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L'architettonica della ragion pura di Kant

Bollettino telematico di filosofia politica
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L'idea e l'autore

Nessuno potrà mai tentare di costruire una scienza senza porre a suo fondamento un'idea. Ma, nella successiva elaborazione, molto raramente lo schema, e la stessa definizione che si dà all'inizio della scienza, corrispondono all'idea; e ciò perché quest'ultima è presente nella ragione come un germe in cui tutte le parti si occultano, ancora inviluppate e a mala pena riconoscibili all’osservazione microscopica. Ne viene che le scienze, essendo tutte concepite dal punto di vista di un qualche interesse generale, siano chiarite e determinate, anziché dalla descrizione che ne dà il loro autore, dall’idea che si trova fondata nella ragione stessa e che viene dall’unità naturale delle parti che l’autore ha posto assieme. È allora possibile rendersi conto che l’autore, e sovente anche i suoi tardi successori , brancolano attorno a un’idea su cui non si sono fatti chiarezza e si trovano così nell’impossibilità di determinare il contenuto particolare, l’articolazione (l’unità sistematica) e i confini della scienza. [A 834|B 862]

Nel passo sopra citato, Kant fa esplicito riferimento all’indipendenza dell’idea dall’autore; infatti l'idea non è creata ma, contenendo in nuce possibilità inesplicate, permette l'avanzamento della conoscenza producendo a partire da elementi già noti conoscenze nuove che rientrano in sistemi esistenti; essa è dunque il filo conduttore della ricerca che funge da faro e che ne orienta la direzione. Ma qual è il rapporto tra l'idea e l'autore? Alla base della cosiddetta rivoluzione copernicana sta il presupposto che gli oggetti debbano regolarsi ai princìpi a priori del soggetto conoscente; perché allora Kant ha bisogno dell'idea, e cosa aggiunge questa rispetto all'autore? Una risposta può risiedere nel fatto che le idee, anche se pensate da singoli individui, attraversano la storia e la trascendono e solo in quanto tali possono dar vita ad un'unità architettonica, cioè una totalità fondata in base ai princìpi della ragione che fa riferimento non tanto a un autore o a un gruppo di essi, quanto a una comunità culturale. Kant ritiene possibile una tale struttura non solo nell'ambito ristretto della ragion pura (la scienza particolare cui si limita la prima Critica) ma anche nel sistema dell'intera conoscenza umana: “non solo ogni sistema è per sé articolato secondo un'idea,” prosegue, “ma tutti sono riuniti tra loro in un sistema della conoscenza umana, a propria volta in quanto membri di un tutto e conformemente allo scopo, rendendo così possibile un'architettonica dell'intero sapere umano: architettonica che, allo stato attuale, dopo che una così gran massa di materiale è stata raccolta o può esser presa dai ruderi degli antichi edifici andati in rovina, è diventata qui non solo possibile, ma addirittura non troppo difficile[A 851|B 879]. L'esistenza di un tale sistema non può che trascendere l'esperienza del singolo soggetto o di anche gruppi di individui; tuttavia esso può essere pensato e definito da individui in base a princìpi.

In particolare, uno dei princìpi a fondamento del metodo architettonico può essere rinvenuto a partire da un inciso in cui Kant fa riferimento, oltreché all'autore, ai suoi successori e in cui è possibile osservare che egli riconosce, nel processo della conoscenza, una costruzione collettiva e cumulativa che coinvolge più individui nel tempo 4 . Esplorando in tale direzione si apre una pista ulteriore che appoggia sulla Disciplina della ragion pura, in cui Kant espone i limiti 5 entro cui la ragione può muoversi senza correre il rischio di cadere in pensieri inconsistenti. Nella seconda sezione, relativa all'uso polemico della ragione, Kant pone il problema della pubblicità del sapere come precondizione della scienza; tale pubblicità non può che fondarsi sullo scambio franco di manifestazioni del pensiero (incluso quello speculativo); viceversa Kant osserva come gli studiosi, invece di comunicarsi apertamente scoperte, risultati e difficoltà, nascondano i propri pensieri dietro discorsi camuffati, dissimulando i dubbi invece di condividerli. “La ragione al contrario”, aggiunge, “ha veramente bisogno di una siffatta lotta, e sarebbe stato meglio che questa fosse già stata condotta in precedenza, con un'autorizzazione pubblica e illimitata. Tanto prima, infatti, sarebbe giunta a maturità una critica”. Senza la possibilità della critica, la ragione si trova in uno stato di natura, cioè di guerra; e la possibilità della pace risiede nel “diritto di proporre alla pubblica critica i nostri pensieri e quei dubbi che da soli non riusciamo a risolvere, senza dovere perciò incorrere nell’accusa di essere cittadini sovversivi e pericolosi”; un diritto che a sua volta poggia su un diritto originario della ragione umana. [B 780| A 752] L’ostacolo cui Kant fa riferimento (il problema della censura cui si contrappone una "autorizzazione pubblica e illimitata") non deve contrapporsi al dovere connaturato all’idea di una ricerca che, per essere scientificamente valida, dev’essere, oltre che sistematica, pubblica, vale a dire sottoposta al giudizio del pubblico 6 .

La pubblicità dell’informazione è un dovere e un diritto 7 : la conoscenza non può limitarsi ad esprimere verità private, poiché la scienza è possibile solo se il sapere è pubblicamente accessibile. A partire da questo presupposto, uno dei fili conduttori che attraversano l’intera opera kantiana e su cui Kant è estremamente esplicito, è possibile cercare di comprendere che cos'è la scienza e, in particolare, la filosofia.



[4] Abbiamo tuttavia osservato come, a proposito della metafora dell’edificio che apre la Dottrina trascendentale del metodo, la compresenza di molti e diversi costruttori di origine culturale distante sia considerata un ostacolo alla comunicazione tale da rendere difficile la collaborazione degli scienziati, limitando non solo il risultato, ma anche il progetto stesso dell’opera comune. Da una parte, dunque, Kant rinviene nel carattere intersoggettivo dell’intelligenza una condizione per la validità del sapere scientifico; dall’altra, rinviene nella pluralità delle lingue e delle culture un limite ai risultati della cooperazione stessa. È possibile conciliare queste due posizioni apparentemente contraddittorie chiamando in causa l'idea come princìpio generatore della scienza, e tenendo separati il piano teoretico e quello storico-antropologico del ragionamento.

[5] L'autonomia della ragione universalmente legislatrice non è in contraddizione con l'idea di costrizione intesa come dominio di sé; viceversa, essa è una legislazione che permette di erigere un sistema "precauzionale e di autoesame". Perciò, la disciplina è divisa in quattro sezioni, che affrontano il problema della costrizione della ragione in rapporto al suo uso dogmatico, polemico (e scettico), e in ordine alle ipotesi e alle dimostrazioni.

[6] Cfr. anche la distinzione tra convinzione e persuasione esposta nel Canone, ove la comunicabilità della prima la rende valida oggettivamente e dunque vera, a dispetto della seconda che ha una validità meramente privata. [B 848-59| A 820-31]

[7] In Che cosa significa orientarsi nel pensiero, Kant riconosce, dal punto di vista della logica, un diritto al bisogno della ragione di presupporre e ammettere qualcosa che essa non può pretendere di sapere in base a fondamenti oggettivi, cioè il diritto di orientarsi nel pensiero soltanto in base al bisogno che suscita un impulso alla conoscenza. E individua tre ostacoli che si oppongono alla libertà (la censura; la costrizione della coscienza; e l'assenza di leggi). E in particolare a proposito della costrizione esterna osserva che la conoscenza e la sua comunicazione sono due facce della stessa medaglia: “quanto, e quanto correttamente penseremmo - si domanda infatti-, se non pensassimo per così dire in comune con altri a cui comunichiamo i nostri pensieri, e che ci comunicano i loro?”(I. Kant, Che cosa significa orientarsi nel pensiero, A 235, Adelphi, 1996 pp. 62-3). L’istanza collettiva dell’intelligenza sembra essere, per Kant, connaturata al pensiero dell’uomo.


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