciuto ufficialmente, il quale può essere difeso dal padre solo se questi interviene in prima persona. Un figlio legittimo, di contro, ha dei diritti derivanti dal riconoscimento paterno e può difendersi da sé, in base al suo ruolo entro una catena di autorità. Socrate definisce il secondo discorso così:

Socrate: - E' [il discorso] che è scritto con scienza (episteme) nell'anima di chi impara, che è capace di difendersi da sé e che sa davanti a chi bisogna parlare e davanti a chi bisogna tacere.-

Fedro: - Stai parlando del discorso di chi sa, vivente e animato (empsychon), del quale quello scritto si potrebbe a buon diritto dire un simulacro (eidolon)? - (276a)

Secondo Socrate, il testo scritto è paragonabile ai "giardini di Adone" - vasi in cui si facevano crescere pianticelle effimere, in occasione della festività di Adone - (276b) e comporre testi equivale a scrivere nell'acqua (276c). Chi conosce il bello e il giusto

seminerà i giardini di lettere e scriverà per gioco, se scriverà, raccogliendo un tesoro di hypomnèmata (ricordi) per se stesso, qualora giunga alla vecchiaia, l'età della dimenticanza (lethe), e per chiunque sia partecipe della medesima traccia. (276d)

Ma è molto più bello impegnarsi sul serio qualora, valendosi dell'arte dialettica (dialektiké techne) e presa un'anima appropriata, con scienza (episteme) si piantino e si seminino discorsi, i quali sono in grado di venire in aiuto a se stessi e a chi li ha piantati e che, invece di essere sterili, hanno un seme da cui nasceranno sempre altri discorsi in altri caratteri, così da riuscire a rendere il processo immortale, e da far felice chi lo possiede nel più alto grado possibile a un essere umano. (276e-277a)

Socrate attribuisce un potenziale di immortalità ai discorsi "scritti nell'anima", mentre tratta il testo come effimero, pur avendogli riconosciuto, fin da principio, la capacità di conservare informazione. Questo atteggiamento si spiega soltanto in parte con la tesi secondo cui la componente nozionistica (hypòmnesis) può diventare sapere esclusivamente tramite un'elaborazione critica interattiva compiuta da persone capaci di anamnesis: le immagini usate nel testo suggeriscono infatti che i discorsi scritti nell'anima siano anche più durevoli nel tempo. Dobbiamo dunque chiederci se attribuire il primato ai testi o ai discorsi scritti nell'anima non conduca a strategie comunicative differenti e a esiti diversi.

  1. Se il testo scritto viene adottato come strumento esclusivo per la conservazione e comunicazione del sapere, si deve tenere conto che esso circola per le mani di tutti e non sa difendersi (275d-e). Per diffondere un testo nel tempo e nello spazio occorre riprodurlo: ma, se lo scrittore lo abbandona a se stesso, è facile mutilarlo o alterarlo, per ignoranza o per malizia. L'unico modo per conservare la sua integrità è il controllo della copia. Tuttavia, la copia non è soltanto il vettore della contraffazione, ma anche un medium essenziale per la diffusione spaziale e temporale dello scritto. Il controllo della copia avrà pertanto come conseguenza una limitazione della diffusione del testo; sarà dunque più facile che le copie disponibili, essendo in minor numero, vadano perdute o per l'usura del tempo o per qualche catastrofe. 8 Inoltre, una scarsa circolazione dei testi renderà esigua la comunità culturale che li conosce, così che, anche se un determinato libro riuscisse fisicamente a sopravvivere, sarebbe comunque soggetto al rischio di diventare incomprensibile, perché nessuno più è in grado di interpretarlo.

  2. Chi prende sul serio il compito di "scrivere nell'anima" si dedicherà alla creazione di una comunità culturale e tratterà il testo scritto come un semplice ausilio mnemonico, che può produrre sapere solo se una persona in grado di seguirne le tracce lo leggerà attentamente. Di conseguenza, non avrà motivo di controllare la copia dei suoi scritti, che circoleranno liberamente, sia pure con il rischio di ricevere versioni alterate o apocrife. 9 La continuità della tradizione culturale, dovuta alla continuità di una comunità di persone che perdura sia grazie all'istruzione diretta, sia grazie all'interpretazione di testi facilmente accessibili, assicurerà il perpetuarsi del sapere.

Platone adottò con successo la seconda strategia. Se è vero che al suo Socrate sta a cuore la continuità temporale di una tradizione scientifica, il Fedro non allude a un corpus di dottrine non scritte riservate agli iniziati e tramandate soltanto oralmente, bensì a un dispositivo che combina il compito di costruire una comunità di discussione capace di continuità intergenerazionale 10 e l'uso ausiliario di scritti destinati alla libera circolazione. 11

Link rilevanti

Platone. Fedro 276a-277a.



[8] L'antichità non conosceva il copyright, una invenzione moderna derivante dalla pressione congiunta degli interessi economici degli stampatori e degli interessi censori dei monarchi; tuttavia i testi circolavano poco a causa dei limiti della tecnologia di riproduzione disponibile - la copia manuale -, mentre le biblioteche - si pensi ad esempio alla biblioteca di Alessandria - erano esposte alle catastrofi della storia.

[9] Questo è stato il destino dei testi di Platone, il cui corpus è composto dall'Apologia, da 34 dialoghi e da 11 lettere. Il grammatico Trasillo, vissuto nel I secolo d.C., ha suddiviso questi testi in nove tetralogie. Questa classificazione è suggerita o dai legami di continuità fra le opere posti da Platone stesso, o da una comune ambientazione, ed è ancora seguita nelle edizioni critiche di Platone.

  1. Eutifrone, Apologia, Critone, Fedone
  2. Cratilo, Teeteto, Sofista, Politico
  3. Parmenide, Filebo, Simposio, Fedro
  4. Alcibiade I, Alcibiade II, Ipparco, Amanti
  5. Teage, Carmide, Lachete, Liside
  6. Eutidemo, Protagora, Gorgia, Menone
  7. Ippia maggiore, Ippia minore, Ione, Menesseno
  8. Clitofonte, Repubblica, Timeo, Crizia
  9. Minosse, Leggi, Epinomide, Lettere

Esistono poi, fuori dalle tetralogie, altri dialoghi considerati spuri già nell'antichità. Nelle tetralogie, non sono platonici l'Alcibiade II, l'Epinomide, gli Amanti. L'autenticità di Ipparco, Alcibiade I, Clitofonte (probabilmente platonici), Minosse e Teage (probabilmente spuri) è variamente discussa, così come quella del corpus delle Lettere (ma la VII e l'VIII sono considerate autentiche).

[10] Platone fondò nel 387 a.C. una scuola, l'Accademia, che sopravvisse fino al 529 d.C., quando fu soppressa per volere dell'imperatore bizantino Giustiniano.

[11] Nella tradizione islamica tutta la conoscenza viene da Dio e tutti i testi derivano dalla scrittura di Dio. Il Corano, incarnando la parola di Dio, non può appartenere a nessuno. Ci sono Iman che custudiscono la sua verità, ma la conoscenza è trasmessa tramite la recitazione: il termine "Corano" significa, appunto, "recitazione" e allude alla trasmissione orale della parola vivente da maestro a discepolo. Il libro, proprio come sosteneva Platone, è solo uno strumento per rinfrescare la memoria: i manoscritti, pertanto, vanno continuamente rivisti alla luce della parola vivente (C. Hesse, «The rise of intellectual property, 700 b.c.–a.d. 2000: an idea in the balance», Daedalus, Spring 2002, p. 27).


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