Tetradrakmaton

Il Cratilo di Platone

Bollettino telematico di filosofia politica
btfp

La lingua come convenzione (384c-390e)

La tesi iniziale di Ermogene (384c-384e)

Ermogene sostiene - pur dicendosi disposto a mutar posizione se qualcuno gli dimostra la debolezza della sua tesi (384e) - che la correttezza dei nomi, o, come diremmo noi, delle parole, è frutto solo della convenzione e dell'accordo. I nomi, cioè, non sono connaturati alle cose su cui insistono, ma dipendono dal nomos e dal costume. Qualsiasi nome sia imposto a una cosa è quello giusto: come cambiamo il nome dei nostri schiavi, così possiamo mutare ad arbitrio i nomi delle cose (384d).

La tesi convenzionalistica di Ermogene considera, in realtà, due livelli di "denominazione":

  1. l'assegnazione, cioè l'atto con cui l'oggetto viene "battezzato" ricevendo un nome;

  2. l'uso del linguaggio, cioè il modo in cui l'oggetto viene chiamato nei discorsi quotidiani.

Dire che i nomi sono convenzionali in sede di assegnazione non implica, di per sé, che anche il loro uso sia arbitrario. L'uso, infatti, per chiunque non sia Humpty Dumpty, può ben essere soggetto alle norme stipulate nell'atto dell'assegnazione. 5

Quando Ermogene ricapitola la sua tesi indica di aver presente questa distinzione. Infatti impiega due verbi diversi, tithemi (pongo) per l'assegnazione e kaleo (chiamo) per l'uso: «a me è possibile chiamare ciascuna cosa con un certo nome, che io ho posto, a te con un altro, che a tua volta tu hai posto» (385d).

La radicalizzazione socratica (385a-385e)

Socrate interroga Ermogene: il nome dell'oggetto è dunque il nome con cui qualcuno chiama l'oggetto? E questo vale sia quando il chiamante è un individuo singolo (idiotes), 6 sia quando è una società o polis? 7 Quindi - chiede ancora Socrate - se un singolo chiama il cavallo "uomo" e l'uomo "cavallo", allora pubblicamente il nome giusto per una stessa cosa, l'uomo, sarà "uomo" e privatamente sarà "cavallo"? Ermogene risponde di sì (385a).

Mentre Ermogene distingue fra l'assegnazione e l'uso del nome, Socrate - che impiega esclusivamente il verbo kaleo - interpreta la sua tesi obliterando questa distinzione: 8 gli è possibile farlo perché Ermogene afferma che l'assegnazione può essere non solo una stipulazione collettiva, ma anche un atto individuale. Ma se io come singolo, avvicinandomi pericolosamente a Humpty Dumpty, assegno un nuovo nome ogni volta che dispiego la voce per indicare un oggetto, la convenzionalità del linguaggio diventa arbitrarietà.

Socrate chiede a Ermogene se c'è qualcosa che lui chiama "dire il falso" e "dire il vero". Il suo interlocutore risponde di sì. Se è così, allora, deve anche riconoscere che c'è un discorso falso e un discorso vero (385b).

Socrate: È dunque possibile dire con il discorso le cose che sono e quelle che non sono?

Ermogene: Certo (385b). 9

La risposta di Ermogene è obbligata: sostenere l'impossibilità dei discorsi veri lo avrebbe privato degli strumenti per dimostrare la validità della sua stessa tesi. Socrate, ottenuta questa ammissione, gli chiede se un discorso vero è tale nella sua interezza, oppure solo parzialmente. Ermogene sceglie la prima opzione, che lo costringe ad ammettere che anche le parti elementari del discorso - i nomi - possono essere veri (385c), e che in generale è possibile assegnare agli oggetti nomi "falsi" e nomi "veri".

Ermogene, però, ribadisce che per lui l'unica correttezza del nome è quella convenzionale: «a me è possibile chiamare ciascuna cosa con un certo nome, che io ho posto, a te con un altro, che a tua volta tu hai posto»; e la stessa convenzionalità vale per le lingue parlate nelle società, dai greci e dai barbari (385d).

Ermogene e Protagora (385e-386d)

Socrate ha radicalizzato la tesi di Ermogene con l'intento di esplorare il nesso fra convenzionalismo linguistico e relativismo gnoseologico. A questo scopo, chiede a Ermogene se anche lui pensa che l'ousia o essenza di ciò che è sia in modo privato per ciascuno (385e). Questa è la convinzione del sofista Protagora, per il quale «l'uomo è la misura di tutte le cose»: le cose non hanno un'essenza stabile, perché sono come appaiono, soggettivamente, a ciascuno (386a).

Ermogene risponde che, per quanto, trovandosi nel dubbio, sia stato talvolta trascinato verso la dottrina protagorea, non la condivide (386a) almeno per due motivi.

  1. Se ammettiamo che i criteri di valutazione morali sono relativi alla soggettività di ciascuno, ci diventa impossibile giudicare un uomo oggettivamente buono o cattivo e, dunque, produrre giudizi morali universalmente validi (386b).

  2. Gnoseologicamente, se ogni convinzione ha valore relativamente al soggetto che la professa, non si può sostenere che una persona sia più o meno ragionevole di un'altra (386c). Come dice Socrate in Teeteto 161c-d, perché il pensiero di Protagora - se prendiamo sul serio il suo relativismo - dovrebbe essere più autorevole di quello di qualsiasi altro?

Il giudizio morale e cognitivo sarebbe ugualmente impossibile anche se si abbracciasse la posizione del sofista Eutidemo, per il quale «tutto appartiene ugualmente a tutto allo stesso tempo e sempre» (386d). In altre parole, secondo questa tesi ogni cosa è allo stesso tempo e in pari misura bella e brutta, buona e cattiva, e così via: in una simile condizione, non sarebbe possibile distinguere un uomo buono da uno cattivo perché tutti godrebbero contemporaneamente di entrambe le proprietà.

Oggettività (386d-387b)

Socrate ha fatto riconoscere a Ermogene che un relativismo coerente è incompatibile con la possibilità di produrre valutazioni morali e cognitive oggettive. Sulla base di questa ammissione lo induce anche ad accettare la tesi secondo la quale le cose hanno una propria essenza stabile, di per sé connaturata in esse, indipendente dal modo in cui ci appaiono; 10 e che questo deve valere anche per le azioni, che sono una specie compresa nell'ambito di ciò che è, perché operano in riferimento alle cose (386e). Quindi, il modo corretto di tagliare o di bruciare e l'uso dei mezzi appropriati per compiere queste operazioni non dipenderà dalla nostra opinione, bensì dalla natura (physis) - vale a dire da proprietà oggettivamente stabilibili (387a-b).

Il discorso come azione (387b-d)

Anche il dire (legein) - riconosce Ermogene - è un'azione (387b). Quindi, sulla base di quanto appena convenuto, anche il dire potrà essere corretto o no a seconda che usi mezzi e modi connaturati o no al carattere di quella azione.

Questa conseguenza, che Ermogene concede, implica che anche la denominazione, in quanto componente del dire, sia una specie di azione nei confronti delle cose (387b). Allora, osserva Socrate, una volta riconosciuto che le azioni hanno una loro propria natura, anche la denominazione non sarà arbitraria, ma potrà essere corretta o scorretta a seconda chi i suoi modi e i suoi mezzi seguano o no la natura (387d).

Parlare è agire. Con il logos non ci limitiamo a descrivere il mondo, ma operiamo su di esso, cambiandolo: questo ci autorizza a trattare e a giudicare il discorso scientificamente, come se fosse una techne. 11

Il nome come strumento (387e-389a)

Socrate, in virtù della sua interpretazione, può intendere il denominare come una tecnica, paragonabile - fra l'altro - alla tessitura (387e): come il tessitore tesse con la spola, così chi denomina si vale del nome in quanto suo strumento (organon). Come la spola è lo strumento con cui tessiamo, così il nome è quello con cui denominiamo (388a).

Con la spola distinguiamo i fili della trama e quelli dell'ordito confusi insieme. Che cosa facciamo col nome? Ermogene non riesce a rispondere. Socrate gli suggerisce che il nome sia uno strumento per insegnare e per distinguere l'ousia (388b).

Nel Politico, il paradigma della tessitura, con le sue distinzioni che conducono a una composizione, è adottato come modello dell'occupazione del politico, con un collegamento importante con l'attività - dialettica - della diairesis e della synagogé descritta nel Fedro. Il nome - suggerisce dunque questo combinato disposto - è uno strumento dell'azione filosofica e politica.

Come il tessitore userà bene la spola quando la impiegherà appropriatamente per tessere, così l'insegnante userà bene il nome quando lo userà per insegnare. Il tessitore, però, adopera uno strumento prodotto da un altro tecnico, il falegname (388c): chi è l'artefice dei nomi? Chi ci trasmette i nomi che usiamo? Ermogene deve ancora una volta essere aiutato da Socrate, il quale gli suggerisce che i nomi siano dati dal nomos (388d), a sua volta prodotto non da chiunque, ma da un tecnico di rarissima abilità: il nomothetes - il legislatore - (388e) in quanto onomatourgos o artigiano del nome (389a).

Anche se interpretiamo il nomothetes di Socrate come un giudice-legislatore costituente, 12 che non inventa bensì scopre le leggi, non possiamo fare a meno di notare che si usa, per l'atto della denominazione, la medesima parola nomos con la quale Ermogene aveva espresso la sua iniziale tesi convenzionalista. Il confronto fra nomos e physis - lo ritroviamo in bocca a Callicle nel Gorgia - era un argomento caro alla sofistica: Socrate, confutando il convenzionalismo contro il naturalismo, ritorna però a un nomos che, evidentemente, non intende come contrapposto alla natura. Similmente, per esempio, il Politico, pur preferendo il governo degli uomini a quello delle leggi, riconosce però la funzione surrogatoria del nomos.

I nomi e le idee (389a-390a)

Socrate guida Ermogene ad analizzare il lavoro dell'artigiano, in una maniera molto simile a quella contenuta nell'analogia che illustra la teoria delle idee del X libro della Repubblica.

Quando il falegname fabbrica la spola, lo fa guardando a qualcosa di naturalmente predisposta a tessere (389a). Questo qualcosa non è una spola empiricamente esistente, che può pure rompersi mentre viene fabbricata, ma il suo eidos, la sua forma, la quale dunque è - Socrate usa il linguaggio della teoria delle idee - la spola che è in sé. Questo modello ideale permette all'artigiano di non riprodurre pedissequamente l'istanza empirica capitatagli in mano, ma di adattare la sua fabbricazione della spola a tessuti leggeri o pesanti, di lino o di lana, secondo quanto è naturalmente migliore per la funzione che deve svolgere (389b). L'artigiano non lavora dunque arbitrariamente: deve conoscere e applicare la forma dell'eidos e deve selezionare la materia più adatta alla funzione del suo prodotto (389c).

Similmente, il nomothetes, se è autorevole, deve saper incarnare nei suoni e nelle sillabe - che hanno il ruolo della sua materia - il nome naturalmente adatto a ciascun oggetto, guardando al nome in sé (389d). Come il falegname può fabbricare una spola con materiali diversi, finché rimane fedele al modello, così i legislatori del linguaggio possono produrre nomi con suoni diversi, finché tengono presente la stessa idea (389e-390a). La pluralità delle lingue, in altri termini, non conduce necessariamente al relativismo, se riconosciamo alle diverse lingue - greche e no - una funzione comune: quella di dire le cose per aiutarci ad agire sul mondo.

Pensare la denominazione come una techne offre una terza via rispetto all'alternativa fra naturalismo e convenzionalismo: il linguaggio, pur inteso come una costruzione i cui elementi sono culturalmente variabili, è una tecnica, la cui correttezza si può giudicare oggettivamente sulla base della sua funzionalità.

Il primato dell'utente (390b-390e)

Chi può meglio giudicare - chiede ancora Socrate - se il falegname ha applicato in modo appropriato l'idea della spola al legno da lui lavorato? Lo stesso artigiano che l'ha prodotta, o chi la usa, vale a dire il tessitore (390b)? Ermogene non ha dubbi: il miglior giudice è l'utente. È lui ad aver titolo a sovraintendere l'opera del legislatore (390c).

L'utente esperto di denominazione è colui che sa come domandare e come rispondere. Tale esperto, per Socrate, non è un parlante qualsiasi, ma esclusivamente il dialettico: la conversazione filosofica non solo fa solo uso del linguaggio, ma esamina anche il modo in cui esso viene impiegato. Cratilo, dunque, sembra aver ragione: se usiamo come unità di misura l'attitudine dei nostri termini a incarnare le idee, a funzionare come strumenti del conoscere, la denominazione non può essere arbitraria (390e): le parole sono importanti.

La considerazione dell'eidos non rende il nomothetes indiscutibile, ma lo sottopone al giudizio del suo utente dialettico. A suo volta, il potere del dialettico trova il suo limite nel fatto di non essere lui a istituire il linguaggio, ma di poterlo soltanto giudicare. Questo sistema di controlli e contrappesi funziona solo in quanto il paradigma oggettivo dall'eidos limita l'arbitrarietà sia della produzione, sia della sua valutazione: anche per questo Socrate ha avvertito la necessità di fare preliminarmente i conti con il relativismo di Protagora.

Letture consigliate



[ 5 ] In nome della convenzione per la quale gli italiani chiamano il Felis Catus "gatto", un madrelingua può correggere lo straniero che lo indica col termine "getto".

[ 6 ] Sul significato di idiotes si veda M.C. Pievatolo, «I calcolatori dell'Accademia».

[ 7 ] Polis significa città: nel mondo greco, infatti, la città-stato era la comunità politica specificamente umana e l'uomo, a sua volta, era tale solo in quanto zoon polikon (animal sociale). Polis si traduce, tramite la mediazione del latino, con "società" quando, nel testo, la specificità greca non è rilevante.

[ 8 ] Questa distinzione, d'altra parte, immagina ingenuamente una situazione iniziale priva di logos in cui però siano già date e definite le cpse e i loro concetti e si tratti solo di mettersi d'accordo sul loro nome.

[ 9 ] Il verbo "essere", secondo la celebre tesi di Frege-Russel, ha tre significati: predicazione ("Fedone è alto"), identità ("Io sono Socrate"), esistenza ("Dio c'è"). Nella lingua greca la contiguità fra la predicazione e l'esistenza - la predicazione "Fedone è alto" può essere vera solo se Fedone esiste - fa sì che einai significhi anche "essere vero".

[ 10 ] Questa deduzione rischia di apparire un trascinamento indebito verso il platonismo, a meno che non si abbia cura di interpretarla restrittivamente, così: per poter produrre misure oggettive, occorre attribuire alle cose una qualche forma di oggettività che le renda come conoscibili e definibili indipendentemente dall'arbitrio individuale.

[ 11 ] Se vogliamo abbattere un albero, non possiamo farlo in modo arbitrario, per esempio danzandoci attorno, o con mezzi arbitrari, per esempio con uno starnuto o una piuma: dobbiamo adottare i modi e i mezzi tecnicamente appropriati, oggettivamente valutabili come tali.

[ 12 ] Ad Atene il collegio dei nomothetai, che deliberava sul cambiamento delle leggi, avevano una funzione molto simile a quella di una corte costituzionale in un regime di controllo preventivo di costituzionalità

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