Bollettino telematico di filosofia politica

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Due trattati sul governo

Nel primo, i falsi principi e fondamenti di Sir Robert Filmer e dei suoi seguaci sono rivelati e confutati. Il secondo è un saggio concernente la vera origine, l’estensione e il fine del governo civile.

John Locke

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Sommario

Prefazione
I Trattato
Cap. I. Introduzione
Cap. II. Del potere paterno e del potere regale
Cap. III. Del titolo di sovranità di Adamo per creazione
Cap. IV: Del titolo di Adamo alla sovranità per donazione (Gen. I.28)
Cap. V. Del titolo di sovranità di Adamo in base alla soggezione di Eva
Cap. VI. Del titolo di Adamo alla sovranità per paternità
Cap. VII. Della paternità e della proprietà considerate insieme come fonti della sovranità
Cap. VIII. Del trasferimento del sovrano potere monarchico di Adamo
Cap. IX. Della monarchia per eredità da Adamo
Cap. X. Dell’erede del potere monarchico di Adamo
Capitolo XI: Chi è l’erede?
II trattato
Cap. I
Cap. II: Dello stato di natura
Cap. III: Dello stato di guerra
Cap. IV: Della schiavitù
Cap. V: Della proprietà
Cap. VI: Del potere paterno
Cap. VII: Della società politica o civile
Cap. VIII: Dell’inizio delle società politiche
Cap. IX. Dei fini della società politica e del governo
Cap. X: Sulle forme dello stato
Cap. XI: L’ambito del potere legislativo
Cap. XII: Il potere legislativo, esecutivo e federativo dello stato
Cap. XIII: La subordinazione dei poteri dello stato
Cap. XIV: La prerogativa
Cap. XV: Del potere paterno, politico e dispotico, considerati insieme
Cap. XVI: Sulla conquista
Cap. XVII: L’usurpazione
Cap. XVIII: La tirannia
Cap. XIX: La dissoluzione del governo

Prefazione

Lettore, trovi qui l’inizio e la fine di un discorso sul governo. Quale sorte abbia disposto altrimenti delle pagine che avrebbero dovuto costituire la parte centrale dell’opera, e che erano più consistenti delle rimanenti, non vale la pena che ti sia raccontato. Queste rimaste sono sufficienti, spero, per rendere accetto il trono del nostro gran restauratore, il nostro attuale re Guglielmo; per validare il titolo che egli riveste più compiutamente e pienamente di qualsiasi altro principe cristiano, in quanto fondato sul consenso del popolo, che è l’unico fondamento di tutti i governi legittimi; e per giustificare di fronte al mondo il popolo d’Inghilterra, il cui amore per i propri giusti diritti naturali, e la cui risoluzione nel volerli salvaguardare, ha salvato la nazione quando essa era sull’orlo della schiavitù e della rovina. Se queste pagine offrono la testimonianza che oso credere vi si possa trovare, non si sentirà una grande mancanza di quelle che sono andate perdute, e il mio lettore potrebbe rimanere soddisfatto anche senza di esse. Immagino, infatti, che non avrò né il tempo né la voglia di ripetere la fatica e colmare la parte mancante della mia risposta, seguendo di nuovo Sir Robert in tutte le tortuosità e oscurità che s’incontrano in diverse parti del suo incredibile sistema. Il re e il corpo della nazione hanno confutato in modo così completo la sua ipotesi, che, credo, nessuno d’ora in avanti avrà l’ardire di mostrarsi nemico della nostra sicurezza comune, e di ergersi di nuovo a difensore della schiavitù; o la debolezza di lasciarsi ingannare da contraddizioni mascherate da uno stile popolare e da periodi ben torniti. Perché se qualcuno si prenderà la pena di vedere da sé i discorsi di Sir Robert, in quelle parti che qui non sono toccate, di spogliarli del loro florilegio di dubbie espressioni, e proverà a ridurre le sue parole a proposizioni dirette, esplicite e intelligibili, e quindi le confronterà tra loro, ben presto si renderà conto che non ci furono mai tante disinvolte sciocchezze messe insieme in un inglese tanto altisonante. Qualora si ritenga che non valga la pena esaminarne tutta l’opera, si faccia un esperimento su quella parte in cui si parla dell’usurpazione; e, con ogni maestria, si provi, se possibile, a rendere Sir Robert intelligibile e coerente con se stesso o con il senso comune. Non parlerei così apertamente di un gentiluomo, da molto tempo al di là della possibilità di rispondere, se il pulpito, negli ultimi anni, non si fosse pubblicamente appropriato della sua dottrina, e non l’avesse trasformata nella teologia oggi in uso. È necessario che, a chi ha voluto impartire lezioni ad altri e li ha così pericolosamente ingannati, sia mostrata pubblicamente quale sia l’autorità del loro Patriarca, l’opera che ciecamente hanno seguito, sicché essi possano ritrattare i cattivi e insostenibili argomenti che hanno divulgato o possano giustificare quei princìpi che predicano come vangelo, sebbene essi non abbiano altro autore che un cortigiano inglese. Non avrei scritto contro Sir Robert, e non mi sarei preso la pena di mostrare i suoi errori, le sue incoerenze, e la sua mancanza di prove scritturali (delle quali egli tanto si vanta e sulle quali pretende di costruire interamente il suo discorso), se non vi fossero fra noi uomini, che, facendo il verso alla sua opera, ed esponendo la sua dottrina, mi risparmiano l’accusa di scrivere contro un avversario morto. Su questo punto sono stati così zelanti, che se gli avessi fatto un torto qualsiasi, non potrei sperare di essere risparmiato. Affinché non tutte le epoche abbiano a lamentarsi del pulpito (Drum Ecclesiastick), spero che, laddove hanno fatto torto alla verità e al pubblico, saranno altrettanto pronti a ripararlo e a concedere il giusto peso a questa considerazione, vale a dire al fatto che non si può recare maggiore danno al principe e al popolo che propagandando concezioni sbagliate sul governo. Prometto, a chi fosse veramente interessato alla verità e cercasse di confutare la mia ipotesi, che ritratterei il mio errore, dopo averlo onestamente confessato, o risponderei alle sue obiezioni. Deve ricordare due cose, tuttavia.

Primo, che non è una risposta alla mia opera il cavillare qua e là su una qualche espressione, o su un piccolo inciso del mio discorso.

Secondo che non considererò argomenti gli insulti; né giudicherò degna della mia attenzione nessuna delle due cose, anche se mi riterrò sempre tenuto a dare soddisfazione a chiunque appaia coscienziosamente scrupoloso e mostri basi fondate per i suoi scrupoli.

Non mi rimane che avvertire il lettore del fatto che A. sta per il nostro Autore, O. per le sue Osservazioni su Hobbes, Milton, ecc. 1 e che infine la semplice citazione delle pagine si riferisce sempre al suo Patriarca nell’edizione del 1680.



[1] Locke si riferisce qui all’opera intitolata Observations Concerning the Originall of Government, upon Mr Hobs “Leviathan”, Mr Milton against Salmasius, H. Grotius “De Jure Belli”, pubblicata nel 1652. Frank Lessay ricorda: «[...] il Leviatano di Hobbes era stato pubblicato qualche mese prima, nel 1651. L’opera di Milton (1608-1672), Pro Populo Anglicano Defensio, datava lo stesso anno 1651; ed era una giustificazione della condanna a morte di Carlo I contro gli attacchi formulati dal protestante francese Claude de Saumaise, o Salmasius (1588-1653), in un pamphlet intitolato Defensio regia (1649). L’opera di Grozio (1583-1645), De jure belli ac pacis, è del 1625. Il commento che Filmer ne propone […] si ritrova in gran parte nel manoscritto del Patriarca […]. », F. Lessay, Introduction, in Id. (a c. di), Le débat Locke-Filmer, Presses Universitaires de France, Paris 1998, n. 3, p. 8.


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