Tetradrakmaton

Il processo a Socrate

Bollettino telematico di filosofia politica
btfp

Reati d'opinione e diritto penale

Anche in tribunale (Apologia, 25c-26a), Socrate si vale della sua maniera, l'elenchos, cioè la confutazione delle tesi affermate dall'interlocutore. Questa scelta non è molto felice, ai fini della sua difesa: in un processo politico dimostrare che le accuse sono contraddittorie non prova, di per sé, l'innocenza dell'accusato – tanto più se la dimostrazione viene condotta con un metodo che, fuori dal tribunale, è stato tante volte usato per indebolire le certezze tradizionali. Socrate si sta comportando esattamente nel modo che i suoi accusatori stigmatizzavano, come se il suo scopo non fosse difendersi, bensì sfidare la comunità politica in nome della comunità filosofica. Infatti, la sua confutazione si conclude in modo tale da mettere in discussione la polis in quanto comunità politica coercitiva.

Socrate afferma che, se corrompe i giovani, non è possibile che lo faccia volontariamente: corrompere le persone significa renderle malvage, e dunque esporsi al rischio di venirne danneggiati. Tutt'al più, una simile azione può essere compiuta involontariamente, per ignoranza, e perciò non può essere sanzionata penalmente. La sanzione penale ha senso solo per le azioni volontarie, ma non serve a render consapevole chi sbaglia involontariamente delle ragioni del suo errore.

L'argomento di Socrate è un corollario della sua equiparazione della virtù a conoscenza: chi sbaglia lo fa senza consapevolezza, e dunque senza una vera intenzione di sbagliare – se per intenzione intendiamo una scelta consapevole della ragion pratica nella pienezza delle sue facoltà. Non ha senso punirlo, quando si dovrebbe piuttosto discutere con lui, per renderlo avvertito del suo errore.

Questa tesi impone di escludere dalla portata del diritto penale i cosiddetti "reati d'opinione", ma - coerentemente applicata - rende problematico il diritto penale nel suo complesso. Se chi sbaglia lo fa per difetto di razionalità pratica, cioè di consapevolezza, che senso ha la punizione in generale? Non serve per emendare il colpevole, col quale sarebbe più indicato un serio confronto elenchico. Protagora, nel dialogo omonimo (324b), suggerisce che la punizione serva per dissuadere il colpevole e gli altri dal ricadere nel comportamento sanzionato. Ma se è vero che si sbaglia solo per ignoranza, come si può pretendere che la punizione abbia una effettiva funzione informativa? Dissuadere non significa persuadere - soprattutto se la dissuasione è compiuta tramite una minaccia e l'irrogazione di una sanzione, e non con una argomentazione.

Si potrebbe sfuggire al paradosso ricorrendo ad un argomento di ispirazione kantiana: la comunità politica richiede una certa meccanicità e dunque il ruolo della sanzione non è persuasivo, ma solo dissuasivo e funzionale: l'elenchos contro Meleto si applica esclusivamente all'uso pubblico della ragione, e non al suo uso privato. Socrate, però, si vale di un'altra distinzione: la sua accettazione del processo e del verdetto mostra che egli condivide con i suoi accusatori l'idea che la comunità politica sia anche una comunità di cultura e di conoscenza. Questa idea, se presa sul serio, dovrebbe imporre alla comunità politica di governarsi senza coercizione, valendosi esclusivamente degli strumenti dell'uso pubblico della ragione. In questo senso la comunità che Socrate ha in mente è totale, perché comprende cultura, politica, morale, scienza e religione, ma non totalitaria, perché riduce la politica all'uso pubblico della ragione, e non viceversa.

Bibliografia

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Il processo a Socrate by Maria Chiara Pievatolo is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.
Based on a work at http://btfp.sp.unipi.it/dida/apologia